mercoledì 25 febbraio 2009

La dolorosa storia di Filomela e la vendetta


La storia di Filomela, la principessina ateniese violentata e poi mutilata della lingua dal cognato Tereo, è forse la più sanguinaria di tutta la mitologia greca. Lo stupro, e poi la cieca brama di vendetta che lo stupro scatena nella vittima, sono rappresentati in tutta la loro ferocia. Cosa non frequente nell’ambito delle leggende e dei miti greci, che rappresentano con molta leggerezza, perfino con ironia, le imprese di “eroi” (principi, re, anche dei) intenti a ingannare e violare ignare e indifese fanciulle. Quasi lo stupro fosse un peccatuccio veniale di cui sorridere, un po’ compiaciuti.
Soltanto la lunare e ombrosa Artemide, la Diana dei romani, s’impegna a vendicare le vergini a lei consacrate e violate. Lo scellerato che si macchia di tali nefandezze finisce sbranato dalle sue cagne.

Filomela
è una fanciulla quasi in età da marito, del tutto ignara delle insidie a cui la sua non comune bellezza la espone. Quando il cognato Tereo la va a prendere per portarla con sé in Tracia, su richiesta dell’amata sorella Progne che alla corte dello sposo, fra gente piuttosto grossolana, si sente un po’ sola, Filomela non sospetta di aver suscitato nel cognato una passione morbosa, ai limiti dell’incesto. E’ giovane e innocente, accetta di buon grado di imbarcarsi sulla nave di Tereo per raggiungere Progne. Al termine del viaggio però il cognato con l’inganno la conduce in una casa nel bosco, dove la stupra e , di fronte alle sue minacce, la mutila della lingua, illudendosi così di essersi assicurato il suo silenzio e l’impunità. A Progne racconta tra le lacrime (l’impostore!) che Filomela è morta nel viaggio.
Intanto l'infelice fanciulla, che ha perduto la lingua ma non l' intelligenza e le risorse, improvvisa un telaio rudimentale e si dà alla tessitura (dei cui grandi poteri abbiamo già parlato): tesse la storia della violenza spaventosa che ha subito, poi chiede alla donna che Tereo le ha messo accanto come serva(lo sciagurato non ha ucciso Filomela per poter continuare a godere degli incontri) di portare la tela alla sorella.
Progne viene così a conoscenza dell’orribile misfatto, va a trovare la sorellina e la porta a palazzo. Poi la vendetta, spaventosa, che la macchia a sua volta di un’orribile ingiustizia e la conduce alla dannazione: per colpire lo sposo in ciò che ha di più caro (la sua discendenza) gli massacra il figlio, Iti, ne cucina le carni e gliele imbandisce. Solo a fine pasto rivela a Tereo di cosa era fatta la pietanza che ha tanto gustato.
E’ un insieme di delitti talmente spaventosi che non può risolversi semplicemente con la morte dei personaggi. L’hybris di cui è impregnato deve vivere in eterno, come monito forse, come esempio (di infrazione di tabù) da non imitare. Filomela perciò si trasforma in usignolo, dal canto notturno bello e triste con il quale rinnova in eterno il ricordo della sua terribile storia; Progne l’infanticida in rondine, dalle piume macchiate di sangue; Tereo furente in upupa, un uccello nefasto che “sembra armato”.

