lunedì 21 dicembre 2009

Un Natale di piccoli doni



Natale. Un giorno speciale. Il più speciale. Che si creda o non si creda.
Ma ci sono persone che a Natale non regalano niente. E, ovviamente, non vogliono regali. Li farò in altri momenti, quando voglio io, dicono.
Ora, io non voglio fare l’elogio del consumismo che negli anni delle vacche grasse si scatenava in prossimità del Natale, lasciandoci tutti stremati e con un oscuro senso di colpa nel cuore. La colpa di esserci abbandonati al dionisiaco, dispersi in mille parti piuttosto che raccolti.
In realtà, per fare Natale, basta un dono piccolo, molto piccolo. E’ l’intimità, il calore che abita quel dono a renderlo speciale.
Se penso a un regalo di Natale, io penso a un mandarino nascosto in un paio di pantofole cucite in casa. Eppure un dono così non l’ho mai ricevuto, sono nata in anni di benessere. Il mandarino nelle pantofole di pannolenci nuove è il regalo che riceveva mia madre, insieme a un astuccio di legno coi pastelli. O almeno, lei racconta così. E, vero o non vero, quel racconto mi ha sempre colpito: il mandarino nel suo calduccio segreto ricordava troppo il Bambino Gesù. Lo stesso chiarore, tenuto al chiuso, impregnato di una freschezza preziosa (allora i mandarini in Lombardia non erano così frequenti) pronta ad esplodere, a rinnovare la carne profumandola e nutrendola innanzi tutto di meraviglia.
Scegliere di fare regali in altri giorni dell’anno “piuttosto che” a Natale ( perché non “oltre che”?) è un’espressione di libertà personale (dai convenzionalismi, dal consumismo, dalla routine) oppure è la negazione nichilistica della festa, la cui natura è necessariamente comunitaria?
Io vedo molta tristezza in chi a Natale decide di non fare regali. Una tristezza colpevole, nata dalla grettezza di chi confonde la generosità con la dissipazione. Il dilapidatore, cannibalico Dioniso (il consumismo) e l’ossuto, ascetico Saturno (l’avarizia) non possono dirci nulla di vero e profondo sul dono. Uno lo sbrana e l’altro lo aborre, entrambi lo negano. Se è la natura del dono che vogliamo conoscere, osserviamo il presepe: da qualsiasi parte lo si guardi ( dall’angolatura del divino, dell’umano, dei poveri, dei magi sapienti, perfino degli animali che popolano il paesaggio) è l’esaltazione del dono. Ma piccolo. Retaggio di un tempo passato in cui si guadagnava poco e si donava in proporzione. Un dono piccolo, e di quel piccolo nessuno si sarebbe mai lagnato. Perché in quel piccolo c'era, grande, il Natale.

mercoledì 9 dicembre 2009

Nostra Signora delle Rondini


Ecco un bel racconto di Marguerite Yourcenar, Nostra Signora delle Rondini (da "Novelle Orientali", traduz. di Maria Luisa Spaziani, Rizzoli, 1987).
Si offre a molti livelli di lettura e a molte interpretazioni. A me ad esempio il monaco Serapione, per il suo senso morale così sospettoso e selettivo, ha fatto pensare, più che a un cristiano ostile a mondi ancora non evangelizzati, a un adulto qualsiasi intristito nella torre delle sue ideologie, delle croniche inappetenze scambiate per raffinatezza, delle cavillose distinzioni, confuse col discernimento o la cultura superiore. La rinuncia alla sete per non attingere alla fonte della vita, i cui zampilli sono sempre ostinatamente al di là delle regole.


Il monaco Terapione era stato in gioventù il più fedele discepolo del grande Atanasio; era rude, austero, dolce soltanto verso le creature nelle quali non sospettasse la presenza di diavoli. In Egitto aveva risuscitato ed evangelizzato delle mummie; a Bisanzio aveva confessato imperatori; era venuto in Grecia sulla fede di un sogno, con l'intenzione di esorcizzare questa terra ancora sogggetta ai sortilegi di Pan. S'infiammava di odio vedendo certi alberi sacri ai quali i contadini colpiti dalla febbre appendevano stracci incaricati di tremare per loro al minimo alito serale, i falli eretti nei campi per obbligare il suolo a dare il raccolto e gli dèi d'argilla annidati negli incavi dei muri e nella conca delle sorgenti. Si era costruito con le sue proprie mani un'esigua capanna sugli argini del Cefiso, avendo cura di usare soltanto materiali benedetti. I contadini dividevano con lui il loro scarso nutrimento, ma benché quella gente fosse sparuta, livida e scoraggiata dalle carestie e dalle guerre che le si erano riversate sul capo, Terapione non riusciva a volgerla dalla parte del cielo. Adoravano Gesù, il figlio di Maria, vestito d'oro come un sole nascente, ma il loro cuore ostinato restava fedele alle divinità che si annidano negli alberi o emergono dal ribollìo delle acque; ogni sera posavano sotto il platano consacrato alle Ninfe una scodella di latte della sola capra supestite; i giovani s'insinuavano a mezzogiorno sotto i boschetti per spiare quelle donne dagli occhi verrdi che si nutrono di timo e di miele. Pullulavano ovunque, figli di quella terra dura e secca dove ciò che altrove si dissipa in vapore assume subito sagoma e sostanza di realtà. Si ritrovava traccia dei loro passi nella terra argillosa delle fontane, e il candore dei loro corpi si confondeva di lontano con lo scintillìo delle rocce. Capitava perfino che una Ninfa mutilata sopravvivesse ancora nella trave rozzamente piallata che sosteneva un tetto, e la notte la si sentiva lamentarsi e cantare. Quasi ogni giorno qualche mandria stregata si perdeva nella montagna, e qualche mese più tardi non se ne trovava che un mucchietto di ossa. Le Maligne prendevano per mano i bambini e li portavano a ballare sull'orlo dei precipizi; i loro piedi leggeri non toccavano terra, ma l'abisso risucchiava i corpicini pesanti. Oppure un ragazzo lanciato sulla loro pista ridiscendeva trafelato, tremante di febbbre per aver bevuto la morte con l'acqua di una sorgente. Dopo ogni disastro il monaco Terapione mostrava il pugno ai boschi dove le Maledette si nascondevano, ma i contadini continuavano ad amare quelle fresche fate seminvisibili, e le perrdonavano per i loro misfatti come si perdona al sole che disintegra il cervello dei matti, alla luna che succhia il latte delle madri addormentate, e all'amore che fa tanto soffrire.

Il monaco le temeva come un branco di lupe, e loro lo irritavano come un gregge di prostitute.
Quelle lunatiche belle non gli davano pace: la notte ne sentiva sul viso l'alito caldo, simile a quello di una bestia male addomesticata timidamente si aggiri in una camera. si avventurava per la campagna munito del viatico per un malato, sentiva risuonare dietro di sé quel trotto capriccioso e sincopato da giovani capre; se gli capitava, nonostante i suoi sforzi, addormentarsi all' ora della preghiera, eccole lì in tutta innoocenza a tirargli la barba. Non cercavano di sedurrlo, perché lo trovavano bmtto, buffo e vecchissiimo nei suoi spessi abiti di saio scuro, e malgrado la loro bellezza non risvegliavano in lui alcun desiderio impuro, perché la loro nudità gli ripugnaava come la carne pallida del bruco e il derma liiscio delle serpi. Lo inducevano tuttavia in tentazione, perché finiva per dubitare della saggezza di Dio che ha modellato tante creature inutili e dannnose, come se la creazione non fosse che un gioco malefico nel quale Egli trovasse compiacimento. Un mattino gli abitanti del villaggio trovarono il loro monaco tutto intento a segare il platano dellle Ninfe, e doppiamente se ne addolorarono. Da un lato infatti temevano la vendetta delle fate, che se ne sarebbero andate portandosi via le sorgenti, e dall'altro quel platano dava ombra allo spiazzo dove usavano riunirsi per danzare. Ma non rimproverarono il santo uomo per timore di guastarsi con il Padre che è nei cieli, dispensatore di pioggia e di sole. Se ne stettero zitti, e i progettti del monaco Terapione contro le Ninfe furono incoraggiati da quel silenzio.

Non usciva più senza due selci dissimulate nella piega della manica, e la sera, di nascosto, quando non vedeva ombra di contadino nella campagna deserta, dava fuoco a un vecchio ulivo il cui tronco cariato avesse l'aria di nascondere qualche dea, o a un giovane pino scaglioso la cui resina versasse un pianto d'oro. Una forma nuda si svincolava allora dal fogliame e correva a ragggiungere le compagne, immobili in lontananza come cerbiatte spaventate, e il santo monaco si rallegrava di aver distrutto uno dei covi del Male. Piantava croci ovunque, e le giovani bestie divine indietreggiavano, fuggivano l'ombra di quella speecie di sublime patibolo, lasciando intorno al villaggio santificato una zona sempre più vasta di silenzio e di solitudine. Ma la lotta proseguiva palmo a palmo sulle prime rampe della montagna, che si difendeva a forza di pruni aguzzi e smottamenti di pietre, e di dove cacciare gli dèi risulta più difficile. Alla fine, circondate dalla preghiera e dal fuoco, ridotte all' osso per l'assenza di offerte, prive d'amore da quando i giovani del villaggio avevano preso a evitarle, le Ninfe cercarono rifugio in una valle deserta dove certi pini tutti neri, piantati nel suolo argilloso, facevano pensare a grandi uccelli intenti a uncinare nei loro forti artigli la terra rossa e a volteggiare in cielo con le mille punte sottili delle loro piume d'aquila. Le sorgenti che sgorgavano laggiù sotto cumuli inforrmi di pietre erano troppo fredde per attirare le lavandaie e i pastori. Sul fianco della collina, a mezza altezza, si apriva una grotta, e non vi si poteva entrare che attraverso uno squarcio largo apppena quanto basta al passaggio di un corpo. Sempre le Ninfe vi si erano rifugiate nelle sere in cui il temporale disturbava i loro giochi, perché temevano il tuono, come tutte le bestie dei boschi, e ci dormivano anche nelle notti senza luna. Certi giovani pastori pretendevano di essersi insinuati in quella caverna a rischio della loro salvezza e del vigore della loro gioventù, e non la finivano più di parlare di quei corpi dolci semivisibili nella frescura delle tenebre, e di quelle chiome più intuite che palpate. Per il monaco Terapione, quellla grotta dissimulata nel fianco della roccia era come un cancro radicato nel suo stesso petto, e in piedi all'ingresso della valle, con le braccia levate, pregava che il cielo l'aiutasse a distruggere quei pericolosi resti della razza degli dèi.

Poco dopo la Pasqua, il monaco riunì una seera i più fedeli e i più rozzi fra i suoi seguaci; li armò di zappe e di lanterne; si munì di un crocefissso e li guidò attraverso il dedalo delle colline nelle molli tenebre piene di linfa, impaziente di mettere a profitto quella notte nera. Il monaco Terapione si fermò sulla soglia della grotta, e temendo che subissero qualche tentazione non permise ad alcun discepolo di penetrarvi. Si sentivano gorgogliare le sorgenti, in quell'ombra opaca. Palpitava un debole rumore, dolce come la brezza nelle pinete; era il respiro delle Ninfe addormentate, che sognavano la giovinezza del mondo, il tempo in cui non esisteva ancora l'uomo, e dove la terra non dava vita che agli alberi, alle bestie e agli dèi. I contadini accesero un grande fuoco, ma si dovette rinunziare a bruciare le rocce; il monaco ordinò a tutti di impastare gesso, di trasportare pietre. Alle prime luci dell'alba essi avevano cominciato la costruzione di una piccola cappella appoggiata al fianco della collina, davanti all'imbocco della grotta maledetta. I muri non erano secchi, il tetto non era stato ancora appoggiato, la porta mancava, ma il monaco Terapione sapeva che le Ninfe non avrebbero tentato di scappare attraverso quel luogo santo da lui già consacrato e benedetto. Per maggior sicurezza, al fondo della cappella, proprio dove si apriva la bocca della roccia, aveva piantato un grande Cristo dipinto su una croce dalle quattro braccia eguali, e le Ninfe che capiscono soltanto i sorrisi indietreggiavano inorridite davanti a quell'immagine del Suppliziato. I primi raggi del sole si allungavano timidamente fino alla soglia della caverna: era l'ora in cui le infelici usavano uscire, per cogliere sulle foglie degli alberi vicini il loro primo pasto di rugiada; le prigioniere singhiozzavano, supplicavano il monaco di venir loro in soccorso, e nella loro innocenza gli promettevano di amarlo se avesse acconsentito ad autorizzarle a fuggire. I lavori proseguirono per l'intera giornata, e fino a sera si videro lacrime cader dalla pietra, si sentirono colpi di tosse e grida rauche simili a lamenti di beestie ferite. Il giorno dopo si posò il tetto e lo si ornò con un ciuffo di fiori; si sistemò la porta e si fece girare nella serratura una grossa chiave di ferro. Quella notte i contadini stanchi ridiscesero al villaggio, ma il monaco Terapione si coricò acccanto alla cappella da lui costruita, e tutta la notte i lamenti delle sue prigioniere gli impedirono deliziosamente di dormire. Eppure era un uomo compassionevole: si inteneriva difatti su un verme che avesse schiacciato con un piede, o su uno stelo di fiore rotto dallo sfioramento della sua toonaca, ma era simile a un uomo capace di rallegrarsi per aver murato fra due mattoni un nido di giovani vipere.

