domenica 15 febbraio 2009

iniziazione al femminile


Nell’81 a.C. il senato romano approvò una legge contro le pratiche di magia: la lex Cornelia de sicariis et de veneciis . Tradizionalmente tolleranti di fronte al proliferare di sette iniziatiche e di dottrine esoteriche, anche le più strampalate, provenienti dall’Oriente, i romani erano stati costretti a intervenire e a legiferare in proposito dal verificarsi di alcuni fatti sconvolgenti. Pare infatti che in quei giorni alcune matrone assolutamente insospettabili, fossero stato sorprese a produrre in gran quantità pozioni venefiche, delle quali avevano già fatto uso più volte, avvelenando e uccidendo uomini e donne in vista per invidia, vendetta, chissà..
Costrette a bere la bevanda che stavano producendo (e di cui sostenevano l’assoluta innocuità) le matrone morirono tra atroci dolori.
Nessuno sa con certezza se le cose siano andate veramente così, ma non si può negare che nell’immaginario maschile la strega capace di uccidere attraverso il veleno(usando un tipo di aggressività scorpionica, tanto più insidiosa perchè nascosta nel pungiglione della coda) è figura piuttosto presente. Colei che nutre può infatti facilmente avvelenare. Lei conosce i segreti dei cibi e delle erbe dai tempi immemorabili della raccolta. Lei sceglie le sostanze che diventano carne e sangue, le combina, le sposa. Ogni donna è una sorta di Iside nella sua cucina, padrona di un sapere alchemico, umile, quotidiano ma, al tempo stesso, potente.
Finché il confronto tra i sessi rimane a livello fisico e muscolare (il livello di Ares) la donna è facile da dominare. Ma i muscoli non sono tutto. E poche sono le battaglie che si giocano a campo aperto. Più frequenti e insidiose quelle condotte a lungo e in segreto per un potere che si esercita dietro le quinte, sottile e invisibile, tanto più tenace quanto meno è conosciuto. Queste sono le battaglie delle donne, costrette ad agire occultamente in un mondo al maschile che le ha confinate dietro le quinte. E l’uomo le teme. Le sue armi, si accorge, non valgono niente se la madre, la sposa, colei che nel ventre elabora le segrete sostanze e plasma il corpo gli è nemica. Nella sua cucina- laboratorio la donna trita macina mescola cuoce, con la stessa enigmatica, ancestrale, minacciosa e anche un poco infernale perizia del fabbro. C’è da non dormirci: ogni volta che il “signore” porta un boccone alle labbra, si accorge di essersi affidato alla sua donna, come un bambino, confidando nella fedeltà di colei che lui domina ( e che in alcuni casi potrebbe anche avere un motivo per non amarlo).
L’episodio delle matrone romane mi ha fatto pensare a quanto di iniziatico c’è neii lavori tradizionalmente femminili. Non solo l’arte culinaria ma anche la gestione della casa, con tutto quello che ha a che fare con la pulizia ( purificare lo spazio da tutto ciò che contamina e fa ammalare, ha un significato simbolico molto profondo), l’ordine e la bellezza, s’inquadrava in origine all’interno di un sapere iniziatico che conferiva alla donna grande importanza e dignità. Purtroppo già nell’età antica il maschilismo tipico delle società aristocratiche e guerriere ha spesso svilito il ruolo e la figura della donna, squalificando arti e saperi femminili. Ma proprio nel momento in cui lo faceva, sentiva forse inconsciamente di fare della donna una nemica e cominciava a temerla. In fondo a ragione, nessun essere umano si lascia dominare senza elaborare tecniche di difesa. E quelle della donna erano fatte di strategie occulte, di conoscenze coltivate in segreto, di reticenze e di attese.
Purtroppo con l’età moderna le cosiddette virtù domestiche hanno perduto completamente il loro signficato arcano e simbolico, divendendo semplici accorgimenti da finalizzare strumentalmente alla corretta gestione della proprietà. Più vicine alla computisteria che al mito.
La bella Nausicaa che guidata da un sogno va con le ancelle a lavare le vesti al fiume divenendo partecipe del grande evento all’interno del quale l’eroe, Ulisse, avrà la meglio sul male che infanga e imbratta la casa (i proci), è un ricordo lontano. Alle donne stesse è stato insegnato che l’espressione “angelo del focolare” è ridicola e perfino offensiva nei loro confronti. Solo così si è potuto convincerle ad uscire di casa, magari per finire sfruttate nelle tessiture, luoghi dannati in cui si è dissolto per sempre il segreto di un’arte millenaria di cui la donna aveva il monopolio esclusivo.