E noi?
Da soli dodici anni lo stupro è considerato un reato contro la persona e non contro la morale e il costume. Soltanto dal 1981 lo stupratore non può più veder annullato il reato commesso provvedendo al cosiddetto “matrimonio riparatore”. Celebre nella storia la vicenda di Franca Viola, la giovane che in Sicilia negli anni sessanta, rifiutò di sposare l’uomo che l’aveva violentata, rischiando la condanna sociale e il disonore.
Oggi le denunce per violenza sessuale in Italia sono quattro-cinquemila. Ma sappiamo che molte violenze non vengono denunciate, soprattutto quelle che provengono dai parenti: mariti, ex mariti, padri , patrigni... L’immigrazione, non si può negare,ha il suo ruolo: vero che la maggior parte delle violenze sono commesse da italiani (più del 60%) ma il resto (quasi il 40%) sono opera di immigrati che in Italia costituiscono appena il 6% della popolazione. Il problema quindi c’é. Uomini che dall’Italia si aspettavano la cuccagna, trovandosi senza casa e senza lavoro, reagiscono magari prendendosi con la forza quello che è più facile da prendere. La proprietà è troppo ben difesa, le donne no. E prendersi le donne di un popolo a torto o a ragione considerato ostile è un modo di umilare. Come se le donne fossero cose: mi prendo le “tue” donne, insozzo il tuo letto, la tua casa, il tuo onore...
E poi ci sono le violenze sulle ragazzine fatte dai coetanei, la cosa che più sconvolge. Preadolescenti rimpinzati di pornografia e dello spettacolo della “carne” al di là delle loro capacità di digestione, pungolati in una immaginazione ancora ai primi passi, senza i necessari anticorpi, facile da “ammalare”...
Oggi sul Corriere una deputata del P.d. sosteneva che oggi per le donne non c’è alcuna ragione particolare di temere violenze rispeto al passato e invitava le ragazze ad uscire, ignorando l’informazione che, in tema di violenza sessuale, spesso si ammanta di retorica. E poi, le violenze sono in generale diminuzione, (solo 4-5.000) che problema c’è?
Secondo me è giusto invitare gli italiani tutti ad uscire, a riappropriarsi degli spazi e di una libera e serena socialità, in cui sia possibile incontrare civilmente l’altro, l’italiano come l’immigrato per avviare un processo di reciproca comprensione. Ma invitare le nostre figlie ad uscire senza precauzioni, senza neppure tenere conto delle differenze che corrono che tra quartiere e quartiere, città e città, mi sembra un po’ avventato, davvero.
Ho letto che il 17% delle donne violentate si suicida e che un terzo di loro sviluppa sindromi depressive anche gravi. Evitare la retorica televisiva che fiorisce attorno alle storie di stupro va bene, ma parlarne con leggerezza è immorale e offensivo nei confronti di chi queste esperienze le ha vissute.

venerdì 20 febbraio 2009

Perché Orfeo si è voltato?



Uno dei miti più belli che dell’età antica è quello di Orfeo ed Euridice. Uno dei più profondi anche, dei più misteriosi e refrattari a lasciarsi abbracciare da spiegazioni che si pretendono esaustive. Al di là degli sforzi interpretativi e degli approcci, la domanda “perchè Orfeo si è voltato?” può considerarsi ancora aperta.
Sono state date, com’è noto, molte risposte. Non poche rivelano intelligenza profonda, aprendo ad ulteriori problematiche di carattere spirituale, psicologico, e molto altro ancora. Il mito tocca il rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’anima e l’animus, tra l’innocenza e il peccato, tra la poesia e la verità dello spirito...

Vediamole un po’ queste risposte, la cui complessità non può non rivelare il grado di complessità e di consapevolezza di una cultura e di una società.
Orfeo che si volta e perde per sempre Euridice è stato interpretato come un’altra figura di Psiche, che non resiste alla tentazione di contemplare il volto dello sposo divino (il quale le ha imposto di non cercare mai di vederlo) e infrange il divieto cadendo in disgrazia. E’ insomma figura dell’hybris (tracotanza) umana che troppo osa, pretendendo riguardi specialissimi (la sconfitta della morte,la visione estatica) dagli dei della cui fedeltà però dubita. E proprio in questa mancanza di fiducia sta il peccato, l’inizio della dannazione.
Ma allora, perché a Psiche è concesso, dopo un lungo e sofferto cammino iniziatico, di riabbracciare lo sposo e di poterlo contemplare per sempre? Forse perchè il dio di Psiche è Eros, mentre quello di Orfeo è Ade, vendicativo e ombroso?