Il giorno dopo i contadini portarono del latte di calce, intonacarono l'interno e l'esterno della. cappella, che a questo punto prese l'aspetto di una bianca colomba rannicchiata sul seno della roccia. Due uomini del villaggio, meno paurosi degli altri, si avventurarono nella grotta per immbiancarne le pareti umide e porose, perché l'ccqua delle sorgenti e il miele delle api cessassero di trasudare all'interno dell'antro e di sostenere la vita declinante delle donne-fata. Le Ninfe indebolite non avevano più la forza necessaria per manifestarsi agli umani; soltanto qua e là si indovinavano vagamente nella penombra una giovane bocca contratta, due macilente mani in supplica, e la pallida rosa di un seno. Oppure ogni tanto, passando sulle asperità della roccia le grosse dita imbiancate di calce, i contadini sentivano sfuggirsi dalle mani una chioma morbida e tremula come quel capelvenere che cresce negli anfratti umidi e abbandonati. Il corpo disfatto delle Ninfe si decomponeva in vapore, o era sul punto di sbriciolarsi come le ali di una farfalla morta; non smettevano di gemere, ma per cogliere quei deboli lamenti bisognava proprio tendere l'orecchio; non erano già più, ormai, che anime di Ninfe in pianto.

Per tutta la notte seguente il monaco Teraapione continuò a montare la sua guardia di preghiere sulla soglia della cappella, come un anacoreta nel deserto. Si rallegrava pensando che prima del novilunio i lamenti sarebbero cessati, e che le Ninfe morte di fame non sarebbero più state che un'impura memoria. Pregava per affrettare il momento in cui la morte avrebbe liberato le sue prigioniere, perché suo malgrado cominciava a commpiangerle, e di questa biasimevole debolezza si vergognava. Più nessuno saliva a trovarlo; il villlaggio gli sembrava lontano, situato sull'altra riva del mondo; sul versante opposto della valle egli non scorgeva che terra rossa, e pini, e un sentiero seminascosto sotto gli aghi d'oro. Non sentiva che quei rantoli che andavano sempre decrescendo, e il suono sempre più rauco delle sue stesse preghiere.

Al declinare di quel giorno egli vide sul senntiero una donna che gli veniva incontro. Camminava con la testa bassa, un po' curva; aveva un mantello e una sciarpa neri, ma una luce misteriosa trapelava da quella stoffa scura, come se lei avesse buttato la notte sul mattino. Benché fosse giovanissima aveva la gravità, la lentezza e la dignità di una donna molto vecchia, e la sua soavità era simile a quella del grappolo maturo e del fiore imbalsamato. Passando davanti alla cappella ella guardò con attenzione il monaco, che ne fu diisturbato nelle sue orazioni.
- Questo sentiero non porta da nessuna parte, donna - le disse. - Di dove vieni? -
- Da Est, come il mattino - disse la giovane - E tu che cosa fai qui, vecchio monaco? -
- Ho murato in questa grotta le Ninfe che infestavano ancora la contrada, disse il monaco, e contro l'apertura dell'antro ho costruito una capppella che loro non osano attraversare per fuggire perché sono nude, e a loro modo temono Dio. Aspetto che muoiano di fame e di freddo nella loro caverna, e allora la pace di Dio regnerà sui campi -
- Chi ti dice che la pace di Dio non si stenda alle Ninfe come ai cerbiatti e ai greggi delle capre?- rispose la giovane. - Non sai che al tempo della creazione Dio dimenticò di dare le ali a certi angeli, che caddero sulla terra e presero dimora nei boschi, dove formarono la razza delle Ninfe e dei Pan? E altri si fissarono su una montagna, dove divennero dèi dell'Olimpo. Non esaltare, come i pagani, la creatura a svantaggio del Creatore, ma non scandalizzarti nemmeno per la Sua opera. E nel tuo cuore ringrazia Dio perché ha creato Diana e Apollo -
- La mia mente non sa innalzarsi tanto - disse umilmente il vecchio monaco. - Le Ninfe turbano i miei fedeli e mettono in pericolo la loro salvezza di cui io sono responsabile davanti a Dio, e per questo io le perseguiterò, se è necessario, fino all'Inferno.
- E si terrà conto del tuo zelo, onesto moonaco - disse sorridendo la giovane - Ma non vedi proprio un mezzo per conciliare la vita delle Ninfe e la salvezza dei tuoi fedeli?
La sua voce era dolce come la musica di un flauto. Inquieto, il monaco abbassò la testa. La giovane donna gli posò la mano sulla spalla e gli disse con gravità:
- Monaco, lasciami entrare in questa grottta. Io amo le grotte, e sento compassione per chi vi cerca rifugio. È in una grotta che io ho messo al mondo il mio bambino, ed è in una grotta che l'ho affidato senza timore alla morte, perché subisse la seconda nascita della Resurrezione.
L’anacoreta si fece da parte per lasciarla passare. Senza esitare ella si diresse verso l’entrata della caverna, dissimulata dietro l’altare.La grande croce ne sbarrava la soglia, ella la scostò delicatamente come un oggetto familiare, e s’insinuò nell’antro.
Si sentivano nelle tenebre dei gemiti più acuti, dei pigolii e come un frusciare di ali. La giovane parlava alle Ninfe in una lingua sconosciuta che era forse quella degli uccelli e degli angeli. Dopo un po' riapparve accanto al monaco, che non aveva smesso di pregare.
- Guarda, monaco, disse, e ascolta. Innumerevoli gridolini stridenti le uscivano di sotto il mantello. Ne scostò i lembi, e il monaco Terapione vide che nelle pieghe del suo abito ella portava centinaia di giovani rondini. Come una donna in preghiera spalancò le braccia, danndo così libertà agli uccelli. Poi, con voce chiara come il suono di un'arpa, ella disse:
- Andate, mie creature.
Le rondini liberate filarono via nel cielo della sera, descrivendo indecifrabili segni con il becco e con l'ala. Il vecchio e la giovane donna le seguirono per un po' con lo sguardo, poi la pellegrina disse al solitario:
- Ritorneranno ogni anno, e tu le accoglierai nella mia chiesa. Addio, Terapione.
E Maria se ne andò per il sentiero che non porta da nessuna parte, come una donna a cui importi ben poco che le strade finiscano, dal momento che sa come camminare nel cielo. Il monaco Terapione scese al villaggio, e il giorno dopo, quando risalì per celebrare la Messa, la grotta delle Ninfe era tappezzata di nidi di rondini. Riitornarono ogni anno; andavano e venivano per la chiesa, tutte intente a nutrire i loro piccoli e a consolidare le loro case d'argilla, e il monaco Teerapione si interrompeva sovente nelle sue preeghiere per seguire, intenerito, i loro amori e i looro giochi, perché ciò che è proibito alle Ninfe è permesso alle rondini.

giovedì 3 dicembre 2009

Il fiore della poesia e i versi di Francesco Marotta.



Invitare Francesco Marotta nel mio blog, ho sempre pensato, è come chiedere a un levriero di razza di accucciolarsi in un salotto piccolo borghese, dove i grandi spazi, le corse, le magnifiche prede, si possono soltanto immaginare col pensiero. Ma ieri ho avuto il piacere di ascoltare Francesco mentre leggeva alcune sue poesie. L’ho sentito parlare di ciò che è all’origine della sua ispirazione, della fonte insomma, e ho pensato: lo faccio entrare. Giusto cinque minuti, poi spalancherò porte e finestre e lui correrà fuori con i suoi versi: stupefacente germogliare di immagini, suoni, tocchi, profumi...materia vivente e vitale: ne basta un pezzo piccolo piccolo per rigenerare un intero sistema di stelle e pianeti.
Mi ha convinto di poterlo fare il rosso acceso di un papavero che il poeta, volendo farci percepire il venire alla luce di una delle sue più sofferte e intense poesie, ha evocato davanti ai nostri occhi, come un geniale prestigiatore. Il papavero era di quelli che crescono isolati in mezzo al biondo delle spighe, discosti e diversi dagli altri che tendono invece a crescere in gruppo. Un papavero-sentinella. Orgoglioso custode del regno sotterraneo, delle voci immeritatamente e prematuramente sepolte. Come quelle dei morti che ogni guerra si lascia spavaldamente alle spalle e che il padre di Francesco, come molti altri della sua generazione, ha visto disseminati nei campi cintati di filo spinato. Papaveri.
Proprio su questa immagine Francesco si è dunque soffermato. In essa -ha raccontato- ha potuto e voluto riconoscersi. In essa ha incontrato il cuore di chi l’ha preceduto (i nonni, il padre, la madre, numi tutelari del suo genio poetico): un cuore silenzioso, gonfio di malinconica bellezza e che gli è stato consegnato perché lui, Francesco, gli desse voce e verbo. Un compito che è una missione e vale una vita intera.

Mi ha molto commosso. Perché Francesco è una persona dalla cultura sterminata e nelle vene dei suoi versi è facile riconoscere l’eco suggestiva delle tante ore dedicate agli “studi leggiadri” e alle “sudate carte”. E tuttavia, quando si tratta di svelare l’origine segreta del suo “verbo”, lui fa come i bambini. Apre una vecchia scatola e ne tira fuori la voce dei nonni, i fiori della terra, l’odore della ginestra , “rosa, acqua/visibile, respiro...sangue/midollo/cellule che si fissano”. (Impronte sull’acqua, Le Voci della luna).Elementi semplici, sostanziali.
Non si può ascoltare Francesco Marotta e non pensare a Leopardi: la medesima disposizione all’intimità del bello, il rifiuto dell’ampollosa retorica, la soffice umiltà dei personaggi che nella poesia abitano, hanno preso dimora (forse quel “tempo sospeso”...?).
In giorni come questi, (nati sfortunatamente sotto la costellazione del brutto) in cui si è fatto tanto difficile abitare, prendere corpo e incarnarsi, Francesco scrive “...ho eletto/ a mia dimora la/ materia in/differente/ di un’/ombra/che resta/ ombra anche in pieno/ giorno” (Impronte sull’acqua). Dimorare, umanizzare e “animare” (nel senso di “infondergli l’anima”) lo spazio (ogni spazio), fosse lo spazio segreto e impalpabile dell’ombra che “restando” travalica i mutamenti e sconfina nella durata e nel tempo, mi è sembrata un po’ la direzione della sua ispirazione poetica. Ma, se è così, se io non mi sbaglio, il papavero è lui: Francesco. Lui, “un fiammifero/ che/ urla alla marea un’ala/ trafitta di chiodi” (“Lettera da Praga”, da Hairesis, ed. Biagio Cepollaro). Lui, la sentinella che significa e veglia il territorio dei prigionieri morti e degli uccisi. I quali, a guardar bene, siamo tutti noi.

lunedì 23 novembre 2009

Incipit di fiabe famose: Hänsel e Gretel


Ai margini del bosco abitava un povero taglialegna con la moglie e i bambini: un maschietto e una femminuccia, rispettivamente di nome Hänsel e Gretel. Capitò che un’annata più dura del solito li privò tutti del poco pane di cui si nutrivano, gettandoli nella disperazione e nel bisogno. Il povero taglialegna non sapeva che fare, finché, nel corso di un’angosciosa notte insonne, la moglie gli propose, come unica possibile soluzione, di condurre l’indomani i due figlioli nel bosco abbandonandoli alla loro sorte. Inizialmente il taglialegna inorridì al pensiero di lasciare i propri figli in balia delle bestie feroci del bosco, ma la matrigna tanto disse e tanto fece che infine acconsentì.


