martedì 31 marzo 2009

Vincenzo D'Alessio recensisce Il rosaio d'inverno



recensione di Vincenzo D'Alessio


“noi piantammo un rosaio / che negli anni a seguire / ci diede molti figli “(pag .40). Vorrei iniziare da questi versi, tratti dalla poesia eponima, l’analisi della raccolta della poetessa Roberta Borsani Il rosasio d’invero. Raccolta d’esordio. A noi sembra, invece, una lunga fiaba orale finalmente fermata sulla carta, non senza fatica. Cinque sottotitoli. La prima parte della raccolta resta la chiave di lettura dell’intera esistenza della poetessa. Un’esistenza volutamente rappresentata come mitica, altalenante tra sogno e mitologia, vicinissima all’idea di Surrealismo descritta da André Breton e Massimo Bontempelli.
In tutta la raccolta sono chiare le contaminazioni poetiche con il Novecento italiano, ad iniziare da E. Montale della raccolta Ossi di seppia, per finire a Ungaretti da I ricordi: scrive la Nostra: “si è sfatta / la trama dei giorni / ciò che stagna / ha forza immensa / regna la biscia/ (pag. 14) – nella poesia “si sono rotte le acque dell’origine”: “l’erba non fa rumore la pietra sogna / passa un ciclope enorme / come una nube” (pag. 17). Tante ancora le voci che si fermano ad animare i versi belli e sofferti della raccolta.
C’è una filosofia antica. È il filo rosso che lega la memoria bambina al desiderio di vivere per sempre una Storia che ci allontani dalla malvagità degli esseri umani e si avvicini di più, si ritrovi, nella Natura madre che forma ogni essere vivente e lo traduce in multiformi emblemi: floreali, animali, d’atmosfere dense di musica che non conoscono altro pentagramma se non quello della pura fantasia. C’è da smarrirsi nella “notte “ – tempo indefinito – che apre la poesia che dà il titolo alla raccolta.
Versi che sono maturati nel tempo, nella sicurezza di un'esistenza donata al racconto da trasmettere agli altri: “io vivo dove / non nasce un fiordaliso da anni” (pag. 33). Questo fiore è degno del suo fusto eretto e dei suoi fiori azzurri: dignità nel portamento e divinità del sogno. Senza la fantasia questa raccolta non sarebbe stata concepita: “Io vivo dove gli angeli / non guardano da tempo” (pag. 33). Noi siamo convinti che gli spunti di lettura che scaturiscono da questo primo tempo di approdo ad un porto scoperto dei versi della Borsani sono parte di quella terra che emerge dal sonno dell’inverno. I frutti non tarderanno e saranno copiosi tanto da farsi desiderare. Noi aspetteremo come l’autrice stessa ha scritto: “io e te / silenziosi e consci / stranamente vivi” (pag. 75).

marzo 2009

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Postato da alessandro su farapoesia il 3/31/2009

domenica 29 marzo 2009

Archetipi e stereotipi


Che differenza c’è tra un archetipo ispiratore di bei pensieri, grandi imprese, nobili costumi e i modelli stereotipati di cui oggi siamo costantemente sommersi? Che differenza c’è tra Afrodite e Mariliyn Monroe, tra Eracle e Rambo, tra la bella Elena e Angelina Jolie?
Forse è che i primi, quelli di un tempo, si contemplavano senza nemmeno sognare di possederli. Erano lì per essere belli. E a guardarli si beveva un po’della loro luce, diventando noi stessi più luminosi. Di loro non ci si poteva appropriare in alcun modo. Non erano in vendita e non si compravano. Non si poteva nemmeno pensare di assurgere al loro livello. Sappiamo bene cosa accadeva a quegli umani che pensavano di poterli sfidare: colei che sfidò nella tessitura Atena finì tramutata in ragno, chi pretese di gareggiare in canto finì a gracchiare sotto forma di gazza, condannata per sempre a ripetere quel che dicevano gli altri (un brutto modo davvero di fare poesia).
Oggi è diverso. I simboli della bellezza, della gloria e del successo ci invitano a tentare la scalata che porta su fino a loro. Su non fino all’Olimpo, ma al ventesimo piano di un grattacielo elegante, magari dentro un lussuoso superattico.
E se non abbiamo voglia di tentare la scalata? Ecco che i modelli di cui abbiamo disdegnato le attenzioni gettarsi al nostro inseguimento, entrarci in casa, pressarci, tenderci agguati, colpirci perfino alle spalle.