Per altri interpreti, Orfeo è invece (o anche) l’immagine allegorica dell’anima sensibile che cade vittima della sua ottusa concupiscenza, impermeabile agli inviti dello Spirito e incapace di attenderne la luminosa epifania.
E in questa propsettiva, cosa sta a significare la poetica sposa Euridice, uccisa dal morso di un serpente mentre fugge dalle bramosie di Aristeo? Forse la caduta, la perdita comunque colpevole dell’Eden da cui solo la Grazia può salvare?
In tal caso la sciagura di Orfeo ci insegnerebbe allegoricamente che nessuna grandezza umana salva: solo Dio. Il Dio che non ama mezze misure e chiede molto per dare tutto. Orfeo combatte ma perde la sua battaglia contro la morte, simile in questo al glorioso Gilgamesh mesopotamico (anche lui beffato dal serpente). Nessuno di loro è il Cristo, il predestinato a sconfiggere la morte e a scardinare le porte dell’Inferno traendone fuori le anime.
Oppure hanno ragione certi gnostici secondo i quali è Euridice stessa a decretare la sua fine? “Saputo” il senso del peccato (saperlo, vedendolo riflesso in Aristeo, è pur sempre un assaporare, un perdere l’innocenza), gustata l’atmosfera del mondo dei morti, Euridice è troppo compromessa, troppo toccata dall’ombra per amare e desiderare ancora la luce del mondo dei vivi.
Lo intuisce, da poeta, Rainer Maria Rilke, che nel suo Orfeo Euridice Hermes sottolinea l’estraneità e la disaffezione della giovane nei confronti del regno dei vivi. Meglio per lei la tenebra, i luoghi sotterranei
“Ormai non era più la donna bionda
che altre volte nei canti del poeta
era apparsa, non più profumo e isola
dell’ampio letto e proprietà dell’uomo.
Ora era sciolta come un’alta chioma,
diffusa come pioggia sulla terra,
divisa come un’ultima ricchezza.
era radice ormai...”

(trad. di Giaime Pintor)
Euridice diventa così agli occhi di alcuni interpreti una sorta di Lilith greca, che Orfeo non potrà e non dovrà mai più avere, se vuole salvarsi l’anima e compiere il cammino iniziatico, il solo che conduce al Bene. Lei stessa si lascia risucchiare all’indietro dal regno d’ombra al quale ormai appartiene. Resterà lì, a desiderare e forse a invidiare la vita il calore e la luce che il serpente le ha tolto per sempre. Vittima fino a che punto?

Ci sono poi le intepretazioni psicologiche: Orfeo è la manifestazione di un io immaturo e narcisita che non sa investire il proprio eros in un altro fuori da sé. Il suo orizzonte affettivo è chiuso, avvitato su se stesso, strozzato. Come quello appunto di Narciso, al quale Orfeo assomiglia anche per quel rifiuto dell’amore e della donna che gli procurerà l’odio delle baccanti, le quali infatti lo faranno a pezzi affidando poi la sua testa di cantore alle acque del mare.
Già nell’antichità la tragica fine di Orfeo, punito dalle Baccanti per essersi sottratto ai richiami dell’eros, fece pensare che in qualche modo la sua figura si connettese al diffondersi dell’omosessualità, soprattutto presso i Traci. Forse, più sottilmente, c’è qualcosa nel comportamento dell’eroe che esclude il femminile, il rapporto con l’altra metà in una sorta di autarchia affettiva dominata esclusivamente dal maschile. Un maschile reso meno virile dalla sconfitta. O forse un maschile che fatica a rielaborare il lutto e lo nega inglobando il femminile come parte di sé, negandolo come altro.
Curiosità: molti anni fa un docente di Psicologia, allora piuttosto noto nell’ambiente accademico, volle leggere nella trasgressione del comando divino da parte di Orfeo quella sostanziale incapacità ad attendere che può rimandare allegoricamente all’eiaculazione precoce (sigh). Rigurgiti di un freudismo mal digerito, su cui non vale la pena di soffermarsi. Fa riflettere però sui tempi e sulla consistenza di certi ambienti in cui la profondità di pensiero e l’attitudine alla riflessione dovrebbero essere di casa.
Ma forse momenti (e cadute) così ci sono in tutte le età.