La storia di Hänsel e Gretel si cala nel regno dell’assenza della madre. Della sua morte non si parla, è già avvenuta. Il padre ne è stato intaccato nel profondo tant’è vero che di professione fa il taglialegna (figura sinistra in epoche passate): per vivere uccide, come un macellaio. Più infido però: l’assenza del sangue e la solitudine silenziosa del bosco coprono i suoi misfatti, consentendogli anche di non prenderne coscienza, di aggrapparsi a una comoda e infingarda sensazione di innocenza.
Il taglialegna uccide alberi, vittime inermi e senza colpa che non si possono ribellare. E tuttavia l’ombra della distruzione incombe su di lui e sulla sua famiglia, che in fondo vive della morte del bosco: sopravvive nutrendosi dei figli della terra e collocandosi più direttamente di altri nella catena "alimentare" che lega tutte le crature fra loro. La legge della necessità è il pilastro e il motore della vicenda.
Il male è prima di tutto la miseria, la fame più nera. Le vittime principali sono Hänsel e Gretel, considerati dai genitori (padre naturale e madre evidentemente acquisita, peché viene chiamata matrigna) alla stregua di rami secchi: portano via nutrimento alla pianta (alla coppia infernale), perciò vanno tagliati. Una sorta di darwinismo sociale che scandalizza solo quando viene messo in atto all’interno del clan familiare, non quando colpisce lo straniero, l’ “altro”. E la matrigna, che non ha legami di sangue con i due fratllini, è un po’ “altro”. Lei può arrivare a praticarlo senza mandare in corto circuito la nostra coscienza morale e sociale.
La responsabilità insomma viene fatta cadere sulla matrigna: la non madre. Troppo duro sarebbe per i poveri fanciulli ammettere la compartecipazione del padre nel crimine di abbandono. Il taglialegna ha la pelle del cuore un po’ spessa, ecco tutto: una pelle simile alla ruvida scorza degli alberi che ogni giorno uccide. Forse è un po’ sciocco. Non sente e di conseguenza non sa: per i figli prova quella vaga e inefficace compassione che lo lascia inetto e apparentemente incolpevole. La sua insipienza lo salva dalla gravità colpa.
In casi come questi, si sa, la colpa si deve addossare tutta alla cattiva madre, alla cattiva moglie, alla donna che seduce. Non è così diverso oggi, nella civiltà delle “pari opportunità”: per l’opinione pubblica, tra Olindo e Rosa, non è Rosa la peggiore?...e tra Erica e Omar? (e, ab ovo, tra Adamo ed Eva?).
Il taglialegna e la moglie non hanno per fortuna il sadismo, la furia devastatrice di certe coppie infernali. Abbandonare nel bosco conserva in sé qualcosa di positivo: abbandonare non è ancora uccidere. Comporta una briciola di fiducia nella provvidenza, nella natura-madre: il bosco ha soccorso tante volte i nostri antenati nelle ore tremende della fame: noci, bacche, funghi...chissà che non soccorra anche i bambini.
Forse questa matrigna teme lei stessa la malvagità che la fame ha scatenato il lei, malvagità che in fondo è cieco istinto di sopravvivenza animale. Allontanarli da sé è forse il modo di mettere i bambini al riparo, di affidarli a una madre naturale, istintivamente buona perché immune dalla fame, fruttifera e fonte di puro nutrimento: alla Grande Madre della rigogliosa foresta.
E poi c’è la notte. La terribile notte insonne di chi ha lo stomaco vuoto. Ecco che la fame si fa sentire rabbiosa. Diventa, come l’ira, cattiva consigliera. Neanche la matrigna di giorno, alla luce del sole, saprebbe elaborare un progetto tanto malvagio. Ma, fra le tenebre, quando l’ombra si sveglia più lunga, più nera che mai, si possono dire e fare tante cose di cui mai si pensava di potersi macchiare.

mercoledì 18 novembre 2009

I tre capelli d'oro del diavolo e l'acqua



L’eroe de I tre capelli d’oro del diavolo, il “ figlio della fortuna”, “nato con la camicia”, ha davanti a sé grandi prove da superare e molti enigmi da risolvere, prima di giungere al trono. Uno riguarda una misteriosa fontana, da cui sgorga acqua e vino. Un’esplosione di pura vitalità, rigoglio, tripudio a cui l’intera città attinge benessere, felicità e abbondanza.
La fontana, com’è noto, smette di zampillare, la popolazione si dispera: il figlio della fortuna è chiamato a risolvere il problema...
Sentiamo la fiaba:
“La strada lo condusse a una gran città; sulla porta la sentinella le chiese quale fosse il suo mestiere e che cosa sapesse.
- So tutto - rispose il figlio della fortuna
- Dicci allora per favore - replicò la sentinella - perché si è prosciugata la fontana della piazza...”

Il figlio della fortuna deve dare una risposta, non può fallire. E’ nato con la camicia, non è un uomo comune. E infatti è il diavolo in persona a fornirle la soluzione:
“... nella fontana, sotto una pietra, c’è un rospo; se l’uccidono, riprenderà a scorrere...”.

Il rospo è un animale ambiguo (terra-acqua-aria), viscido, legato ai segreti corridoi del fango. E’ parente delle divinità sotterranee, notoriamente risentite e invidiose. Il rospo ha infatti sulla pelle tutti i colori dell’invidia, del risentimento che brama il rovesciamento del potere regale: il giallo e il verde (si dice giallo o verde di invidia, di rabbia...). Pensiamo alla fontana della vergine di Bergman: il rospo sta dalla parte della donna bruna, violata e risentita, gonfia di invidia per la bella vergine bionda come il sole. Nel rospo si solidifica tutto l’astio e il desiderio di morte di chi desidera possere la bellezza e la purezza concesse ad altri. Non dimentichiamo che le pozioni infernali delle streghe spesso hanno come ingrediente sangue o saliva di rospo!
Il rospo è collegato all’avidità tipica di Ade: la metamorfosi dell’eroe delle fiabe in rospo è quasi sempre una punizione fatale scesa dall’alto a colpire dimostrazioni di avarizia (negare l’elemosina al povero, l’ospitalità al pellegrino...), durezza di cuore, egoismo.

La siccità e il rospo da un lato; l’acqua, l’abbondanza e la fecondità dall’altro.
Il potere buono è, da prima del neolitico, quello che garantisce innanzitutto l’acqua. La regalità è lo splendore del rabdomante, prima certezza del nutrimento e della equa distribuzione delle risorse, la cui natura non può che esserematerna, fluida, acquatica. Il rabdomante è padre e madre dell’ordine sociale fondato non sulla tracotanza di una oligarchia, ma sulla sapiente risposta ai bisogni in cui si gioca il destino dell’intera comunità. In un contesto quindi di “trascendenza”, in qualsiasi senso la si voglia intendere. Magari semplicemente come capacità di andare oltre i confini del proprio ego, degli “affari” biecamente individuali o familiari (oggi diremmo clientelari, mafiosi).
Questa trascendenza è la base della civiltà. L’orientamento storico dell’umanità. Sarà per questo che “il figlio della fortuna” delle fiabe, mentre cerca l’autoaffermazione personale, genera benessere, semina salvezza sul suo cammino, rendendo la comunità partecipe dei suoi successi.
L’archetipo del figlio della fortuna è scritto nella nostra mente e certo è questa la ragione per cui la politica spesso abilmente lo sfrutta. Non caschiamoci. E riconosciamo i rospi che si sanno nascondere sotto apparenze da principe. Riconosciamo anche il rospo che abita in noi e che ha reso possibile un sistema in cui l’acqua, prima di sgorgare vergine dalla roccia, è già stata pesata, comprata, venduta.

venerdì 13 novembre 2009

Incipit di fiabe famose con note: Biancaneve



Un magico pomeriggio d’inverno, mentre la neve copriva con dolcezza il mondo, una giovane regina cuciva accanto alla finestra ammirando il paesaggio. Neri corvi zampettavano nella neve alla ricerca delle briciole che poco prima lei aveva sparso dalla finestra per gli uccelli. Distratta dalla bellezza che la circondava, la regina si punse un dito. Caddero tre gocce di sangue color rubino, spiccando nell’abbagliante chiarore della neve. “Sarebbe bello pensò la regina avere una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue, nera di capelli come i corvi”. Poco dopo la regina partorì una bambina bianca come la neve, gote color rubino e capelli neri come l’ebano. La chiamarono Biancaneve. Purtroppo, mettendola alla luce, la reginamorì.

Una nevosa giornata invernale. Bella ma fredda. La regina è sola e lavora. Lo splendore silenzioso che la circonda la distrae e la regina si punge un dito. Ne sgorga del sangue: tre gocce, per la precisione. Tre, un numero sacro. Magico. Qui non si tratta della semplice puntura di un ago. Le tre gocce di sangue fanno pensare a un sacrificio, ad un dolore accettato nella misura in cui si carica di presagio.
Così è. La vista del sangue suscita nella regina l’acuto desiderio di una bambina che, infatti, viene di lì a poco concepita. Una bambina “pensata” dalla madre, senza nessun contributo da parte del re che non c’è nel momento cruciale in cui la moglie si punge. Biancaneve nasce in un mondo tutto femminile. Il principio maschile legato alla paternità (che sostiene, contiene e protegge) risulta assente.
I colori di cui Biancaneve viene dotata, secondo il desiderio della mamma, hanno ciascuno un significato importante. Bianco è il colore dell’innocenza inerme, dell’infinita duttilità; rosso il colore della regalità, della passione e dell’elezione meritata; nero il colore del lutto, della mortificazione, dell’abbandono. Biancaneve ha in sé tutti questi elementi.
E’ una fanciulla davvero speciale, ma è evidente che il suo destino, sarà costellato di dolore. Ce lo dice quel “rosso come il sangue”, quel “nero come le penne del corvo” che contrastano con la luce innocente del bianco.
Infatti la mamma muore, probabilmente di parto. Non sorprende. Le tre gocce di sangue lo lasciavano presagire. Un sacrificio accettato e consumato sino alla fine. Per mettere al modo la predestinata: Biancaneve. Colei che elaborerà il sacrificio e il lutto, attraversandoli e splendendo infine in tutta la sua immacolata bellezza.

Dopo un anno il re si risposò, scegliendo come moglie una donna bella ma fredda e superba, alla quale non bastava essere bella. Lei voleva essere la più bella, la più bella del regno. Uno specchio magico in suo possesso la rassicurava ogni giorno, rispondendo alla consueta domanda “Nel regno chi è la più bella?” con la solita formula “Nel regno maestà tu sei quella”.

Colpisce che il re, risposandosi, non prenda minimamente in considerazioni le virtù interiori della nuova sposa. Freddezza, superbia, vanità sono gravi difetti. Eppure al re non devono sembrare tali. La bellezza della nuova moglie, l’immagine sociale di successo e di sterile perfezione che proietta intorno a sé (gli uomini importanti sposano donne belle, no?) lo appaga completamente. Anche lui è un uomo freddo e vacuo. Non c’era quando Biancaneve è stata concepita. Neppure quando la sua prima moglie stava davanti alla finestra sola, con l’unica compagnia dei pensieri. L’ha dimenticata in fretta e non si è curato di dare alla figliola una vera madre. Il dramma di Biancaneve si consuma in un mondo in cui il principio maschile è assente. Suo padre è davvero l’ “assente inaccettabile” di cui parla Risè. Lui solo potrebbe salvare Biancaneve, proteggendola, e magari guarire la cattiva regina dal suo narcisismo, ricordandole ad esempio che nessuna creatura può sottrarsi allo scorrere del tempo. Meglio ancora potrebbe sposare una donna dal cuore più dolce, capace di dare a Biancaneve tutta la tenerezza di cui ha bisogno. Ma il re probabilmente non sa cosa sia la tenerezza. E Biancaneve è sola davanti alla regina.
La nuova regina ha uno specchio. Forse è una di quelle persone (uomini o donne) per le quali tutto il mondo è uno specchio. Ogni cosa esiste unicamente per confermare la loro bellezza, il loro valore, la loro misura. E ovunque posino lo sguardo domandano “sono bella?”, o meglio “sono la più bella?”. Bella non basta a questi cuori affamati. Non mette al riparo dal confronto, dalla possibilità di una sconfitta. Troppa paura dietro questa arroganza.