Quel che disturba è la presenza ossessiva, martellante dell’archetipo a pranzo cena colazione: sempre lì, sullo schermo televisivo, sulla pagina patinata (Vogue o Famiglia Cristiana, non fa più differenza) a ricordarci com’è fatto un uomo in forma, com’è una tavola imbandita, una famiglia felice, una casa accogliente, un bambino dotato, un adolescente spensieriato...
Una presenza più che ossessiva. Si potrebbe dire persecutoria. Forse perché è in via di estinzione quel sentimento che riconosce e ammette come inevitabile la distanza tra il dover essere (l’archetipo) e l’essere, tra l’infinito e il finito, tra l’umano e il divino: sto parlando dell’umiltà, virtù somma presso i medievali oggi così poco considerata. Ma senza umiltà, non c’è ironia, la sola a salvarci dall’angoscia in cui ci getta la consapevolezza della nostra imperfezione, del limite che “strozza” la nostra unica esistenza impedendole di essere temporaneamente il tutto. Senza umiltà, senza ironia non c’è che un modo di sottrarsi all’angoscia: negarla, negando la distanza tra noi e l’assoluto.
L’archetipo aveva la natura numinosa del divino e il suo manifestarsi tra gli uomini era puro miracolo, rottura con l’esistente, magnifica discontinuità. Adesso pare a portata di mano.
Pensiamo alle immagini di cui vengono subissati i nostri ragazzi: un cornetto algida, una timcard, una spiaggia, quattro amici dalle forme sottili e i denti perfetti, e il pianeta adolescenza è il paradiso. In tanti ci provano: c’è il gelato, il cellulare ben ricaricato, magari una spiaggia, qualche amico, anche carino, però... manca qualcosa. Il numinoso promesso non c’è. Dalla delusione provata nasce a volte un’enorme, assurda sofferenza. Nasce la disperazione in cui miseramente naufraga il sogno grandioso. Perché?