Non dobbiamo infine dimenticare che Orfeo è un poeta, figlio di Calliope, musa ispiratrice della poesia epica, e seguace di Apollo. E per questo poco amato da Dioniso, il dio che salvò Arianna prelevandola dall’isola su cui l’aveva abbandonata Teseo (il cui “viaggio” nel labirinto non può non ricordare quello agli inferi del cantore tracio). Un altro abbandono, persino più feroce e senza giustificazioni, ma con lieto fine. Diverso da questo, che lascia l’amaro in bocca e anche qualcosa d’inquietante:la sensazione di un ultimo nodo da sciogliere che resiste.
Orfeo ha il dono del canto, ereditato dalla madre. Sa evocare e incantare gli spiriti induriti dalla morte. Fa piangere le belve e le rocce, le anime dei dannati e dei santi...insomma, è uno sciamano, un vero runoia.
Ma forse, il prezzo da pagare per un simile dono, è Euridice.Orfeo quel prezzo, è disposto a pagarlo?
Sembra pensare di sì Gesualdo Bufalino che nel suo Il ritorno di Euridice fa parlare la sposa sfortunata di Orfeo: finalmente il suo punto di vista!
Orfeo non ci fa una gran figura. Affetto da un inguaribile narcisismo romantico, che, si legge tra le righe, perseguita gli artisti ( ma è proprio vero? e soprattutto, è inevitabile?) risulta innamorato più di Euridice defunta, perduta, capace di ispirargli tanti canti struggenti ( del genere “amore di terra lontana”) che di quella viva, bella e giovane quanto infeconda sul piano poetico.
E’ Euridice stessa a comprenderlo, al termine di una sofferta riflessione sulla vicenda d’amore che l’ha legata all’uomo che ora la guarda affondare nel buio dell’Averno pizzicando le corde della cetra per una canto d’addio già preparato:
“...allora Euridice si sentì d’un tratto sciogliere quell’ingorgo nel petto e trionfalmente, dolorosamente capì: Orfeo s’era voltato apposta”(da “Calende greche”, Bompiani).

Tutte (o quasi) suggestive e stimolanti le risposte. Nessuna però, come si diceva, completamente soddisfacente. C’è sempre qualcosa che sfugge.
La domanda perciò resta aperta: “perché Orfeo si è voltato?”. E ancora, “se non l’avesse fatto, qualcosa, e che cosa, sarebbe cambiato nella storia del mondo?”

domenica 15 febbraio 2009

iniziazione al femminile


Nell’81 a.C. il senato romano approvò una legge contro le pratiche di magia: la lex Cornelia de sicariis et de veneciis . Tradizionalmente tolleranti di fronte al proliferare di sette iniziatiche e di dottrine esoteriche, anche le più strampalate, provenienti dall’Oriente, i romani erano stati costretti a intervenire e a legiferare in proposito dal verificarsi di alcuni fatti sconvolgenti. Pare infatti che in quei giorni alcune matrone assolutamente insospettabili, fossero stato sorprese a produrre in gran quantità pozioni venefiche, delle quali avevano già fatto uso più volte, avvelenando e uccidendo uomini e donne in vista per invidia, vendetta, chissà..
Costrette a bere la bevanda che stavano producendo (e di cui sostenevano l’assoluta innocuità) le matrone morirono tra atroci dolori.
Nessuno sa con certezza se le cose siano andate veramente così, ma non si può negare che nell’immaginario maschile la strega capace di uccidere attraverso il veleno(usando un tipo di aggressività scorpionica, tanto più insidiosa perchè nascosta nel pungiglione della coda) è figura piuttosto presente. Colei che nutre può infatti facilmente avvelenare. Lei conosce i segreti dei cibi e delle erbe dai tempi immemorabili della raccolta. Lei sceglie le sostanze che diventano carne e sangue, le combina, le sposa. Ogni donna è una sorta di Iside nella sua cucina, padrona di un sapere alchemico, umile, quotidiano ma, al tempo stesso, potente.
Finché il confronto tra i sessi rimane a livello fisico e muscolare (il livello di Ares) la donna è facile da dominare. Ma i muscoli non sono tutto. E poche sono le battaglie che si giocano a campo aperto. Più frequenti e insidiose quelle condotte a lungo e in segreto per un potere che si esercita dietro le quinte, sottile e invisibile, tanto più tenace quanto meno è conosciuto. Queste sono le battaglie delle donne, costrette ad agire occultamente in un mondo al maschile che le ha confinate dietro le quinte. E l’uomo le teme. Le sue armi, si accorge, non valgono niente se la madre, la sposa, colei che nel ventre elabora le segrete sostanze e plasma il corpo gli è nemica. Nella sua cucina- laboratorio la donna trita macina mescola cuoce, con la stessa enigmatica, ancestrale, minacciosa e anche un poco infernale perizia del fabbro. C’è da non dormirci: ogni volta che il “signore” porta un boccone alle labbra, si accorge di essersi affidato alla sua donna, come un bambino, confidando nella fedeltà di colei che lui domina ( e che in alcuni casi potrebbe anche avere un motivo per non amarlo).
L’episodio delle matrone romane mi ha fatto pensare a quanto di iniziatico c’è neii lavori tradizionalmente femminili. Non solo l’arte culinaria ma anche la gestione della casa, con tutto quello che ha a che fare con la pulizia ( purificare lo spazio da tutto ciò che contamina e fa ammalare, ha un significato simbolico molto profondo), l’ordine e la bellezza, s’inquadrava in origine all’interno di un sapere iniziatico che conferiva alla donna grande importanza e dignità. Purtroppo già nell’età antica il maschilismo tipico delle società aristocratiche e guerriere ha spesso svilito il ruolo e la figura della donna, squalificando arti e saperi femminili. Ma proprio nel momento in cui lo faceva, sentiva forse inconsciamente di fare della donna una nemica e cominciava a temerla. In fondo a ragione, nessun essere umano si lascia dominare senza elaborare tecniche di difesa. E quelle della donna erano fatte di strategie occulte, di conoscenze coltivate in segreto, di reticenze e di attese.
Purtroppo con l’età moderna le cosiddette virtù domestiche hanno perduto completamente il loro signficato arcano e simbolico, divendendo semplici accorgimenti da finalizzare strumentalmente alla corretta gestione della proprietà. Più vicine alla computisteria che al mito.
La bella Nausicaa che guidata da un sogno va con le ancelle a lavare le vesti al fiume divenendo partecipe del grande evento all’interno del quale l’eroe, Ulisse, avrà la meglio sul male che infanga e imbratta la casa (i proci), è un ricordo lontano. Alle donne stesse è stato insegnato che l’espressione “angelo del focolare” è ridicola e perfino offensiva nei loro confronti. Solo così si è potuto convincerle ad uscire di casa, magari per finire sfruttate nelle tessiture, luoghi dannati in cui si è dissolto per sempre il segreto di un’arte millenaria di cui la donna aveva il monopolio esclusivo.

