venerdì 20 febbraio 2009

Perché Orfeo si è voltato?



Uno dei miti più belli che dell’età antica è quello di Orfeo ed Euridice. Uno dei più profondi anche, dei più misteriosi e refrattari a lasciarsi abbracciare da spiegazioni che si pretendono esaustive. Al di là degli sforzi interpretativi e degli approcci, la domanda “perchè Orfeo si è voltato?” può considerarsi ancora aperta.
Sono state date, com’è noto, molte risposte. Non poche rivelano intelligenza profonda, aprendo ad ulteriori problematiche di carattere spirituale, psicologico, e molto altro ancora. Il mito tocca il rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’anima e l’animus, tra l’innocenza e il peccato, tra la poesia e la verità dello spirito...

Vediamole un po’ queste risposte, la cui complessità non può non rivelare il grado di complessità e di consapevolezza di una cultura e di una società.
Orfeo che si volta e perde per sempre Euridice è stato interpretato come un’altra figura di Psiche, che non resiste alla tentazione di contemplare il volto dello sposo divino (il quale le ha imposto di non cercare mai di vederlo) e infrange il divieto cadendo in disgrazia. E’ insomma figura dell’hybris (tracotanza) umana che troppo osa, pretendendo riguardi specialissimi (la sconfitta della morte,la visione estatica) dagli dei della cui fedeltà però dubita. E proprio in questa mancanza di fiducia sta il peccato, l’inizio della dannazione.
Ma allora, perché a Psiche è concesso, dopo un lungo e sofferto cammino iniziatico, di riabbracciare lo sposo e di poterlo contemplare per sempre? Forse perchè il dio di Psiche è Eros, mentre quello di Orfeo è Ade, vendicativo e ombroso?

Per altri interpreti, Orfeo è invece (o anche) l’immagine allegorica dell’anima sensibile che cade vittima della sua ottusa concupiscenza, impermeabile agli inviti dello Spirito e incapace di attenderne la luminosa epifania.
E in questa propsettiva, cosa sta a significare la poetica sposa Euridice, uccisa dal morso di un serpente mentre fugge dalle bramosie di Aristeo? Forse la caduta, la perdita comunque colpevole dell’Eden da cui solo la Grazia può salvare?
In tal caso la sciagura di Orfeo ci insegnerebbe allegoricamente che nessuna grandezza umana salva: solo Dio. Il Dio che non ama mezze misure e chiede molto per dare tutto. Orfeo combatte ma perde la sua battaglia contro la morte, simile in questo al glorioso Gilgamesh mesopotamico (anche lui beffato dal serpente). Nessuno di loro è il Cristo, il predestinato a sconfiggere la morte e a scardinare le porte dell’Inferno traendone fuori le anime.
Oppure hanno ragione certi gnostici secondo i quali è Euridice stessa a decretare la sua fine? “Saputo” il senso del peccato (saperlo, vedendolo riflesso in Aristeo, è pur sempre un assaporare, un perdere l’innocenza), gustata l’atmosfera del mondo dei morti, Euridice è troppo compromessa, troppo toccata dall’ombra per amare e desiderare ancora la luce del mondo dei vivi.
Lo intuisce, da poeta, Rainer Maria Rilke, che nel suo Orfeo Euridice Hermes sottolinea l’estraneità e la disaffezione della giovane nei confronti del regno dei vivi. Meglio per lei la tenebra, i luoghi sotterranei
“Ormai non era più la donna bionda
che altre volte nei canti del poeta
era apparsa, non più profumo e isola
dell’ampio letto e proprietà dell’uomo.
Ora era sciolta come un’alta chioma,
diffusa come pioggia sulla terra,
divisa come un’ultima ricchezza.
era radice ormai...”

(trad. di Giaime Pintor)
Euridice diventa così agli occhi di alcuni interpreti una sorta di Lilith greca, che Orfeo non potrà e non dovrà mai più avere, se vuole salvarsi l’anima e compiere il cammino iniziatico, il solo che conduce al Bene. Lei stessa si lascia risucchiare all’indietro dal regno d’ombra al quale ormai appartiene. Resterà lì, a desiderare e forse a invidiare la vita il calore e la luce che il serpente le ha tolto per sempre. Vittima fino a che punto?

