domenica 1 febbraio 2009



Nelle Mille e una notte si racconta del re persiano Shahriyàr, il quale, tradito da una delle sue spose, diviene estremamente crudele. Incapace di elaborare positivamente l’umilazione e la sofferenza provate, non pensa ad altro che a vendicarsi. Per prima cosa strangola l’adultera e poi pianifica una vendetta destinata a colpire tutte le donne. Chiede infatti al suo visir di procurarle ogni notte una vergine da cui possa prendere il suo piacere e di cui la mattina possa ordinare la morte. E’ così il sovrano si trasforma in una specie di Barbablu. Un serial killer.
Per fortuna c’è qualcuno capace di affrontare la sua sete distruttiva e di curarlo: la figlia del visir, Schehrazad. E’ lei che osa sfidare la sorte offrendosi volontariamente di trascorrere la notte nella camera del re. Chiede però di portare con sé la sorella minore alla quale desidera raccontare una storia, com’è suo costume. E pazienza se è l’ultima volta, se domani lei verrà uccisa e il filo della narrazione dovrà per forza interrompersi. Shahriyàr acconsente (curioso vero?) disponendosi lui stesso ad ascoltare una delle storie di Schehrazad. La trova talmente interessante da rimandare di un giorno l’esecuzione della giovane. La stessa cosa succederà la notte successiva, e quella dopo e l’altra ancora. Forse perché le storie appaiono collegate l’una all’altra, come grani di una stessa collana o ancora più strettamente, nel modo delle scatole cinesi. Così per mille e una notte, finché il re finalmente si dichiara innamorato della bella e acuta Schehrazad. Finalmente guarito.
La strada seguita da Schehrazad è quella indicata dalle antiche narratrici di fiabe. Passa attraverso un intreccio di vicende, l’una posta di seguito all’altra. L’una dentro l’altra secondo uno schema complesso, quasi labirintico. Schehrazad avanza facendo da guida e il sovrano la segue, agognando un finale, uno scioglimento che viene e non viene, perché ciò che sembra mettere la parola fine, sboccia all’improvviso e si rivela principio ancora da svolgere.
Ma ecco che notte dopo notte è il sovrano a sciogliersi, liberandosi dall’ossessione della vendetta e abbandonandosi ai dolci richiami dell’amore. Al termine della notte mille e uno il re si scopre libero dalle pulsioni di morte scatenate dal tradimento, accolto finalmente nel suo bisogno d’amore e rassicurato.
Il merito è tutto di una donna esperta di trame e di attese. Una che ha in sé la vitalità della commedia e per questo le sue storie salvano: ogni episodio si chiude in un modo che è di nuovo apertura e nessun epilogo risulta definitivo. Caratteristica appunto della commedia, genere che celebra il perenne fluire della vita.
Se Schehrazad avesse invece raccontato sotto l’impulso di un’ispirazione tragica, cristallizzata nell’irripetibile unicità dell’evento e nell’inappellabilità del decreto finale, non avrebbe raggiunto il suo scopo. La storia sarebbe finita troppo presto, molto prima della guarigione del sovrano, lei sarebbe rimasta uccisa, e dopo di lei chissà quante altre. Shahriyàr avrebbe continuato a versare sangue innocente trovando davanti a sé un universo femminile incapace di reazioni e strategie, polo passivo di oscillazioni folli e distruttive.
I greci pare non permettessero alle donne di assistere alle rappresentazioni tragiche: troppo forti per creature tanto poco razionali. Sotto l’influsso delle sole emozioni le donne non potevano reggere il sentimento dell’irrimediabile e l’angoscia della catarsi. Pazienza. Altri generi, considerati meno nobili, hanno conquistato le loro anime, rivelando con voce sommessa e parole più intime, il potere terapeutico insito in ogni narrazione.
Non che gli uomini non abbiano incontrato sul loro cammino o non abbiano riconosciuto la funzione salvifica della fabula: ho letto di sciamani che per risolvere un parto difficile o una grave malattia conducevano l’anima della persona in pericolo lungo il percorso irto di ostacoli di un racconto simbolico. Nel quotidiano però sono tradizionalmente le donne le migliori affabulatrici ( come quella a cui pare si rivolsero i Grimm per conoscere le storie più belle del folclore germanico). La loro opera difficilmente viene riconosciuta dalla cultura ufficiale (come gran parte dell’arte femminile: si pensi al ricamo, alla tessitura, considerate mere forme di artigianato) ma ha una straordinaria forza terapeutica e rigeneratrice che innanzitutto risiede nella continuità. Continuità che non crede alla morte e mantiene sempre una sua misteriosa fluidità. Il re delle Mille e una Notte fa il primo passo verso la salvezza quando si arrende alla continuità, consentendo a Schehrazad di non spezzare il filo di storie che lei ha creato per la sorella. Lui invece per tre anni non ha fatto che spezzare e tagliare, unendosi ogni notte a una vergine e decretandone la morte il mattino successivo. Scrivendo un migliaio di volte volte l’inizio di storie tutte brutalmente interrotte. Ma anche in questa serialità della distruzione c’è forse la richiesta d’aiuto: l’ossessiva regolarità della morte che fa appello alla perennità della vita.
Schehrazad, che da brava sorella maggiore istruisce la sorellina raccontandole storie piene d’insegnamenti, di avventura e di meraviglioso, è la femme-sage, custode delle tradizioni e levatrice. La donna che si affianca alle partorienti e alle puerpere insegnando loro i segreti e anche i trucchi della vita, le azioni e i gesti da compiere per portare il proprio bambino sano e salvo fino all’età adulta. La forza della femme-sage viene dalla continuità col passato, dal costume,dal quotidiano: è lì che la vita nel corso dei molti millenni discorre e dispensa sapere e saggezza, attraverso un dire ininterrotto.
Le Mille e una notte sono la celebrazione di questo dire e insieme della vita nel suo meraviglioso divenire, in cui la morte è solo una fase, un passaggio, il sonno del seme che dorme nella terra. Lo dice anche il titolo della raccolta: Mille e uno. E uno, appunto: niente ha davvero fine.

6 commenti:

  1. La luna, la tessitura, il raccontare.
    E' la costellazione di un archetipo femminile. D'altra parte ogni tanto la luna si eclissa, il fuso si trasforma in un arma, il racconto in maldicenza. E' il lato oscuro.

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  2. Questo post richiama l'immagine

    della donna che sa accogliere, portatrice di tranquilla saggezza, di forza e di pazienza.
    Bello.

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  3. Grazie Giuliana e benvenuta.
    Niamh

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  4. ho fatto un link a questo articolo sul mio blog. Spero che questo non crei problemi.
    Grazie
    Giuliana

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  5. nessun problema Giuliana
    saluti
    niamh

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