Eppure molte di loro non hanno del tutto rinuciato al ruolo che fa di loro il centro della terra. Lavorando dentro e fuori di casa, studiando, e facendo molte altre cose, un gran numero di donne ha continuato a fare l’angelo del focolare, ma in segreto (un altro segreto!), perché non si deve sapere.

9 commenti:

  1. Bello e al limite della "blasfemia" ideologica questo pezzo,
    temo che proprio le tanto decantate "battaglie delle donne, costrette ad agire occultamente in un mondo al maschile" le abbia portate a superare il 'punto di non ritorno' dall'attrazione al 'focolare', ossia dall’"arte culinaria" ma anche dalla "gestione della casa, con tutto quello che ha a che fare con ...".
    Hai centrato quando definisci le arti domestiche ridotte a "semplici accorgimenti da finalizzare strumentalmente alla corretta gestione della proprietà. Più vicine alla computisteria che al mito".
    E tutto ciò alle soglie di una crisi globale, materiale e sociale che molto probabilmente spazzerà uno dei mostri totem della nostra società: il lavorare come socializzare; al mercato la produzione per la produzione, al lavoratore la possibilità di 'stare fuori di casa' insieme ad altri.
    Le nostre famiglie vedranno ritornare in forma brutale (non si può vivere su di un modello che deve costruire e vendere almeno 11 milioni di auto l'anno, solo per l'Europa, per stare bene, ma ciò vale anche per tutti gli altri settori e comparti economici e sociali) l'antica forma, solo un membro della coppia fuori a '... procacciare...'.
    All'epoca degli angeli del ciclostile, l'inchiostro gestetner me lo sono cuccato io, vale adesso per il focolare; ma temo che molte donne varrà, per salvezza, una precipitosa ritirata verso 'noiosi porti casalinghi e alchimie culinarie'.
    Primo intervento sul tuo blog, sii clemente;
    tante cose buone, gunny

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  2. caro gunny
    prima di tutto benvenuto! Vorrei chiarire una cosa: io non ho nessuna intenzione di rimandare a casa le donne ad occuparsi di cucina, tessitura o ricamo. Voglio solo dare il mio piccolo contributo alla questione femminile alla luce dei saperi tradizionali, della mitologia e degli archetipi del profondo. Credo sia la prospettiva più intelligente e ricca di implicazioni, la più adeguata a comprendere il mondo della donna, che della tradizione è stata sempre la custode. Non sono una nostalgica però: alle età passate è mancato il riconoscimento sociale della centralità della donna, confinata nell'ambiente privato, familiare in un modo che sapeva di reclusione. Tuttavia proprio il legame con la famiglia (comunità naturale resistente all'omologazione e all'astrattezza disincarnata del villaggio globale) oggi potrebbe avere una grande importanza nel ritrovare un po' di "centro" e di ordine (quello giusto) in questo mondo così confuso. Insomma, io non rimpiango l'"era del cinghiale bianco". Io mi accontento di tenere accesa una luce (piccola, lo so) per il giorno in cui (spero) nascerà un'era nuova.

