mercoledì 25 febbraio 2009

La dolorosa storia di Filomela e la vendetta


La storia di Filomela, la principessina ateniese violentata e poi mutilata della lingua dal cognato Tereo, è forse la più sanguinaria di tutta la mitologia greca. Lo stupro, e poi la cieca brama di vendetta che lo stupro scatena nella vittima, sono rappresentati in tutta la loro ferocia. Cosa non frequente nell’ambito delle leggende e dei miti greci, che rappresentano con molta leggerezza, perfino con ironia, le imprese di “eroi” (principi, re, anche dei) intenti a ingannare e violare ignare e indifese fanciulle. Quasi lo stupro fosse un peccatuccio veniale di cui sorridere, un po’ compiaciuti.
Soltanto la lunare e ombrosa Artemide, la Diana dei romani, s’impegna a vendicare le vergini a lei consacrate e violate. Lo scellerato che si macchia di tali nefandezze finisce sbranato dalle sue cagne.

Filomela
è una fanciulla quasi in età da marito, del tutto ignara delle insidie a cui la sua non comune bellezza la espone. Quando il cognato Tereo la va a prendere per portarla con sé in Tracia, su richiesta dell’amata sorella Progne che alla corte dello sposo, fra gente piuttosto grossolana, si sente un po’ sola, Filomela non sospetta di aver suscitato nel cognato una passione morbosa, ai limiti dell’incesto. E’ giovane e innocente, accetta di buon grado di imbarcarsi sulla nave di Tereo per raggiungere Progne. Al termine del viaggio però il cognato con l’inganno la conduce in una casa nel bosco, dove la stupra e , di fronte alle sue minacce, la mutila della lingua, illudendosi così di essersi assicurato il suo silenzio e l’impunità. A Progne racconta tra le lacrime (l’impostore!) che Filomela è morta nel viaggio.
Intanto l'infelice fanciulla, che ha perduto la lingua ma non l' intelligenza e le risorse, improvvisa un telaio rudimentale e si dà alla tessitura (dei cui grandi poteri abbiamo già parlato): tesse la storia della violenza spaventosa che ha subito, poi chiede alla donna che Tereo le ha messo accanto come serva(lo sciagurato non ha ucciso Filomela per poter continuare a godere degli incontri) di portare la tela alla sorella.
Progne viene così a conoscenza dell’orribile misfatto, va a trovare la sorellina e la porta a palazzo. Poi la vendetta, spaventosa, che la macchia a sua volta di un’orribile ingiustizia e la conduce alla dannazione: per colpire lo sposo in ciò che ha di più caro (la sua discendenza) gli massacra il figlio, Iti, ne cucina le carni e gliele imbandisce. Solo a fine pasto rivela a Tereo di cosa era fatta la pietanza che ha tanto gustato.
E’ un insieme di delitti talmente spaventosi che non può risolversi semplicemente con la morte dei personaggi. L’hybris di cui è impregnato deve vivere in eterno, come monito forse, come esempio (di infrazione di tabù) da non imitare. Filomela perciò si trasforma in usignolo, dal canto notturno bello e triste con il quale rinnova in eterno il ricordo della sua terribile storia; Progne l’infanticida in rondine, dalle piume macchiate di sangue; Tereo furente in upupa, un uccello nefasto che “sembra armato”.

E noi?
Da soli dodici anni lo stupro è considerato un reato contro la persona e non contro la morale e il costume. Soltanto dal 1981 lo stupratore non può più veder annullato il reato commesso provvedendo al cosiddetto “matrimonio riparatore”. Celebre nella storia la vicenda di Franca Viola, la giovane che in Sicilia negli anni sessanta, rifiutò di sposare l’uomo che l’aveva violentata, rischiando la condanna sociale e il disonore.
Oggi le denunce per violenza sessuale in Italia sono quattro-cinquemila. Ma sappiamo che molte violenze non vengono denunciate, soprattutto quelle che provengono dai parenti: mariti, ex mariti, padri , patrigni... L’immigrazione, non si può negare,ha il suo ruolo: vero che la maggior parte delle violenze sono commesse da italiani (più del 60%) ma il resto (quasi il 40%) sono opera di immigrati che in Italia costituiscono appena il 6% della popolazione. Il problema quindi c’é. Uomini che dall’Italia si aspettavano la cuccagna, trovandosi senza casa e senza lavoro, reagiscono magari prendendosi con la forza quello che è più facile da prendere. La proprietà è troppo ben difesa, le donne no. E prendersi le donne di un popolo a torto o a ragione considerato ostile è un modo di umilare. Come se le donne fossero cose: mi prendo le “tue” donne, insozzo il tuo letto, la tua casa, il tuo onore...
E poi ci sono le violenze sulle ragazzine fatte dai coetanei, la cosa che più sconvolge. Preadolescenti rimpinzati di pornografia e dello spettacolo della “carne” al di là delle loro capacità di digestione, pungolati in una immaginazione ancora ai primi passi, senza i necessari anticorpi, facile da “ammalare”...
Oggi sul Corriere una deputata del P.d. sosteneva che oggi per le donne non c’è alcuna ragione particolare di temere violenze rispeto al passato e invitava le ragazze ad uscire, ignorando l’informazione che, in tema di violenza sessuale, spesso si ammanta di retorica. E poi, le violenze sono in generale diminuzione, (solo 4-5.000) che problema c’è?
Secondo me è giusto invitare gli italiani tutti ad uscire, a riappropriarsi degli spazi e di una libera e serena socialità, in cui sia possibile incontrare civilmente l’altro, l’italiano come l’immigrato per avviare un processo di reciproca comprensione. Ma invitare le nostre figlie ad uscire senza precauzioni, senza neppure tenere conto delle differenze che corrono che tra quartiere e quartiere, città e città, mi sembra un po’ avventato, davvero.
Ho letto che il 17% delle donne violentate si suicida e che un terzo di loro sviluppa sindromi depressive anche gravi. Evitare la retorica televisiva che fiorisce attorno alle storie di stupro va bene, ma parlarne con leggerezza è immorale e offensivo nei confronti di chi queste esperienze le ha vissute.

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