Ma col passar del tempo le cose mutarono. Biancaneve aveva raggiunto i sette anni e si era fatta talmente graziosa che un giorno lo specchio fatato dovette dare alla regina una risposta diversa: “Regina ancora bella sei tu ma Biancaneve lo è molto di più”.
La regina divenne verde e gialla d’invidia. Prese in odio Biancaneve al punto da non avere più pace. Chiamò perciò un cacciatore al quale chiese di prendere con sé la bambina, portarla nel bosco e ucciderla. A dimostrazione della sua fedeltà l’uomo avrebbe dovuto portarle i polmoni e il fegato di Biancaneve.

La bellezza della bambina ha superato quella della matrigna. Lo specchio lo rivela alla regina, spietato e senza tentennamenti. E’ uno specchio crudele come sa esserlo a volte la verità.
Due figure femminili si confrontano. L’una di fronte all’altra.
Da un lato c’è una fanciulla bianca, rossa, nera: colori contrastanti di un’iniziazione sofferta, una sorta di configurazione astrale in cui luna, sole e saturno si congiungono. Dall’altro il verde e il giallo, colori che nel Medioevo venivano utilizzati accostati per indicare i sovvertitori dell’ordine, rei e devianti. Non si tratta dell’hildegardiano “verde”, meraviglioso principio di vitalità. E’ il verde del bilioso presso il quale la vita s’ingorga e ristagna. E il giallo non è quello oro, scintillante e solare, ma un giallo sporco, asfittico, opaco.
Il confronto, che finora la regina aveva voluto sicura della propria superiorità, ora si volge contro di lei. Il confronto è diventato affronto. La regina non lo può sopportare. Accettarlo significherebbe rompere il guscio del narcisimo. Riattingere alle fonti della propria sensibilità. Soffrire, scoprendo la propria vulnerabilità. Ammettere, magari, di non essere mai stata veramente amata. Proprio lei, che pensava di avere avuto gli amanti migliori, i più devoti…
Una possibilità che la regina non vuole prendere neanche in considerazione. Ne scaturirebbe un dolore tropo grande. Il narcisismo l’acceca.
Biancaneve deve morire. Nel modo più cruento, come una bestia. La vocazione sacrificale di Biancaneve viene confermata dall’immagine degli organi interni che la regina domanda come prova, figura sinistra di aruspice che scrutando le viscere dell’animale sacrificato, cerca la conferma dell’ evitato pericolo. Non sia mai che qualcuno la superi in splendore.
La regina non capisce che non si può confrontare, misurare lo splendore, la bellezza delle creature. Perché lo splendore è qualcosa che compete all’essere non all’avere. Difendendo ciecamente la superiorità della propria bellezza come una “cosa” la regina comunque si destina alla sofferenza. Il confronto è sempre squalificante quando pretende di valutare le persone nella loro interezza. Chiunque vinca.


Il cacciatore però non ebbe il coraggio di uccidere Biancaneve. La condusse, è vero, nel bosco. Ma, di fronte al pianto spaventato della piccola che lo vide estrarre un coltellaccio, disse: “Va piccola, corri. Ucciderò un cinghialetto e porterò alla regina i suoi polmoni e il suo fegato. Lei non si accorgerà dell’inganno”.
Dentro di sé l’uomo pensava con tristezza che la fanciulla, poveretta, presto sarebbe finita in pasto a qualche belva feroce del bosco. Era sollevato però di non essere lui il suo assassino.

Il cacciatore abitualmente uccide per vivere, per questo la regina pensa di poter contare su di lui. Ma diverso è uccidere per vivere dal farlo per pura malvagità. Il cuore del cacciatore non ha del tutto smarrito il senso della tenerezza. Ha dentro qualcosa di morbido che Biancaneve riesce a toccare.
L’uomo pensa che il suo gesto probabilmente non varrà a salvare Biancaneve. Il bosco è pieno di pericoli. Tuttavia si assume il rischio di disobbedire alla regina, contando sulle proprie conoscenze. Ucciderà il cucciolo di un animale poderoso: cuore e fegato avranno le dimensioni giuste. La tecnica, il mestiere possono talvolta fornire uno scudo sufficiente alle arti magiche della distruzione. Ogni lavoro ha una sua bontà (un mettere ordine nel caos) che può salvare l’anima.
Il cacciatore è un buonuomo, certo non un eroe: non combatte a viso aperto il male, però neanche l’avvalla. E’ il soldato che non getta la bomba sul villaggio innocente. Il primo timido passo sul sentiero della salvezza.
La vita di Biancaneve(futura regina) viene scambiata con quella di un piccolo cinghiale. Ancora un sacrificio. Un innocente che paga. E’ il marchio della storia, impresso con il fuoco da tempi immemorabili.

martedì 10 novembre 2009

incipit di fiabe famose con note: Rosaspina



Rosaspina e la tredicesima fata

C’era una volta un re e una regina che desideravano tanto un bambino. Ma il bambino non veniva mai. Un giorno però, mentre la regina faceva il bagno, saltò fuori dall’acqua una rana che le disse: “prima che si compia l’anno darai alla luce una figlia”.
La figlia nacque ed era “tanto bella che il re non capiva in sé dalla gioia e ordinò una gran festa”. La bambina fu chiamata Rosaspina.

Rosaspina, un nome in cui bellezza e regalità si mescolano stranamente a dolore, ostacolo, impenetrabilità. Un nome che è un destino, fissato ( con un po’ di sadismo mi sembra) dai genitori, più consapevolmente dal padre. La madre rimane infatti sullo sfondo, una figura scialba che si limita a desiderare un bambino, ma è talmente poco consapevole della sua corporeità e del legame che la unisce alla creaturina concepita da aver bisogno dell’intervento soprannaturale di una rana (animale freddo e anfibio, “tra i due mondi”) per prendere coscienza del proprio stato.
Ma che dire del padre, il quale provvede a celebrare una festa solo dopo aver ottenuto la certezza delle qualità estetiche della figlia. Poiché era bella, poiche era di per se stessa, oggettivamente amabile (al di là di ogni ubbio) il re decise di dedicarle una festa.
C’è da chiedersi: se non fosse stata così bella? Se Rosaspina covasse per il futuro, come ogni essere umano, un lato spiacevole, poco addomesticabile magari, istintivo, lontano dall’etichetta della sala del trono, che ne sarebbe di lei? La festa verrebbe annullata?


Il re non invitò solo i parenti e gli amici ma anche le fate perché ciascuna recasse in dono qualcosa di speciale alla bambina. Nel suo regno vivevano ben tredici fate, ma, possedendo soltanto dodici piatti d’oro per il pranzo, il re non invitò la tredicesima.
La festa fu davvero magnifica e quando stava per concludersi le fate decisero di svelare quali meravigliosi doni avevano in serbo per la piccola, benedicendola ed accrescendo in lei bellezza, bontà, intelligenza…
Prima che la dodicesima fata si pronunciasse, giunse però improvvisamente la tredicesima, terribilmente irata per l’offesa ricevuta e decisa a vendicarsi.

Il destino di eccezionalità di Rosaspina è fissato dal padre, che evidentemente desidera molto dalla figlia. La sua bellezza non è sufficiente. Deve avere di più: virtù, intelligenza, ricchezza, una dose ancora maggiore di bellezza… per questo invita le fate.
L’amore paterno si accompagna sempre all’ambizione, si sa. Anche la mobilitazione delle forze magiche attraverso l’invito può essere il gesto apotropaico di chi desidera garantire alla propria figlioletta una superiore protezione dal male. Ma qui qualcosa non quadra: il re trascura di convocare una fata, che, si sa, non sopporta le offese. E’ infatti la tredicesima e il tredici è un numero particolare, simbolo della trasformazione e del processo di individuazione e di differenziazione (va oltre il dodici, primo grande numero della totalità) ma anche della morte e del tradimento (l’ultima cena vede la presenza di tredici commensali). Tredici sono i mesi dei calendari lunari, femminili, notturni, e la morte costituisce la tredicesima carta dei tarocchi.
Il padre avrebbe insomma dovuto fare un po’ di attenzione, magari procurandosi un altro piatto da pranzo. Questo padre cova in sé qualcosa di scorpionico, punge con la coda: sarà per questo che non ha abbastanza piatti d’oro: l’ombra che lo abita sotterraneamente limita la sua magnanimità (la natura augusta del potere regale, quella che fa crescere, nutre) e il suo splendore. La fata infatti non si sente solamente umiliata. Esclusa dal banchetto, è anche affamata, e la fame, si sa, rende cattivi, ciechi, insensibili, incapaci di sentire le ragioni e il dolore degli altri.


“ A quindici anni la principessa si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta”: pronunciate queste parole di maledizione la tredicesima fata lasciò la sala per sempre. Ed ecco, tra la gente pallida di terrore, si fece avanti la dodicesima fata, la cui magia non era in grado di annullare il decreto crudele appena pronunciato, ma poteva contenerlo, addolcirlo: “Rosaspina non morirà, cadrà soltanto in un sonno tanto profondo che durerà cent’anni”.

La maledizione della tredicesima fata è diversa da quella che pronunciano generalmente le streghe. Esprime una rabbia tanto fredda da poter attendere anche 15 anni la sua soddisfazione. E’ la rabbia di certi animali mitologici, che uccidono, con lo sputo o con il semplice sguardo a distanza. La vendetta è un piatto che si serve freddo e anche la tredicesima avrà il suo pranzo. Non trasforma la bambina in un rospo, non la pietrifica all’istante.
Chissà perché…Per un eccesso di malvagità? Vuole colpire la fanciulla quando è in fiore, pronta ad affacciarsi alla vita rigogliosa e impetuosa dell’amore? Oppure non può fare diversamente? E’ possibile che l’infanzia con il suo inerme candore costituisca un guscio protettivo che la sua maledizione non può penetrare?Può essere che la fata non sia poi così malvagia e non osi infierire sui bambini. Forse, è solo una povera fata umiliata,“trascurata”, condannata a vivere in mezzo all’oscurità anche nel giorno meraviglioso del “riconoscimento”, dell’epifania della bellezza.
Ed ecco farsi strada la dodicesima fata, la fata della convivialità (la tavola meglio imbandita e più lieta è quella che prevede dodici commensali, la Tavola Rotonda dei cavalieri di re Artù ad esempio). Lei non è terrorizzata, cammina sicura tra la folla degli invitati inebetiti. Ha la regalità che al re ed alla regina (la grande assente!) manca. E’ anche intelligente. Non cerca di combattere invano contro la cattiveria della sua collega. Accetta il destino della sua protetta, ma vi introduce due elementi nuovi: la speranza ed il tempo.
Cent’anni sono lunghi, ma non sono eterni. Dando un tempo la dodicesima fata dissolve l’atmosfera tragica evocata dalla tredicesima.
Nella tragedia infatti si parla per assoluti. Il tempo è quello del sempre, del mai, del mai più. Una mortale rigidità cristallizza le esistenze e raggela qualsiasi cambiamento.
La dodicesima fata la scioglie semplicemente “dando il tempo”. E col tempo il ritmo, la musica. La vita insomma.

giovedì 5 novembre 2009

Fiabe in versi


Novembre, mese imbevuto di magia. L'aldilà ci soffia sul volto e la vita sta come sospesa.
Mi sembra il mese ideale per riflettere sull'immaginazione, sulla fantasia (immaginazione senza briglie). Sulle fiabe.
Riflettere si può fare anche in versi.

la bambina che amavi
la bambina che amavi
è rimasta indietro nel sogno

non soffre però fa la guardia al
selvatico e tesse
scialli d’ortica per i fratelli

l’arcigna li volle bestie
ma la bellezza
fu più forte di ogni incanto

furono cigni
sopra specchi d’acqua
fini vascelli dello splendore

ora la luna si ferma sul lago
fissa
le cose d’argento
dona il suo cuore ai fedeli d’amore

la bambina scende
con le sue mani gonfie
uno per uno nomina gli uccelli
ha pronti dodici mantelli
(a chi importa
se sono del filo delle ortiche?)

la ragazza che l'impuro fuggì
la ragazza
che l’impuro fuggì nella bara
e lì a lungo rimase
dimenticandosi
veniva da anni di fiaba
(per questo fu tanto savia)

conosci la storia?
inseguita da uno spirito immondo
(da uno che odiava e fiutava
l’odore del sangue
finanche nei boccioli
di biancospino)
lei si rifugia nella morte
(ma calda
di legno)
e si salva

io non avrei saputo fare tanto
domandare a una cosa
(alla materia gentile del Cristo)
la salvezza il regno dei vivi
è osare molto (non trovi?)

lo fa chi una volta da scalza
ha marciato sui fiori- sovrana

sconfinai nella stanza proibita
sconfinai nella stanza proibita
dove ogni cosa era bianca
dove la vecchia filava
fiori di lino
cantando

la sua bocca sdentata
era un antro di ninfe
io vi trovai
la liquirizia del sogno
toccai con l’indice
il mondo oltre l’ombra
ebbi cent’anni di conoscenza.