Eppure molte di loro non hanno del tutto rinuciato al ruolo che fa di loro il centro della terra. Lavorando dentro e fuori di casa, studiando, e facendo molte altre cose, un gran numero di donne ha continuato a fare l’angelo del focolare, ma in segreto (un altro segreto!), perché non si deve sapere.

venerdì 6 febbraio 2009

Il femminile dell'essere


Il femminile dell’essere – Per smetterla con la costola d’Adamo
di Annick de Souzenelle

“Gioisci Maria, piena di grazia”
canta Gabriele, l’angelo che scende ad annunciare a Maria la sua maternità verginale: è il primo saluto del cielo alla terra che troviamo nei Vangeli”
“So che sei bella”
esclama Abramo magnificando la sua sposa Sara: la prima parola rivolta da un uomo nella Bibbia.
Bellezza, pienezza di grazia, maternità, “gloria dell’uomo” dirà san Paolo, ma anche, più sottilmente, gloria di Dio. Questa è la donna che vorrei celebrare in queste pagine, io stessa donna colma di tanta riccheza, e talvolta tanto sofferente da non potermi esprimere!
Dicendo questo prendo subito in esame tre livelli del femminile:
- la donna che io sono sul piano biologico;
- il femminile, “altro lato di Adam” quello dell’interiorità dell’uomo e della donna....
- ma anche l’intera umanità (uomini e donne) femminile rispetto a Dio.
L’umanità è la gloria di Dio che il Verbo pone al vertice della creazione nel “Tu” nato dal suo “Io” divino fin dalla prima lettera del Be-re’sit, il libro della Genesi, cosiddetto in ebraico dalla prima lettera che lo compone e che, secondo la tradizione, contiene tutta la Torah. A sua volta la prima parola affida il suo segreto alla prima lettera, la bet. La lettera Bet apre e comprende tutto il libro sacro. E’ il “Tu” originato dalle labbra divine come un seme d’amore...
Prima lettera del Be-re’-sit, mistero del creato, quello dell’umanità, la tradizione ci dice che è nata dal nulla, in ebraico me ayin. Questo è il primo nome divino rivelato, l’ultimo punto di una contrazione, di un’abnegazione totale di colui che si fa nulla perché l’altro sia...ritiro amoroso dell’Uno il cui seme fonda l’altro...Il suo seme, il suo nome, si dà una “casa” (questo è il significato della parola bet e ciò che il suo primo ideogramma disegna).
Casa del seme di Elohim è la figlia (bat), gravida del santo Nome che è chiamata a prtare in gestazione; nome che nel centro di lei è simbolizzato dalla lettera yod...