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  3. ciao Roberta, grazie per il benvenuto,
    infatti io non mi rifacevo a un vieto e trito "donne a casa a fare la calzetta", consideravo come il pubblico come lavoro, come il fare fuori di casa, per essere realizzante implichi arte, lo stesso vale per il privato, per la casa e lo spazio 'famigliare';
    ho parlato di "uno dei due membri della coppia", e i tempi che arriveranno, prima di dirci che i livelli di consumi fin qui conosciuti non sono più sostenibili, ci diranno che la 'piena occupazione' del nucleo famigliare, vale due persone due 'tempo pieno', saranno impossibili, come del resto è ed è stato ovunque nella storia e nel mondo non siano applicati i 'tempi' del "sviluppismo" (passami il termine) selvaggio.
    Sarà la vera catastrofe (o palingenesi) di ogni pensiero basato sulla collocazione sociale ed economica dell'individuo, come origine di 'libertà'.
    Per dirla alla gunny "o cartellino o mito".
    grazie dell'ospitalità,
    gunny

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  4. Vyasa riprese la narrazione degli avvenimenti.
    - Tornando ad Hastinapura, Bhishma s'accorse che una delle tre donne, che
    si chiamava Amba, piangeva silenziosamente. Volle conoscerne le ragioni.
    E lei raccontò: prima del torneo in cui mi hai vinta, Bhishma, avevo già
    scelto in segreto il mio sposo. Il re Salva. Anche lui mi ama. Come puoi tu,
    che veneri la fedeltà, portarmi sposa al tuo fratellastro, quando amo un
    altro? Salva mi attende. Lasciamelo raggiungere.
    Nonostante la sua forza e la sua autorità, Bhishma poneva sopra a tutto la
    giustizia, questo modo di vivere secondo la legge universale, secondo il
    Dharma. Nulla gli pareva superiore all'ordine perfetto delle cose, che spesso è
    disprezzato o malcompreso dagli umani. Dopo una breve riflessione, rispose
    alla principessa:
    - E' giusto, Amba. Puoi andare.
    Lei lasciò il palazzo e raggiunse il promesso sposo. Quando gli fu davanti si
    meravigliò che lui ridesse.
    - Perché ridi?
    - Bhishma ti ha lasciato andare?
    - Sì.
    - Torna da lui. Di te non ne voglio più sapere.
    - Cosa stai dicendo?
    - Ti ha vinto, ti ha disonorata. Per nulla al mondo lascerò entrare nel mio
    palazzo la donna d'un altro.
    - Ma io non sono la sua donna! Non mi ha toccata! Nemmeno sfiorata!
    Nemmeno mi ha desiderata! Salva, sono vergine e non ho avuto altro uomo
    che te.
    - Vattene, Amba.
    - Non posso andarmene. Dove potrei andare?
    - Te l'ho detto, non voglio più saperne di te. Bhishma mi fa paura ed egli ti ha
    vinto. Per me tu non esisti più. Vattene.
    Amba non volle insistere, cosa che rivelava il carattere straordinario che
    l'avrebbe guidata negli anni a venire. D'altro canto, rivelando il suo timore
    Salva si era mostrato un vile e il cuore della ragazza lo aveva cancellato. Tornò
    da Bhishma. Gli disse:
    - Bhishma, tocca a te salvarmi. L'uomo che amavo mi rifiuta. E tu sei
    responsabile di questa disgrazia. Non puoi abbandonarmi sola e perduta
    sulla terra. Tu mi hai vinta nel torneo, io sono donna tua. Sposami.
    Ancora oggi sono in molti a ritenere che Amba s'era innamorata di Bhishma
    dopo il torneo, quando s'erano incontrati. Altri - ricordando che Bhishma a quel
    tempo arrivava alla cinquantina - cercarono motivi più oscuri e più profondi.
    Qualcuno, e io approvo costoro, rispetta il mistero della giovane principessa e
    si rifiuta di indagare i moti del suo cuore.
    - Non ti sposerò, rispose Bhishma. Tu lo sai. Non avrò donna per tutta la mia
    vita. Se Salva ti rifiuta, sei libera, torna da tuo padre.
    Amba rispose con forza:
    - No, io non sono libera, e non tornerò da un padre, che mi ha messa in palio
    come un animale. Ecco cosa farò. Camminerò dritto avanti a me, con le
    vesti disfatte, mendicando la vita, e non avrò altro pensiero, notte e giorno,
    solo quel pensiero: trovare chi ti affronti e ti uccida.
    Vyasa s’interruppe, alzando il capo come se attendesse un segnale dal cielo. E
    improvvisamente una nube oscurò il sole. La natura che li circondava divenne
    grigia.
    - Questo accadde, allora. Quelli che assistevano avvertirono un
    cambiamento nella luce.
    - E cosa fece Bhishma? domandò il ragazzo.
    Bhishma, fermo nel suo voto, disse ad Amba:
    - Non si può uccidermi. E' impossibile.
    - Farò ugualmente quanto ho detto, rispose lei con voce ferma e bassa.
    Poi alzò una mano al cielo, come già aveva fatto Bhishma. Disse:
    - Sì, anch'io faccio un voto: in uno dei mondi troverò qualcuno che ti
    ucciderà. D'ora in avanti sulla terra ci sarà una donna che penserà sempre
    a te. Non dimenticarlo, Bhishma. Io porto la tua morte.