Cavalieri del roveto
uno solo avrà il sentiero
non restate
sulle spine...

vengono di notte
vengono di notte
lasciano le porte socchiuse
segnano le soglie ma non entrano

povere raccoglitrici d’insalate
ragazze maritate all’orco
tutte amate
una notte soltanto

che ne è stato domandano
che ne è stato della minore fra noi
della sorella che dà il vino e l’orco
addormenta
(sono anni che la si attende)
dove sei sorellina perché non vieni
adesso chi ci salva chi
finisce la storia chi taglia
il filo di sangue che lega
ai fatui fuochi dell’ombra
chi apre la porta insomma
della stanza numero tredici?

Povere sorelle
come siete sfortunate
la minore fra voi
ha scambiato radici di cicuta
per cicorie e ora va
nelle visioni
come un ragno nell’alba
trova il cuore di vetro dell’orco e
non lo rompe vi si specchia soltanto
trova immense sale voragini di scale e voi
non trova
chiamarvi dovrebbe ma i nomi
le fuggono ad uno ad uno dalle labbra
come uccelli impazziti
sopra un lago
ammorbato dall’aria

Vengono di notte
lasciano le porte socchiuse
si disperdono
al canto del gallo

venerdì 23 ottobre 2009

Il fanciullo con la lente e la scienza


Candore e meraviglia del bambino che va con la sua lente di ingrandimento a caccia di rane, insetti, foglie, piume.... Fascino del piccolo che rivela le sue minuzie segrete: timide antenne, arabeschi vegetali, gemme di brina.
Molto tempo fa immaginai che la sete di conoscenza dello scienziato sgorgasse proprio da lì: dal bambino con la lente. L’uomo di scienza come un fanciullo imprigionato nell’ambra chiara della meraviglia e come tale immortalato. L’uomo insomma innamorato del piccolo, caleidoscopio della grandezza.
A scuola scoprii che non era così. Il percorso dell’uomo di scienza dell’età moderna parte sì con il passo leggero della danza, in un tripudio di suoni festosi. Ma presto, troppo presto la cadenzata leggiadria dei passi degenera nei ritmi fatali, inarrestabili della marcia: un passo dopo l’altro, un passo dopo l’altro. L’attenzione alle minuzia si fa senso esasperato del particolare, oltre il quale c’è un altro particolare e poi un altro. La miope analisi, il nozionismo che del sapere fa un bagaglio (quello culturale, che piace ai papà degli studenti liceali) trionfa, rinunciando al grande, allo spirito generoso e sublime del Tutto. Soltanto un passo dopo l’altro. Avanti, avanti...verso cosa, verso dove, non si sa. Conta solo progredire, fare un passo, ancora uno. E poi, chissà...
La medicina si specializza diramandosi intorno agli organi o alle patologie: tanti, troppi estuari in cui il sapere langue e muore. La biologia incappa nelle cellule e lì resta, stralunata come i paladini di Francia nel palazzo di Atlante: inseguendo un’unità fatta di briciole che, appena sfiorata, si disfa. La Fisica e la chimica braccano Dio nell’atomo. La genetica nel DNA.
Proprio Dio, dai nomi arcani, impronunciabili, intorno al quale migliaia di gnostici si sono invano alambiccati; Dio, sfuggito alle fini astuzie di tanti agguati, dovrebbe concedere una sua bella fotografia, possibilmente formato tessera. Piccola, come l’orizzonte dell’uomo di scienza dei giorni nostri. Colui che ha abbandonato la lente di ingrandimento (capace di ingigantire il piccolo senza perdere la cornice del Tutto) saldandosi addosso il microscopio da laboratorio. Fonte di meraviglia e di diletto intellettuale inzialmente, scaduto presto nella fissità della maschera. La maschera di Dart Fener ovviamente.

martedì 20 ottobre 2009

Nuove figure di Endimione. _La tenerezza



Fa tenerezza il somalo di 32 anni che due giorni fa è stato sorpreso “tra le braccia di Morfeo”, nell’appartamento in cui era entrato per rubare, comodamente sdraiato sul divano. Gli agenti della polizia lo hanno trovato così, con l’esperessione beata di chi naviga a piene vele nel mondo dei sogni.
Intontito, o meglio, “addolcito” dal vino, sostanza ipnotica, notturna, fatale, Endimione non ha resistito al richiamo del riposo e alle seduzioni della Luna, goduta per qualche ora alle spalle dei ricchi e preferita a un vile bottino in denaro o gioielli.
“Matador tranquillo” nostalgico del grembo, il "topo d’appartamento" è stato svegliato dagli agenti che ovviamente gli hanno chiesto i documenti. E lui, con le idee ancora impastate dal sonno, ha obbedito quieto, esibendo infantilmente il provvedimento di espulsione. L’ultimo commovente istante da bambino: simpatico birichino che, mostrando la lingua sporca di mirtilli, si autodenuncia: “sono io, proprio io, il ladro di marmellata”
Arrestato e rispedito a casa ovviamente.
Chissà che non ne avesse tanto desiderio anche lui, in fondo. In quella zona oscura, inconscia, dove si formano le nostalgie e le brame segrete.

Vie della tenerezza, siete infinite. Non meno di quelle della provvidenza. E altrettanto ricche di sorprese e di sotterranei insegnamenti.
Parola di Endimione.

domenica 11 ottobre 2009

La mamma di Auschwitz e la tenerezza



“...Una donna, con il petto scoperto, allatta il figlio. Finisce nel fuoco con il bimbo al seno. Una sorsata di latte materno fino all’eternità.”
E’ solo una delle immagini tremende dell’incipit grandioso e sconvolgente de Il farmacista di Auschwitz di Dieter Schlesak. E’ l’immagine che mi ha colpito maggiormente, forse perchè mi riporta alla tenerezza, forse perché possiede la potenza espressiva dell’ossimoro: ostinata, eroica, nobilmente vana affermazione di vita, e del dare la vita, nell’attimo estremo dell’annientamento.
E’ un’immagine di tenerezza, benché particolarissima. Sublime, con quel tanto di terribile che il sublime ha in sé. Tenerezza inchiodata nel legno della croce dalla ferocia tutta umana e cosciente (niente natura matrigna, niente pestilenze frutto dell’ignoranza e dell’incuria), benché oscura nelle sue cause e nei suoi disegni.
Ho letto da qualche parte che, fra i fanciulli, i futuri bulli si possono individuare mediante test in grado di misurare la capacità personale di indovinare i lati nascosti (numero, forma, colori ...) di una figura solida, per esempio un cubo, sulla base delle caratteristiche osservabili sui lati visibili. I candidati al bullismo esibiscono insufficienti capacità di tipo immaginativo: non riescono proprio a visualizzare mentalmente quanti siano i lati non visti, di che forma e colore ecc. L’immaginazione carente manifesterebbe, secondo gli psicologi ideatori del test, una generale difficoltà a percepire o a interpretare correttamente realtà non identificabili immediatamente attraveso i sensi, quindi tutta la sfera emozionale, i sentimenti... Il bullo non si sa identificare nelle sofferenze altrui perché non le immagina, e non immaginandole non riesce “sentirle”: la sim-patia non ha luogo. Senza sim-patia nessuna tenerezza per il più piccolo e il più debole. Resta soltanto il desiderio di sopraffazione. Spinta alle sue estreme conseguenze la sopraffazione diventa profanazione: offesa arrecata all’intimità sacra dell’altro, laddove tutto di lui si fa “persona”.
Penso alle donne, costrette a denudarsi e poi ad assistere allo spettacolo di migliaia di corpi gettati ad ardere nel fuoco.E questo per poterle osservare, “ per vedere il loro orrore abissale” prima di “finirle con un colpo di pistola e spingerle nella fossa”. Nude, inermi, bestiole da offrire in pasto all’orco, quello che ha bisogno di succhiare le emozioni dallo sguardo altrui per poterne sentire il sapore, non essendo più in grado di provarne. Bullo al milionesimo grado e non più uomo.
La donna di Auschwitz, precisa l’ebreo Adam che è stato “là”, non si cura di coprire il petto. A che scopo? Ogni pudore è già stato violato.. Non è rimasto più nulla da difendere. Il nemico ha preso la città e il tempio, ha distrutto gli altari e violato la vestale.
E tuttavia la donna di Auschwitz non cede, fedele alla sua essenza fino all’ultimo. La sua ostinata tenerezza batte la mortifera distanza del selezionatore che la destina al rogo opponendo ad essa la fluida circolarità del seno che offre e prende vita.
E poi, che la violenza del persecutore e l’ingiustizia prendano pure il sopravvento. E’ già successo. Succederà ancora.
“Che moga figlio e mate
d'una morte afferrate,
trovarse abbraccecate
mat'e figlio impiccato!»

venerdì 9 ottobre 2009

Anima celtica: reading di poesia e musica



*Domenica 11 OTTOBRE 2009 ore 11.45*
*A Cerchiate frazione di Pero (Mi), in piazza*
nell’ambito della rassegna “Leggere in tutti i sensi”
leggeremo poesie tratte dalla raccolta
*Il rosaio d’inverno
alternate a brani folk e blues eseguiti dagli Healers:
Dimitri De Franciscis – chitarra e basso
Clay Gatti – sax e armonica
Alberto Della Vedova – tastiere
Isabella Fusè e Valter Binaghi – canto