Ci sono poi le intepretazioni psicologiche: Orfeo è la manifestazione di un io immaturo e narcisita che non sa investire il proprio eros in un altro fuori da sé. Il suo orizzonte affettivo è chiuso, avvitato su se stesso, strozzato. Come quello appunto di Narciso, al quale Orfeo assomiglia anche per quel rifiuto dell’amore e della donna che gli procurerà l’odio delle baccanti, le quali infatti lo faranno a pezzi affidando poi la sua testa di cantore alle acque del mare.
Già nell’antichità la tragica fine di Orfeo, punito dalle Baccanti per essersi sottratto ai richiami dell’eros, fece pensare che in qualche modo la sua figura si connettese al diffondersi dell’omosessualità, soprattutto presso i Traci. Forse, più sottilmente, c’è qualcosa nel comportamento dell’eroe che esclude il femminile, il rapporto con l’altra metà in una sorta di autarchia affettiva dominata esclusivamente dal maschile. Un maschile reso meno virile dalla sconfitta. O forse un maschile che fatica a rielaborare il lutto e lo nega inglobando il femminile come parte di sé, negandolo come altro.
Curiosità: molti anni fa un docente di Psicologia, allora piuttosto noto nell’ambiente accademico, volle leggere nella trasgressione del comando divino da parte di Orfeo quella sostanziale incapacità ad attendere che può rimandare allegoricamente all’eiaculazione precoce (sigh). Rigurgiti di un freudismo mal digerito, su cui non vale la pena di soffermarsi. Fa riflettere però sui tempi e sulla consistenza di certi ambienti in cui la profondità di pensiero e l’attitudine alla riflessione dovrebbero essere di casa.
Ma forse momenti (e cadute) così ci sono in tutte le età.

Non dobbiamo infine dimenticare che Orfeo è un poeta, figlio di Calliope, musa ispiratrice della poesia epica, e seguace di Apollo. E per questo poco amato da Dioniso, il dio che salvò Arianna prelevandola dall’isola su cui l’aveva abbandonata Teseo (il cui “viaggio” nel labirinto non può non ricordare quello agli inferi del cantore tracio). Un altro abbandono, persino più feroce e senza giustificazioni, ma con lieto fine. Diverso da questo, che lascia l’amaro in bocca e anche qualcosa d’inquietante:la sensazione di un ultimo nodo da sciogliere che resiste.
Orfeo ha il dono del canto, ereditato dalla madre. Sa evocare e incantare gli spiriti induriti dalla morte. Fa piangere le belve e le rocce, le anime dei dannati e dei santi...insomma, è uno sciamano, un vero runoia.
Ma forse, il prezzo da pagare per un simile dono, è Euridice.Orfeo quel prezzo, è disposto a pagarlo?
Sembra pensare di sì Gesualdo Bufalino che nel suo Il ritorno di Euridice fa parlare la sposa sfortunata di Orfeo: finalmente il suo punto di vista!
Orfeo non ci fa una gran figura. Affetto da un inguaribile narcisismo romantico, che, si legge tra le righe, perseguita gli artisti ( ma è proprio vero? e soprattutto, è inevitabile?) risulta innamorato più di Euridice defunta, perduta, capace di ispirargli tanti canti struggenti ( del genere “amore di terra lontana”) che di quella viva, bella e giovane quanto infeconda sul piano poetico.
E’ Euridice stessa a comprenderlo, al termine di una sofferta riflessione sulla vicenda d’amore che l’ha legata all’uomo che ora la guarda affondare nel buio dell’Averno pizzicando le corde della cetra per una canto d’addio già preparato:
“...allora Euridice si sentì d’un tratto sciogliere quell’ingorgo nel petto e trionfalmente, dolorosamente capì: Orfeo s’era voltato apposta”(da “Calende greche”, Bompiani).

Tutte (o quasi) suggestive e stimolanti le risposte. Nessuna però, come si diceva, completamente soddisfacente. C’è sempre qualcosa che sfugge.
La domanda perciò resta aperta: “perché Orfeo si è voltato?”. E ancora, “se non l’avesse fatto, qualcosa, e che cosa, sarebbe cambiato nella storia del mondo?”