Annick de Souzenelle indaga il lato femminile dell’essere rileggendo i testi sacri alla luce di una prospettiva teologica in grado di cogliere la verità profonda che in essi si cela. Ad esempio la lettura del versetto del sesto giorno della Genesi
“Elohim crea Adam nella sua immagine, nell’immagine d’Elhoim lo crea, maschio e femmina li crea”
troppo spesso è stata fatta secondo categorie puramente animali che, proprio perché non supportate da uno sguardo spirituale, hanno creato solo equivoci intorno al principio femminile, ridotto ad identificarsi con la “femmina” in senso biologico. Scrive perciò l’autrice: "questo versetto si applica ad un’altra dimensione del creato, quella di ordine ontologico che ogni Adam porta in sé...l’Adam è femminile rispetto al Padre divino il quale senza rompere l’unità divina, si rivela maschio rispetto al creato. Ma,come immagine, questo Adam è a sua volta maschio rispetto alla femmina che egli è dentro di sé"
Annick de Souzenelle interpreta l’essere e tutto il creato alla luce di un reciproco incessante rapporto d’amore tra un Io maschile che semina e un Tu femminile che accoglie e dà alla luce il frutto, dove ogni Io ha dentro di sé un Tu, un lato femminile (ciò che sa farsi indietro perché l’altro sia). E ogni Tu allo stesso modo reca dentro di sé la forza dispensatrice del seme dell’Io. In questo senso Adamo ed Eva sono davvero della stessa carne, spiritualmente simili in tutto e per tutto, ferme restando le differenze biologiche che possono comportare ruoli e funzioni sociali differenti.
“Per smetterla con la costola di Adamo” recita il testo, il quale non per questo si può definire un libro femminista, benchè celebri in tutti i suoi aspetti la dignità, la bellezza e l’intelligenza della donna. L’autrice parte però dall’affermazione del valore della persona, maschio e femmina, ricorrendo alla tradizione delle Sacre Scritture e del mito religioso. Nel farlo si trova a sottolineare quanto sia fondamentale comprendere il principio femminile che partecipa dell’Essere (come Padre divino e come creato) tanto quanto quello maschile. Splendore, Gloria di Dio, del Cielo, della Terra e dell’Uomo.