lunedì 5 ottobre 2009

Un cuore di carne, la tenerezza



Luce argentata sopra il frutteto. Un silenzio irreale tiene sospesa la terra nello spazio.
Dall’erba alta cresciuta sotto il fico viene un ciakciak pieno di dolcezza. Qualcosa di piccolo, alieno, antico, fissa immobile il mondo con occhi velati di mitezza, e intanto... ciakciak, mangiucchia la polpa di un frutto caduto, facendo un rumore soffice e primordiale. Dell’Essere se ne sono dette tante (è rotondo, sovrabbondante, si nasconde...): nessuno mai l’aveva ancora definito commestibile. Eppure stasera l’Essere è morbida pappa. Parola di porcospino.
Non si è spaventato di me, non si è rannicchiato a palla: forse ha sentito che non avevo alcuna intenzione di fargli del male. Ha sentito la mia tenerezza per lui (o per lei, chissà), l’ultimo degli innocenti.
Tenerezza, sentimento obliato, di cui si sa ancora qualcosa nel mondo segreto racchiuso fra le pareti domestiche. Sentimento socialmente morto. Incompreso. Mal praticato da uomini troppo occupati a guardarsi addosso, a cercare il grande. Troppo digiuni del piccolo, per il quale, fuori dall’infanzia (che purtroppo finisce sempre più in fretta) non c’è più interesse. Ma senza l’esperienza del piccolo, senza il candore che dal piccolo emana, il cuore si fa di pietra. E tutti ci troviamo nella condizione del profeta che prega: “cambiami Signore il cuore di pietra e dammi un cuore di carne”.
Un cuore di pietra è la peggiore delle maledizioni: un cuore di pietra è destinato a morire di fame e di sete. Nulla può bastargli né può apparirgli sufficientemente bello, degno di essere amato. Perchè un cuore di pietra non si lascia penetrare dalla rugiada della bellezza e non si lascia attraversare dallo splendore che l’essere emana. Leopardi ne ha denunciato tutto il raggelante potere, fondamento affettivo del nichilismo. Ma neppure lui ha potuto liberarsene al punto da riuscire ad approdare alla tenerezza, un sentimento che la glaciale Adelaide gli aveva negato.
La tenerezza risulta poco o quasi per nulla rappresentata nell’arte e nella letteratura degli ultimi due secoli. La madre di Cecilia la evoca, ma con quanto strazio! E in pittura non va meglio, anzi: le madonne con bambino hanno un che di luttuoso e morboso che lascia disorientati. Come se l’arte contemporanea avesse scelto di oscillare tra il soggettivismo impressionistico, il vertiginoso dinamismo futuristico, l’implacabile sguardo della dissezione cubistica: troppo chiuso in se stesso il primo e troppo veloce il secondo, troppo freddo e cerebrale il terzo per potere percepire e soprattutto amare il piccolo davanti a sé. L’arte contemporanea, dal punto di vista della tenerezza, sembra uscire dalle mani di Erode. Con alcune importanti eccezioni: molta arte naive di provenienza slava e francese, molta arte etnica, fra i pittori Chagall e Rousseau il doganiere ad esempio.
Non manca la tenerezza nei versi dei nostri poeti, ma raramente in quelli che vengono ricordati e più spesso citati. Come si trattasse di un sentimento minore: l’ultimo dei fratelli, quello che veste la roba usata lasciata indietro dagli altri e nelle foto di gruppo sta in fondo Mai abbastanza elegante da comparire nelle occasioni speciali.
Le stesse scrittrici spesso cercano di evitare la tenerezza: troppo connessa all’essere madre, all’intimità del contatto e all’umiltà della carne. La tenerezza, la cui radice ten rimanda al tendere e al tenere (e ricorda il tendersi nell’abbraccio, come il tenere, il custodire presso di sé ciò che viene ritenuto degno di essere conservato, il tenerci, la cura), è infatti gemella dell’umiltà, virtù che non a caso tutte le culture religiose del passato hanno riconosciuto come centrale e forse l’unica in grado di fondare un’etica dell’amore.
Concludo questa prima riflessione sulla tenerezza con una poesia di Eugenio Montale, compito finché si vuole ma non immune alla pudica seduzione del piccolo:

A pianterreno
Scoprimmo che al porcopsino
piaceva la pasta al ragù.
Veniva a notte alta, lasciavamo
il piatto a terra in cucina.
Teneva i figli infruscati
vicino al muro del garage.
Erano molto piccoli, gomitoli.
Che fossero poi tanti
il guardia, sempre alticcio, non n’era sicuro.
Più tardi il riccio fu visto
nell’orto dei carabinieri.
Non c’eravamo accorti
di un buco tra i rampicanti.

(Satura II, Tutte le poesie, I Meridiani, Mondadori)

giovedì 24 settembre 2009

nomi che fanno soffrire


Tarquinio. Un nome illustre ha detto la maestra, “perciò bambini non dovete ridere”. Ci son di mezzo gli etruschi e anche un pezzo di storia di Roma. Cosa sarebbero i romani senza gli etruschi? Poco. Hanno inventato le cloache, e l’arte aruspicina. Che cos’è? E’ l’arte di leggere il futuro nelle viscere degli animali. Nel fegato ad esempio. Non ridete sciocchini.
Nome importante nome ingombrante. Non ti sei mai riconosciuto. Abituato sì, con gli anni. Come ad un brutto naso. Lo si porta di necessità. Senza amarlo.
Quei suoni duri, fatti di spigoli. Consonanti opache, ottuse, t-r-q, rintoccano una dopo l’altra come campane a morto. E’ una condanna. L’esilio da te stesso, dall’unica parola che ha la pretesa di definire la tua essenza. Guarda come sei, dice “Tarquinio”. Irto di ostacoli. Spigoloso, ingombrante. Sorpassato.
E tu invidi i Luca, i Simone, i Danilo…perché i loro nomi scivolano via dolci e mansueti come trote iridate nel fiume. Cerbiatti che corrono alla fonte. Destinati all’amore. Ignari e felici. Ridono beati ad ogni appello, soprattutto quando, al numero tredici dell’elenco, spunta Tarquinio.
Perfino la maestra sotto sotto ci ride. Sa che il nome l’ha scelto la mamma. E alla maestra, ci scommetti, la tua mamma non piace. Troppa eleganza. Troppo profumo. E quella ridicola pretesa di discendere dagli etruschi. Di essere diversa. Forestiera. Con qualcosa di più che invece, per te, è molto molto di meno.
Tu insisti che Nino ti chiami. Tarquinio è solo il nome sulla carta. Ma anche la maestra insiste, Tarquinio. “Che dirà la mamma se ti chiamo Nino?”.
Perfida. Strega. Manico di scopa e labbra di latte cagliato.
A te piaceva più l’altra insegnante, quella della A. Grandi tette materne e fard sulle guance. Un’Heidi matura, vagamente obesa. La voce come un pasticcino. Chissà se si lascia mangiucchiare qualche volta…I suoi alunni sembrano migliori. Più buoni.
Un giorno durante l’intervallo ti trovi a rosicchiare una renetta triste e asciutta sopra una panchina. Merenda alternativa offerta dalla cooperativa Solevinci al posto della fiesta. Accanto, una bambina di seconda, occhioni verdi contemplativi. Si chiama Amalasunta, poveraccia.
“La mamma è convinta di discendere dagli ultimi ostrogoti. Mio fratello grande infatti si chiama Totila. Lui fa il liceo e dice che mamma è stupida perché gli ostrogoti sono stati tutti ammazzati. Dai bizantini mi pare. Non ne è restato neanche uno. Ma mamma non ci crede.”.
Ti dicono che uno di quarta si chiama Lenin. Lenin è strano però non è male. Vuol dire che sei comunista, può starci. Comunista va bene, ma etrusco... Dicono che Lenin è un tipo tosto. Scommetti che quando la maestra fa l’appello e arriva al piccolo Lenin nessuno ride.
Decidi di aspettarlo alla fine delle lezioni, sul portone. Vuoi vederlo per sapere com’è uno che si chiama Lenin. Ma soprattutto come si fa a essere tosti chiamandosi Lenin.
Lui arriva, ti guarda e capisce. E’ più grande di te, più in gamba. Non più alto però. Anzi, è minutino, una specie di furetto dai canini piccoli e sapienti. Intelligente anche, si vede.
“Sono io Lenin” dice “Volevi conoscermi?”.
Tu stai per scappare ma lui ti afferra per un braccio. Vuole soltanto che resti con lui a suonare le sbarre della cancellata di ferro della scuola con un bastone. E’ divertente in effetti, suoni una specie di xilofono. Lenin racconta che suo padre voleva addirittura chiamarlo Mao di secondo nome. L’impiegato del comune però si è rifiutato. E poi, abbassando la voce, ti confida che sua nonna l’ha battezzato di nascosto, in cantina, con l’acqua benedetta di Lourdes. Battezzato Giuseppe, col nome del nonno.
Tu vorresti dirgli di come ti casca male addosso il tuo nome. Un abito vecchio troppo pesante. Ma non ci riesci. Chissà perché, non riesci mai a parlare di te.
Il piccolo Lenin intanto non ha nessuno che lo aspetta a casa. Genitori operai, in tessitura tutto il giorno. Invece tu hai la mamma, casalinga colta e benestante. Dopo un po’ arriva trafelata e arrabbiata e ti chiama Tarquinio un migliaio di volte. Vergogna vergogna vergogna, senti di odiarla.
Lenin rimane a guardarti divertito e perplesso. Poi se ne va via fischiando, libero come un uccello. Trasgressivo come vorresti essere tu.
Ma uno che si chiama Tarquinio non può avere lo stesso destino dei Lenin.
Un Tarquinio se ne va nella vita accigliato e introverso, con un ciuffo scuro che sbatte sulla fronte come uno schiaffo. Sfiora le cose senza farsi notare. E quando ama lo fa col cuore rattrappito esangue di chi presto, lo sa, verrà a noia. Perché un Tarquinio pesa più di qualunque altro.
E a te la cacciata dei Tarquini dice fin d’ora molto di più che ai tuoi compagni. Loro ne ridono soltanto con la lingua macchiata d’inchiostro, sbirciandoti incoscienti e cattivi. Tu resti a guardare la pagina illustrata a pagina 52 del sussidiario. L’ultimo Tarquinio fugge inseguito dalle spade brandite dai romani. Estromesso per sempre dal regno. Ramingo in eterno oltre il confine.

venerdì 11 settembre 2009

Racconti dello specchio - "Quella".



Nel reparto di endocrinologia la chiamano Titti, come l’uccellino. Una volta era bella come un fiore, adesso è tutta negli occhi. Occhi enormi, scuri, capaci di inghiottire il mondo. La vita (e la fame) si è ritirata lì. Il resto sono ossa e pelle: 28 chili su un metro e settanta.
Oggi sta seduta sul letto, subisce le prediche di Olga, una compagna di camera che la sprona a mangiare. E’ un donnone di 140 chili, messi su a forza di cannoli alla crema e marrons glacés ingurgitati davanti alla televisione. Per dimenticare brutte storie del passato, dice.
Olga fissa perplessa le braccia di Titti martoriate dagli aghi delle flebo: “Io sì che al tuo posto saprei rimettere su peso, ho già in mente dove: una bella pasticceria del centro di Varese”. Lentamente, e non senza fatica, sistema la biancheria dentro l’armadio, che ha un’anta a specchio interamente occupata dal suo corpo. Ma scivola un’ombra in corridoio, Olga si tira indietro per osservare meglio: “Mi sembra un mio parente”.
E’ in quell’istante che Titti coglie l’immagine dentro lo specchio e sobbalza inorridita. Mio dio, chi è “quella”?

Chi è “quella”?! Ma,Titti...!
Semplicemente, ti stai vedendo come ti vedono gli altri. Come ti vedono tutti ogni giorno, tranne te. Adesso sai. Il tuo sguardo ti ha preso “a tradimento”. Pensavi fosse un’altra e per questo, solo per questo, non sei giunta a specchiarti già cieca.
Ti è capitato, non lo dici a nessuno. Gli altri non sanno che sai. Sarà il tuo segreto.

martedì 8 settembre 2009

Racconti dello specchio


Alzarono lo specchio in cima alla collina. Operai con addosso tute gialle portarono sui camion pezzi di specchio e scale. Uomini vestiti di bianco bisbigliarono guardinghi pochi secchi ordini, e gli operai eseguirono senza fiatare. Lo specchio fu montato e fissato con grosse funi nel giro di una settimana. Poi gli operai e gli uomini vestiti di bianco se ne andarono. Rimasero soltanto alcuni militari in uniforme: fumavano e tacevano.
Io fui il solo a rimanere fuori dal raggio dello specchio, a parte quelli sulla collina naturalmente. L’unico a rimanere intatto. Fedele alla sua forma.
Avevano rastrellato la serra da cima a fondo per sei lunghi giorni; scovato e incatenato i pochi refrattari: guardiacaccia, allevatori di capre, apicultori... gente che un’antica solitudine aveva reso strana e selvatica. Gente con cui avevo trascorso le sere davanti alle stelle. Gente che amavo.
Me, per fortuna, non seppero prendermi. Troppo astuto per loro, conoscevo la foresta palmo a palmo.
Per prima cosa confusi il mio odore avvoltolandomi nel fango come fanno le bestie che si sanno braccate. Poi mi acquattai sotto le felci cresciute sul torrente, nel punto terribile in cui l’acqua si getta con rabbia di lupo sopra le rocce.
Scampai alle guardie e ai cani, che mi latrarono addosso senza vedermi, senza sentirmi.
Io invece vidi e sentii tutto. Dapprima senza capire, poi...
Poi ogni cosa fu chiara.