    Il Mahabharata - Un voto che ne chiama un altro (nella traduzione di Peter Brook e Jean-Claude Carrière)

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  5. ciao Aiace
    questo passo è davvero molto bello e anche molto pertinente. Mi ha sempre colpito come nei miti e nella letteratura, la cosiddetta perfidia femminile sia spesso rappresentata come conseguenza di una ferita provocata dall'insensibilità, dalla freddezza o dall'opportunismo maschile. Penso a Medea e Giasone ad esempio. Ovviamente non sto parlando di uomini e donne, ma di aspetti maschili e femminili dell'anima. Uomini e donne sanno essere compassionevoli o malvagi più o meno nella stessa misura.

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  6. Riflessione profonda questa Tua sull’iniziazione al femminile.
    Ben oltre il dualismo biologico e sociologico maschio/femmina, anche se indubbiamente coinvolge tali aspetti ed il potere che ne è sotteso.
    D’altra parte sui “misteri delle donne”, sulle loro confraternite opposte alle confraternite maschili, Eliade fa testo.
    C’è un luogo però in cui guardare dove, a mio parere, si è verificata la frattura che ancora oggi pesa, questo luogo sta nel ruolo che ha assunto la Ragione nel denigrare e relegare l’intuito a mera soggettività e ad anticamera della follia.
    Di fronte all’ignoto, all’abisso, la ragione prende corpo e cerca significati per cose ed emozioni: nominare è controllare ancor prima di vivere e sentire, il mondo lo si immagina, lo si astrae, viene interrotto il flusso tra le sensazioni del corpo e la coscienza di sé.
    L’informazione portata dal corpo viene bloccata, viene inibito l’accesso a realtà altrimenti inaccessibili, l’intuito deve fare spazio alla realtà sedativa della mente e dell’immaginazione.
    Femmina, luna, interiore, intuito,
    Maschio, sole,esteriore, ragione.
    Detto così si staziona ancora nel dualismo della ragione astratta.
    Oltre questo dualismo resta lo sperare in un silenzio interiore che sappia aprirsi alle visioni del cuore, il grande trasformatore che unifica, per riportare tutto nella completezza delle cose.
    Qui giunti si aprono realtà che vanno ben oltre i rigidi schemi a cui siamo sottoposti: l’esperienza sacrale, profonda di quel fuoco governato dalle donne è posta al centro della casa, axis mundi, più fiamma che illumina la via,il proprio interno la propria casa, che rogo per sacrifici e rituali all’aperto.
    Al di sopra delle forme e dei nomi tende chi si apre all’ignoto e interagisce col mondo sino a giungere a quel “fiume che i vivi divide dai morti”che così bene la Tua poesia evoca ed a cui rimando a conclusione di questa breve nota.lucio

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  7. Caro Lucio
    il tuo commento è molto profondo e mi fa pensare che in questi anni tu ti sia mosso su un percorso veramente alernativo a quello di una ragione disincarnata che comunque finisce sempre per classificare e svuotare di anima ciò che cerca di conoscere. Sì, ci dev'essere un punto di frattura che un comprendere fatto un po' meno di parole può ritrovare. Credo che le parole possano soltanto far nascere il desiderio della verità. Per trovarla dobbiamo scendere dentro di noi, come mi pare tu stia facendo.
    Ciao
    roberta

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  8. La ringrazio per Blog intiresny

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  9. leggere l'intero blog, pretty good

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