domenica 1 febbraio 2009



Nelle Mille e una notte si racconta del re persiano Shahriyàr, il quale, tradito da una delle sue spose, diviene estremamente crudele. Incapace di elaborare positivamente l’umilazione e la sofferenza provate, non pensa ad altro che a vendicarsi. Per prima cosa strangola l’adultera e poi pianifica una vendetta destinata a colpire tutte le donne. Chiede infatti al suo visir di procurarle ogni notte una vergine da cui possa prendere il suo piacere e di cui la mattina possa ordinare la morte. E’ così il sovrano si trasforma in una specie di Barbablu. Un serial killer.
Per fortuna c’è qualcuno capace di affrontare la sua sete distruttiva e di curarlo: la figlia del visir, Schehrazad. E’ lei che osa sfidare la sorte offrendosi volontariamente di trascorrere la notte nella camera del re. Chiede però di portare con sé la sorella minore alla quale desidera raccontare una storia, com’è suo costume. E pazienza se è l’ultima volta, se domani lei verrà uccisa e il filo della narrazione dovrà per forza interrompersi. Shahriyàr acconsente (curioso vero?) disponendosi lui stesso ad ascoltare una delle storie di Schehrazad. La trova talmente interessante da rimandare di un giorno l’esecuzione della giovane. La stessa cosa succederà la notte successiva, e quella dopo e l’altra ancora. Forse perché le storie appaiono collegate l’una all’altra, come grani di una stessa collana o ancora più strettamente, nel modo delle scatole cinesi. Così per mille e una notte, finché il re finalmente si dichiara innamorato della bella e acuta Schehrazad. Finalmente guarito.
La strada seguita da Schehrazad è quella indicata dalle antiche narratrici di fiabe. Passa attraverso un intreccio di vicende, l’una posta di seguito all’altra. L’una dentro l’altra secondo uno schema complesso, quasi labirintico. Schehrazad avanza facendo da guida e il sovrano la segue, agognando un finale, uno scioglimento che viene e non viene, perché ciò che sembra mettere la parola fine, sboccia all’improvviso e si rivela principio ancora da svolgere.
Ma ecco che notte dopo notte è il sovrano a sciogliersi, liberandosi dall’ossessione della vendetta e abbandonandosi ai dolci richiami dell’amore. Al termine della notte mille e uno il re si scopre libero dalle pulsioni di morte scatenate dal tradimento, accolto finalmente nel suo bisogno d’amore e rassicurato.
Il merito è tutto di una donna esperta di trame e di attese. Una che ha in sé la vitalità della commedia e per questo le sue storie salvano: ogni episodio si chiude in un modo che è di nuovo apertura e nessun epilogo risulta definitivo. Caratteristica appunto della commedia, genere che celebra il perenne fluire della vita.
Se Schehrazad avesse invece raccontato sotto l’impulso di un’ispirazione tragica, cristallizzata nell’irripetibile unicità dell’evento e nell’inappellabilità del decreto finale, non avrebbe raggiunto il suo scopo. La storia sarebbe finita troppo presto, molto prima della guarigione del sovrano, lei sarebbe rimasta uccisa, e dopo di lei chissà quante altre. Shahriyàr avrebbe continuato a versare sangue innocente trovando davanti a sé un universo femminile incapace di reazioni e strategie, polo passivo di oscillazioni folli e distruttive.
I greci pare non permettessero alle donne di assistere alle rappresentazioni tragiche: troppo forti per creature tanto poco razionali. Sotto l’influsso delle sole emozioni le donne non potevano reggere il sentimento dell’irrimediabile e l’angoscia della catarsi. Pazienza. Altri generi, considerati meno nobili, hanno conquistato le loro anime, rivelando con voce sommessa e parole più intime, il potere terapeutico insito in ogni narrazione.
Non che gli uomini non abbiano incontrato sul loro cammino o non abbiano riconosciuto la funzione salvifica della fabula: ho letto di sciamani che per risolvere un parto difficile o una grave malattia conducevano l’anima della persona in pericolo lungo il percorso irto di ostacoli di un racconto simbolico. Nel quotidiano però sono tradizionalmente le donne le migliori affabulatrici ( come quella a cui pare si rivolsero i Grimm per conoscere le storie più belle del folclore germanico). La loro opera difficilmente viene riconosciuta dalla cultura ufficiale (come gran parte dell’arte femminile: si pensi al ricamo, alla tessitura, considerate mere forme di artigianato) ma ha una straordinaria forza terapeutica e rigeneratrice che innanzitutto risiede nella continuità. Continuità che non crede alla morte e mantiene sempre una sua misteriosa fluidità. Il re delle Mille e una Notte fa il primo passo verso la salvezza quando si arrende alla continuità, consentendo a Schehrazad di non spezzare il filo di storie che lei ha creato per la sorella. Lui invece per tre anni non ha fatto che spezzare e tagliare, unendosi ogni notte a una vergine e decretandone la morte il mattino successivo. Scrivendo un migliaio di volte volte l’inizio di storie tutte brutalmente interrotte. Ma anche in questa serialità della distruzione c’è forse la richiesta d’aiuto: l’ossessiva regolarità della morte che fa appello alla perennità della vita.
Schehrazad, che da brava sorella maggiore istruisce la sorellina raccontandole storie piene d’insegnamenti, di avventura e di meraviglioso, è la femme-sage, custode delle tradizioni e levatrice. La donna che si affianca alle partorienti e alle puerpere insegnando loro i segreti e anche i trucchi della vita, le azioni e i gesti da compiere per portare il proprio bambino sano e salvo fino all’età adulta. La forza della femme-sage viene dalla continuità col passato, dal costume,dal quotidiano: è lì che la vita nel corso dei molti millenni discorre e dispensa sapere e saggezza, attraverso un dire ininterrotto.
Le Mille e una notte sono la celebrazione di questo dire e insieme della vita nel suo meraviglioso divenire, in cui la morte è solo una fase, un passaggio, il sonno del seme che dorme nella terra. Lo dice anche il titolo della raccolta: Mille e uno. E uno, appunto: niente ha davvero fine.