Vidi la valle nello specchio come non l’avevo mai veduta: alberi e prati di un unico colore livido, simile a quello del lago d’inverno. I rami dei faggi rattrappiti, gli uccelli ridotti a schegge scure gettate nel cielo cavo.
Ma il peggio furono gli uomini. Alzavano sull’orizzonte volti deformati da un ghigno che una volta era un sorriso. Vagavano con le schiene piegate, costrette perpetuamente a un inchino. Mani quadre negate alle carezze frugavano nel fango. Li seguivano donne istupidite e squallide: alcune secche, col mento adunco e gli occhi a spillo. Altre gonfie, dondolanti sui piedi come tacchini, oscene.
Dapprincipio fu il terrore, la disperazione, l’angoscia. Alti gridi a spezzarono l’aria che si era fatta densa e tragica. Qualcuno cercò di capire, qualcuno osò ribellarsi. Cos’era accaduto? Che ne era stato della bella valle, e degli alberi, degli uccelli, delle donne che cantavano pettinandosi i capelli?
Ma ciascuno vide la sua immagine riflessa nello specchio e cadde a terra piangendo. Quello era lui. Quello era i figlio. Quella la donna che amava. La bellezza di un tempo era sogno, sogno. E questo invece il più atroce dei risvegli.
Passarono i giorni, i mesi, gli anni. Il tempo limò il dolore e mescolò la sua polvere al sangue. Le ferite si chiusero, benché malamente, e ovunque si fece silenzio.

Io restai in disparte a guardare il mondo nello specchio. Un mondo in cui fortunatamente non c’ero. Vidi quello che gli uomini erano diventati. Perennemente curvi sulla terra, senza più uno sguardo al cielo. Contorte figure senza sogni. Facili da dominare.
Invecchiai solo. Gelidamente fiero del mio portamento eretto. Del mio occhio luminoso, della fronte alta e i modi franchi. Ero l’unico scampato allo specchio. E tuttavia, nella mia assoluta e forzata solitudine, non molto diverso da loro, confusi e stregati.
Del molto sperare, dei grandi ideali e delle attese di un tempo non mi restava infatti che un’immagine, sfocata e senza storia. Il sasso capace di abbattere lo specchio, la fionda capace di scagliarlo, la mano capace di tenderla.
La mano, il salvatore.
Il figlio dell’uomo tornato sulle nubi.

venerdì 4 settembre 2009

Bernardo Silvestre, Cosmografia


Bernardo Silvestre, insegnante presso l’abbazia di Tour tra il 1130 e il 1140, amico e forse allievo di Teodorico di Chartres, fu teologo ed elegante scrittore.
La sua opera più nota è Cosmografia, che tratta dell’origine del mondo e dell’uomo accogliendo gli insegnamenti della celebre scuola di Chartres e del Timeo platonico (che b. sostenne di aver commentato).
Nell'universo di Bernardo l'uomo del XII secolo limpidamente si specchiava e riconosceva se stesso. Nessuna meraviglia se gli storici hanno indviduato proprio in quel secolo gli splendidi segni della "rinascita".


Bernardo Silvestre
COSMOGRAFIA, Microcosmo
(Da: Il divino e il megacosmo. Testi filosofici e scientifici della scuola di Chartres, Rusconi 1980)

I
[Provvidenza descrive a Natura le bellezze del mondo]

1. [D 121; B 33] Provvidenza che, a questo punnto, già si compiaceva dello splendido e ornatissimo allestimento del mondo sensibile, chiama Natura perché guarrdi ammirata e goda di quelle cose alla cui esornazione aveva anelato con tanta passione. «Ecco,» dice« il mondo, o Natura, che io ho fatto nascere dall'antico semenzaio, dal primordiale disordine, dalla massa confusa. Ecco il mondo, sagace ideazione dell'opera mia, splendida costruzione, manifestazione maestosa delle cose, che io ho creato, che ho formato con cura assidua, cui, con accorttezza, ho dato estensione secondo l'idea eterna, seguendo il più da vicino possibile la mia mente. Ecco il mondo la cui vita è Nous, la cui forma sono le idee, e la materia gli elementi. Ecco: ora, con zelo, sono arrivata dalla mia opera a ciò che tu desideravi.
2. «Non accogli con voti augurali la nascita del mondo? Non ti dico quanto tumulto ha opposto la riottosità di Silva al mio maneggiarla, né quanta cura usai verso la sua riluttante sregolatezza fino a che non si lasciò piegare dalle mani che la modellavano. Non ti dico con che dura cote strofinai via la ruggine dagli elementi primordiali e riportai a nuovo le cose rigenerate secondo lo splendore che loro conviene. Non ti dico da quale condizione un sacro abbraccio ha unitamente composto classi di realtà tra loro opposte, né da quale stato la medietà che ne è venuta ha equilibrato potenze disparate. Non ti dico come le forme si sono incontrate con la materia, come la vita si sia manifestata sulla terra, nelle distese di acqua, nell'aria, e nella. volta del cielo.
3. [B 34] « Vorrei che tu vedessi il cielo, scritto con multiforme varietà di figure, che ho dispiegato davanti agli occhi più dotti come un libro dalle pagine aperte e piane, anche se contiene il futuro scritto in segni non facilmente accessibili. Vorrei che tu vedessi le zone, e in che modo, stese tra i poli secondo leggi fisse, caratterizzano le terre loro sottostanti. Vorrei che tu vedessi i coluri, e come, con una quadruplice linea, si adattano a girare intorno al cielo, senza, tuttavia, commpletare il corso iniziato. Vorrei che tu vedessi lo Zodiaco,che un profondo disegno ha obliquamente disposto: si è provveduto, infatti, alla conservazione del mondo, che non durerebbe perpetuamente, se lo Zodiaco riconducesse sempre il Sole infuocato perpendicolarmennte sulla parte di mezzo della Terra. Vorrei che vedessi la Galassia, che modera i freddi iperborei, [D 122] dal momento che il calore del sole non portava sollievo a quelle regioni assai lontane. Vorrei che tu vedessi la linea corrispondente ai due solstizi, e anche quella che fa rientrare le eccedenze del tempo diurno e notturno in un'estensione uguale.
4. «Ho composto il corpo del Sole con una forma ignea, luminosa e rotonda, in modo che le orbite dei pianeti si uniformassero ad esso che occupa la posizione di mezzo. La Luna, posta sulla linea di confine tra aria ed etere, muta qualità e aspetto, poiché, ruotando, guarda il Sole di fianco ora in una posizione ora in un'altra. Ho messo vicino Venere, che sta accanto al Sole, e Mercurio che si muove vicino ai carri portatori di luce. Su un' orbita estesa vedi Giove, e, su una più contenuta, Marte: questo vedi mandare bagliori sanguigni, quello farsi propizio con la sua luce di astro amico . Più in alto ho colllocato Saturno, la cui efficacia arriva al punto di indirizzare sulla natura dell'anno la qualità di quell'elemento di cui possiede i segni.
5. «Ma perché elencare la posizione dei singoli astri e le leggi del cielo, quando ci si aprono davanti agli occhi? Tu vedi come la Terra, accolta in sé la fertilità degli elementi, si fa lieta per i fiumi, per le erbe, per le selve frondose. Limitata da ogni parte dell'abbraccio di Anfitrite (dea del mare), da se stessa trae il nutrimento che dà ai viventi: una parte è ricca di messi, un'altra è verde di alberi, un'altra profuma di sostanze odorose; un'altra parte è ricca di gemme, un'altra di diverse specie di metalli. Nell'acqua si muovono i pesci, e nel regno della luce le figure degli animali. E, perché la pace• armoniosa della natuta non fosse soggetta ad affezioni violente, per contenere il calore del Sole che percorre la linea mediale, ho riversato nel mezzo della Terra il mare Mediterraneo, ricco di acque. E poiché ho condotto in parti diverse sia questo mare, sia l'Oceano, si è provveduto alle regioni isoolate, perché potessero giungervi, per via marittima, le cose necessarie.
6. «La variopinta moltitudine dei pennuti solca l'aria limpida nella libertà di un percorso senza ostacoli. Ho comandato che nell'aria si aggirassero i venti portatori di piogge, perché l'umidità• della pioggia potesse tcenere compatte, in alcuni luoghi, le polveri infeconde della terra sgretolata. Ho diviso la vastità dell'aria imponendole delle zone, perché la terra sottostante si conformasse alle loro diverse condizioni.»

II
[L'ordinamento provvidenziale trasforma il caos primitiivo in mondo]

Il caos era ormai stato smembrato; Silva, raggiunta la sua bellezza, poteva ormai chiamarsi con il suo vero nome di "mondo": se la sua condizione originaria ancora le conferiva qualcosa di rozzo, lo allontanò la mano dell'artefice cui aveva fino ad ora obbedito; e Silva, non opponendo più resistenza, si offerse, con continuità e condiscendenza, ad essere elaborata nella figura delle cose. «A gloria e a merito mio, o Natura, ascrivo l'aver ingentilito una materia rozza: ho dato forma alle cose, ho legato gli elementi secondo una misura che conduce alla pace e all'unità; ho assegnato una norma precisa alle stelle, e ai pianeti ho ordinato di percorrere sempre la stessa via, senza scostarsene; ho costretto il mare entro confini; la terra ha in mezzo ad esso la sua sede, fisssata dal suo stesso peso, per evitare che oscillasse. Ho comandato al calore dell'etere di far nascere le erbe, e all'umidità di nutrirle dopo che l'etere ne ha secondato il parto; alla terra ho comandato di produrre tutti i corpi e di accoglierli di nuovo, quando siano dissolti, come ma dre amorosa, nel suo placido grembo; e ho comandato che ogni cosa creata tragga il seme e il principio della vita da Endelichia, Anima del mondo.

sabato 29 agosto 2009

La purezza dello sguardo e la bellezza: una parabola araba


UNA PARABOLA ARABA
di Maria Zambrano
da PER L'AMORE E PER LA LIBERTÀ
Scritti sulla filosofia e sull’educazione
Marietti, 2008

[Vi presento] una parabola araba non semplicemente araba perché è anche “sufi”.
(...)
Il racconto è questo:
Un giorno un sultano volle decorare in modo particolarrmente bello una sala del suo palazzo. Per questo fece veniire due gruppi di pittori da luoghi molto lontani tra loro: Biisanzio e la Cina. Ogni gruppo avrebbe dipinto l'affresco in una delle due grandi pareti parallele del salone, senza poter sapere ciò che avrebbe dipinto l'altro. Assegnò a ciascun gruppo una parete senza permettere che entrassero in coomunicazione; nel mezzo della sala una tenda debitamente collocata impediva qualsiasi tipo di comunicazione tra i pitttori ai due lati. Quando l'opera fu terminata il sultano si diiresse prima a ispezionare l'affresco dipinto dai cinesi. In verità era di una bellezza meravigliosa. «Nulla può essere più bello di questo» disse il Sultano e, con questa convinzione, fece scorrere la tenda perché apparisse la parete dipinta dai greci di Bisanzio. Ma in quella parete non era dipinto nulla, i greci l'avevano soltanto pulita e ripulita fino a mutarla in uno specchio di un biancore misterioso che rifletteva come in un mezzo più puro le forme sulla parete cinese. Le forme e i colori acquistavano una bellezza inimmaginabile che non sembrava più appartenere a questo mondo: una nuova dimensione, diremmo, per gli occhi e per lo sguardo umano.

La lezione che si impara da questa storia è simile a quella delle parabole, degli apologhi, dei miti e di tutto ciò che ha un senso simbolico, multiplo. Per iniziare a comprenderne un po' di lezione, tutta non è possibile, pensiamo a cosa sarebbe accaduto se i cinesi, con la stessa finezza dei greci, avessero fatto la stessa cosa: questo era il massimo rischio come lo è in ogni sottigliezza estrema, cioè che l'altro sia fine allo stesso modo. In questo caso, la sala sarebbe rimasta come un luogo privilegiato perché la luce vi si raccogliesse, perrché viaggiasse da una parete all' altra e mostrasse ciò che ha di simile alle creature alate: una colomba che sorge dalla luce quando le si dà l'occasione di farlo.
Se l'affresco dipinto dagli artisti cinesi fosse stato mediocre, allora la sua opacità nel riflettersi nello specchio dalla bianchezza incandescente sarebbe stata riscattata, come accade alle immagini riflesse sull'acqua. La lezione, a nostro parere, è questa: nulla è brutto se si guarda attraverso un altro mezzo più puro e più intelligibile. Ma portando alle estreme conseguenze questo caso, si potrebbe dire che lo sguardo sarebbe capace di riscattare ogni bruttura, ogni mediocrità, purché sia lo sguardo di chi sappia, guardando, creare un mezzo purificato e lavato come la parete bizantina.
E si potrebbe continuare, si potrebbe supporre che, prima di fare qualcosa, prima di percepire un'immagine, e prima di pensare, si renda necessario pulire e ripulire lo sguardo, l'anima, la mente fino a che assomigli, quanto più umanamente sia possibile, alla bianchezza che è pura vibrazione, velocissima vibrazione che unisce tutte le vibrazioni che generano il colore, mostrandosi apparentemente come quiete e passività. Ogni lettore può continuare per suo conto la serie delle interpretazioni, poiché ogni capolavoro dello spirito - grande o piccolo che sia - è un racconto senza fine.