5 commenti:

  1. Il Mahabharata - Vita nella foresta (nella traduzione di Peter Brook e Jean-Claude Carrière)


    ... Se ne andò, aprendosi il cammino tra gli sterpi. Per un momento si udì il rumore dei
    suoi passi che si allontanavano tra gli alberi.
    Draupadi disse allora all'improvviso:
    - Un mago si diverte con noi. Lui ci rende ciechi, ci confonde e ci tortura.
    - Quale mago? disse Yudishsthira.
    - Avevamo un regno, oppure l'ho sognato?
    Dei cinque fratelli, nessuno rispose. Da mesi si attendevano la reazione di Draupadi.
    - Yudishsthira, disse lei, ti ho visto sul trono, eri brillante e profumato, e ora ti contemplo seduto sull'erba, povero e impaurito. Mi hanno trascinato davanti alla gente. Uomini che ridevano di una donna e i miei mariti erano là, ben vivi, a ciascuno di loro avevo dato un figlio, avevo bisogno di loro, ma Duryodhana è
    ancora al mondo! Io disprezzo tutta la vostra forza.
    Ascoltavano a testa bassa.
    - Non ho finito, disse Draupadi sempre rivolta a Yudishsthira. Tu sei un giusto, un modesto, tu dici solo parole di verità: ma come ti è venuta l'idea di giocare?
    Come hai potuto accettare quella sfida? Per perdere tutto? I tuoi fratelli? Anche tua moglie? Non ti comprendo.
    Yudishsthira tracciava un disegno per terra con la polvere di gesso bianco. Ascoltava, sapendo che Draupadi avrebbe chiarito la sua idea.
    Lei continuava:
    - Penso talvolta che un uomo sia niente, perché è frutto della sua natura e non cammina neppure un momento secondo la sua volontà. E' come un albero sradicato, portato dalla corrente, un toro trascinato per mezzo di un caviglio passante per il naso. Tutto quello che pensiamo, che diciamo, è solo illusione, inganno. Sì, io sospetto una magia. Un destino morboso gioca con noi. Chi ci ha creato non guarda tutti con gli stessi occhi. Non mi piace.
    Yudishsthira alzò la testa per guardarla:
    - Anch'io, Draupadi, mi pongo le stesse domande: perché una certa azione ha ricompensa e un'altra no? Nessuno può rispondere, è il segreto di sempre.
    - Tu accetti questa mostruosità?
    - Che ci sia ricompensa, oppure no, io mi impegno a fare. E' il mio Dharma, è la barca che mi permette di attraversare la vita. Senza questo dovere il mondo si scioglie e, Draupadi, cadrebbe nell’abisso del disonore.
    - E’ il Dharma che ti ha imposto di giocare?
    Ripeteva la domanda di Kunti, una domanda cui Yudishsthira non dava risposta.
    - Nutro più che amore per te, lei gli disse, di te ho avuto rispetto fin dal primo giorno, ma una cosa del tuo cuore mi sfugge e mi scoraggia. Se l'uomo non sa per cosa vivere, dov'è la sua volontà? Quale speranza gli da la forza per continuare?
    E’ la felicità a premiare l'azione!
    - E se il silenzio fosse necessario all'armonia della terra? Il silenzio, la solitudine,
    il pensiero…

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  2. molto interessante.
    credo che il mito sia da intendersi, come sempre accade, per priam cosa a livleo iniziatico. riguarda la questione della qulificazione iniziatica

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    scusa mio cattivo italiano
    ciau

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  4. IL MITO E' INTRIGANTE MA QUANTI ORFEO ALBERGANO DENTRO DI NOI, LE NOSTRE INSICUREZZE LA PAURA DI VEDERE IL PROPRIO AMORE CAMBIARE, L'INCAPACITA DI VEDERSI IN UN CAMMINO INSIEME..?LA PAURA CHE IL PROPRIO SOGNO D'AMORE SVANISCA.. QUESTO VALE DI PIU' CHE LA SOFFRERENZA CHE SI RECA ALL'ALTRA PERSONA CHE SI RIMPIANGERA' PER TUTTA LA VITA..CREDENDO FORSE DI AVRE SBAGLAITO NON IN QUELLA UNICA COSA CHE POI E' QUELLA VERA..LA PAURA DELL'AMOREUNITO AL BISOGNO NARCISISTICO DI AMARE SOLO SE STESSI-

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