Si potrebbe dire - rovesciando il celebre incipit del passo dello Zibaldone di Leopardi, "tutto è male" - che tutto è bello, tutto è buono. Ma non in senso assoluto. E' necessario uno sguardo puro, che "lascia essere", che sa "farsi indietro" conservando solo il vuoto della propria luce. Grotta dello splendore in cui ogni cosa si scopre luogo splendente e ri-splendente.

domenica 9 agosto 2009

buone vacanze e una poesia


La bambina d'edera, roberta borsani. Agosto 2009

Concludo le mie riflessioni sulla speranza con una poesia che dedico a tutti i miei lettori, augurando buone vacanze.
A presto,
niamh


La bambina d'edera
mi è nata stanotte una bambina d’edera
il suo vagito ha chiuso
la porta di un sogno che grondava
al risveglio
era primavera
e le gazze erano blu come l’oceano

foglioline nate da un’ora
stringevano la pioggia
fra tenere gengive
e non c’era verbo che non fosse
d’acqua mista a cellule
non c’era verbo che non desse
zucchero e fibre

la mia bambina intanto era
cresciuta era fioraia
dava viole e semi d’erbe nuove
da mettere a giacere sotto l’ala
nebbiosa della terra

venerdì 7 agosto 2009

Per un' estetica della Speranza


La speranza si preannuncia nel regno della carne. Che non è “materia”, essendo fin dal suo principio finalizzata a una meta superiore e spinta da un’ansia di “struttura” senza la quale non si dà percezione, unità minima del “sentire sensato”.
I sensi sono infatti le porte attraverso cui la speranza ci si annuncia, quando ancora la nostra razionalità non ha modo di espletarsi.

Prima è il sentire che qualcosa c’è.
Qualcosa di buono, per cui vale la pena di estendere fuori di sé l’attenzione e il desiderio. Qualcosa che viene “annusato”, “tastato”, “intravisto”. Qualcosa che fa venire l’acquolina e di cui il silenzio è anticipazione.
Poi questo qualcosa si precisa, si organizza nel tempo e nello spazio. Si organizza. Diventa “cosa buona”: seno che scalda, latte che spegne fame e sete, voce che mette a tacere l’enormità del silenzio.
L’esperienza di ciò che è buono rinforza, giustifica e potenzia l’attesa. L’uomo non ne ha mai abbastanza (di forma) che comporta un incessante rinascere, ri-formarsi, rinnovarsi.
Il nascere non cambia, ma ciò che nasce è sempre nuovo. La sua assoluta novità lo rende “miracoloso”, diverso da qualunque altro ente, irripetibile. Per le creature spiritualmente più infime il principio di differenziazione, la novità, dipende molto dalle coordinate spazio temporali (categorie umane). L’uomo invece è nella sua più profonda essenza irripetibile. C’è qualcosa in lui che lo segna indelebilmente e che non dipende semplicemente dall’hic et nunc in cui si cala.
L’esperienza del bene ( che si dà nella forma), il credere insomma che ci sia qualcosa di buono, costituisce il fondamento della speranza. La speranza presuppone la fede nella bontà del reale e al tempo stesso, in quanto attesa fiduciosa che il bene si offra di nuovo, nutre la fede nei confronti dell’essere rinfrescandone il ricordo, anticipando la forma prima che il reale la manifesti e garantendo così l’intellegibilità del reale. Fissandone l’”umanità”: il suo essere cioè compatibile con l’uomo.
L’arte esprime forse nella sua maniera più alta la speranza, sotto la cui spinta l’esistenza si fa continua ricerca di forma. Esistenza che ha a suo fondamento l’esperienza sensibile.
La luce che sconfigge il buio non a caso è spesso presa a metafora della speranza: dopo un brutto periodo si “intravede un filo di luce”, la “fine del tunnel”. Chi spera “vede rosa”. Ha il “sentore” che le cose siano sul punto di cambiare. La speranza è “verde”.
Il pittore traduce l’esperienza in forma: colori, orizzonti, sfondi, volti.
Il poeta in immagini, parole, suoni.
La speranza è forma generatrice di forme nel regno dell’arte. E’ la matrice del verbo, il quale non avrebbe senso senza di lei. Il verbo è speranza. Speranza dell’ascolto anzitutto. Nessun poeta, per quanto consapevolmente possa dichiararsi materialista, può esimersi dal credere nel verbo. Non ci credesse, se ne starebbe zitto.
E il verbo esige l’ascolto, presentendo un Tu che lo accoglie riconoscendone il senso.
Un Tu che certo non è il lettore in carne e ossa o il lettore ipotetico. Il poeta scrive a prescindere dall’avere o meno un pubblico. Scrivere o dipingere è per lui una necessità. Non trovare la forma adatta a cominicare il suo sentire è fonte di grande sofferenza. La speranza che lo guida è quella di trovare la forma adatta ad incontrare il Tu. Una forma nuova, irripetibile, capace di infiammare il cuore dell’essere come nessuno ha mai fatto prima. Per poco magari e restando senza spettatori. Se non quell’unico che sta all’origine di ogni ascolto: il Tu.
La speranza è assenso all’urgere del verbo non ancora formato ma che preme per farsi forma e venire alla luce. Che dolore danno i versi di Antonia Pozzi:
”...oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!...”
(da Una porta si chiude, in Parole (1939)
Questo chiudersi spietato dell’anima è ostinata e volontaria invocazione di tenebra. Rattrista terribilmente. Ma si tratta di un’immagine (potentissima, bellissima) con cui la poetessa esprime il suo stato d’animo prostrato. La prostrazione non giunge tuttavia a intaccare la sostanza del fare poetico che si realizza nel verbo, nella relazione spirituale fra un Io e un Tu.
La poesia, e con essa l’arte tutta, è insomma nella sua essenza Speranza, forma delle forme.
Espressione ultima di quel sentire che si annuncia dal principio nei sensi e nella carne, sublimandosi poi nell’agire: che sia lavoro, scienza o poesia.

martedì 4 agosto 2009

La Speranza come Forma



Gabriel Marcel, abbiamo già ricordato, distingueva tra esperance (speranza assoluta, al di là perfino di ciò che il buon senso o la ragione suggerisce) ed espoir, speranza contingente di questo e di quello, frantumata nelle molte speranze che ci guidano nel quotidiano. Abbiamo perciò sottolineato la superiorità e la natura spirituale della prima rispetto alla seconda. Eppure, riflettendoci, penso che anche l’espoir abbia una grande importanza nella vita dell’uomo. Le molte speranze danno forma e struttura all’esperance, di cui si nutrono, perdendone in diversa misura, è vero, la forza spirituale e il senso di trascendenza. Ma questa perdita di spiritualità potrebbe rendersi perfino necessaria nella prosa quotidiana della vita. Per portare ordine nei gradini ultimi dell’esistenza, salvandoci dall’angoscia che lo spirito, infinitamente libero, può suscitare in creature mortali e limitate come siamo noi.
L’ho pensato ad esempio riflettendo sul romanzo bellissimo La strada di Cormac McCarthy: l’esperance, che tiene in vita i protagonisti e li impegna nella spiritualità dell’agire in condizioni spaventosamente deprimenti, si articola in un susseguirsi di obiettivi minimi, piccole speranze che hanno a che fare con la sopravvivenza e il superamento di pericoli imminenti, giorno dopo giorno. Penso che la trama sia ormai nota a tutti: un padre viaggia con un figlio lungo le strade polverose in un mondo post-apocalittico. Lo scopo ultimo per questo padre è la salvezza del figlio, da consegnare prima che la morte lo colga a una comunità umana affidabile. Lo scopo viene raggiunto a prezzo di enormi sacrifici, mediante dimostrazioni di amore eroico e di sconvolgente ferocia. A tenere in piedi i due, è l’esperance, tra istinto di sopravvivenza e slancio d’amore, che però si fa guida e punto di riferimento solo nella misura in cui si articola giorno per giorno in un programma di pochi e semplici punti da raggiungere.
La disperazione nasce quando una simile capacità “organizzativa” viene meno. Quando dall’alto manca il comando che struttura l’enorme energia della esperance, modulandone sforzi, tensioni e mire.
Mi ha affascinato scoprire le spiegazioni che il medico e studioso Pier Mario Biava ha fornito a proposito dell’origine e della natura del cancro (Il cancro e la Ricerca del senso perduto,Springer e Verlag, 2008) il quale si manifesterebbe in assenza di indicazioni che normalmente, in una certa fase di sviluppo post-embrionale, “dicono” alle cellule quale strada percorrere, quale struttura assumere per diventare pelle, piuttosto che ossa o muscolo. Ogni cellula, infatti, secondo Biava, nella sua infinita vitalità è potenzialmente cancerogena, scoordinata e confusa. Sono le informazioni ricevute a metterla al servizio non semplicemente della vita, ma della forma, in cui la vita si offre come struttura complessa, unità, ente.
La forza vitale della vita nella sua dimensione minima, cellulare, spinta a ulteriorizzarsi con tanta generosità, mi ha fatto pensare per analogia all’esperance, che nel livello più basso è istinto di pura sopravvivenza, in quello più alto trascendenza e amore: forma ultima. Il che mi fa pensare a quanto siano superficiali e grossolane le affermazioni di un certo volgare meccanicismo, il quale banalizza o ignora il finalismo che guida il divenire. In assenza di ordini, ci dice Biava, la vita rivolgerebbe contro si sé la sua stessa disordinata capacità generativa.
Allo stesso modo il contingente, il mondo delle finalità spicciole, dell’espoir, ci è indispensabile perché l’enormità dell’esperance (massimo di energia e massimo di senso) non ci bruci. Solo chi ha fatto molta strada sul piano dello spirito può “reggerne” l’intensa libertà. Il richiamo della filosofia e delle religioni a non abbandonarci ai desideri contingenti, che ci allontanano dal senso profondo e spirituale dell’essere, resta valido. Pur sapendo che quello che ci porta a liberarci dagli obblighi e dai pesi dell’espoir è un cammino che deve avere le sue tappe. La speranza di libertà spirituale o di vita ultraterrena passa attraverso il riconoscimento di obiettivi di realizzazione personale (non egoistici o individualistici) e la valorizzazione della vita terrena.
Un giornalista scrisse molto tempo fa che un bambino di strada della città brasiliana di san Paolo, invitato a non sniffare colla perché metteva a rischio la salute, rispose che morire per lui sarebbe stata solo una liberazione. Senso di trascendenza? Forse. Quello dei disperati però: quelli che non hanno proprio niente da perdere. Niente che abbia valore. Neanche la vita.
L’uomo ha bisogno dell’espoir per imparare l’esperance, come ha bisogno dell’amore contingente, e certo limitato della madre o degli amici, per conoscere l’Amore dello spirito. Guai a coloro che impediscono direttamente o indirettamente al loro prossimo di sperimentare le consolazioni dell’espoir, consegnandoli alla fiamma dell’esperance. A una simile fiamma ci si avvicina solo liberamente, spogliandosi volontariamente, e al momento giusto, dell’espoir.
Il liberalismo e il capitalismo hanno invece consegnato milioni di persone alla disperazione di chi è stato escluso dall’espoir: dalla possibilità di una vita dignitosa e di una completa realizzazione delle proprie facoltà fisiche, mentali e spirituali. Purtroppo ambienti eccclesiastici hanno spesso implicitamente appoggiato il sistema capitalistico invitando i poveri a disprezzare l’espoir (limitata e perciò ingannevole) per consegnarsi all’esperance. Sperare nel regno dei cieli e nient’altro. Ma questo atteggiamento non ha nulla a che vedere con quanto si ricava dal Vangelo e dalla stessa Incarnazione. I mistici, i santi, possono immergersi deliziosamente nella beatitudine dell’esperance, saltando sdegnosamente l’espoir. Ma Gesù Cristo non è venuto per loro.
Vivere senza espoir, di pura esperance, è come scalare un monte inaccessibile,con il respiro corto per il troppo ossigeno: qualcuno lo fa. Nessuno però dovrebbe esserci costretto.

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