Bellezza e splendore non sono esattamente dietro l’angolo
. Puoi ammazzarti di palestra o di digiuni, ritoccarti il naso o rifarti le tette: sarai più magro e più in forma, le tue forme più armoniose o seducenti ma lo splendore è un altra cosa. Dalla tele però una stangona svedese ti dice che sei ancora in corsa: certo che ce la puoi fare. Sei dimagrito, più bello, più giovane ma non è abbastanza. Ti rimangono ancora delle mete da raggiungere. Il mercato grazie a dio abbonda di tutto quello che ti può servire. Tutto quello che annullerà un giorno la distanza tra te e il modello.
E invece il dio dello splendore si è fatto più lontano. Gli sguardi sono più spenti e tristi, incapaci di percepire i colori e la luce che il Cielo dispensa anche agli imperfetti (“il sole lassù è di tutti”).
Con i mass media in azione è come se Apollo, il dio delle forme, fosse sceso dall’Olimpo per entrare nelle nostre case a ordinarci quel che dobbiamo o non dobbiamo fare, a misurare la nostra distanza dalla perfezione con precisione geometrica, a giudicare e a rimproverare severamente l’immancabile portatore di “deformità”. Un Apollo nevrotizzato, privo del suo splendore ma implacabile e totalitario. Intanto il fratellastro Dioniso, con la sua anarchica celebrazione della vita, resta in azione in ambienti poco raccomadanbili, nei bassifondi o in quel privato di cui non si parla. Ogni tanto, come un brutto ratto di fogna mette fuori il muso ed improvvisamente noi diveniamo consapevoli del suo mondo viscido, vischioso e ombroso: brutte malattie, delitti, infrazioni...ci dicono che l’ossessione della perfezione e della misura ha la sua controparte “notturna”. Può essere che il quarantenne dai bicipiti erculei, fuori dalla palestra, vada all’appuntamento con un viados. E va all’inferno la perfezione, la salute, l’archetipo. E anche la prevenzione.
Io credo che questa onnipresenza dell’archetipo a buon prezzo nella nostra quotidianeità sia davvero nefasta. Prima della televisione e del cinema ha cominciato la letteratura. Il bovarismo in fondo esprime proprio l’incanto mortifero per volgari stereotipi scambiati per archetipi, prima subiti e poi avvicinati con l’ansia (e non la speranza) di possederli e di farli propri. Ecco l’archetipo moderno ha proprio questa particolarità: dice “anche tu puoi fare archetipo con me”, “io posso essere tuo”, anzi “mangiami” così “tu sarai me”. E’ la pretesa identificazione (che è diversa dalla partecipazione grazie a cui la persona collabora a tenere accesa la luce dell’archetipo, di cui è illuminata, ma con cui non s’identifica) ad essere demoniaca. E la nostra infelicità di oggi, l’aumento di depressioni e suicidi soprattuto tra i giovani, credo che in parte possa essere ricondotto a questo. Il sentire la propria costituzionale incapacità a calarsi nell’archetipo per alcuni è il vero fallimento, che genera risentimento e invidia. Nessuna donna avrebbe invidiato Afrodite per la sua bellezza, nessun uomo avrebbe invidiato a Ulisse la sagacia e ad Achille la forza o lo spirito bellicoso. Il saperli al di là della storia, nel mito, metteva al riparo da sofferenze inutili e frustrazioni. C’era meno sciocco dolore, più stima di se stessi, più aderenza alla vita.
Questi modelli di oggi mi fanno venire in mente lo specchio di un racconto: uno specchio che sconvolge la vita di una povera famiglia, mai entrata in contatto con un simile oggetto, rivelando impietosamente a ciascuno dei suoi componenti i difetti che ne offuscano l’immagine. Fino a quel momento si erano visti semplicemente riflessi nell’acqua del pozzo, molto più clemente, ricavandone una sensazione positiva di grazia e benessere.
Ecco, lo specchio naturale e allusivo dell’acqua, che si accontenta di un amoroso e rassicurante sguardo d’insieme, è l’archetipo. Lo specchio, analitico e spocchioso, è lo stereotipo che mortifica.

lunedì 23 marzo 2009

Anima celtica - reading musicale



Il reading musicale è dedicato alla mia prima raccolta poetica, Il rosaio d’inverno (Fara Editore 2009). Il titolo dello spettacolo è “Anima celtica”, e ci vedrà spaziare musicalmente dal folk irlandese al blues.

Accanto a me saranno presenti sul palco
Valter Binaghi e Isabella Fusè (voci)
Alberto Della Vedova (tastiere e basso elettrico)
Clay gatti (armonica e sax)
Dimitri de Franciscis (chitarra e basso elettrico)

Dunque vi aspettiamo:
Busto Garolfo
giovedì 26 marzo ore 21.00

Sala consiliare (presso la villa comunale, di fronte alla Biblioteca)

Ingresso libero

domenica 22 marzo 2009

iniziazione femminile tra natura e cultura



Nelle società tradizionali capita spesso di incontrare cerimonie d’iniziazione che segnano passaggi e momenti critici importanti. Quasi sempre rivolte ai maschi però: perché?
Troppo facile, pensando ai riti iniziatici destinati agli adolescenti, concludere che in qualche modo alle donne pensa la natura: il primo menarca sancisce inequivocabilmente il passaggio all’età adulta, età della fertilità e della maternità che si concluderà con la scomparsa del mestruo. L’elemento del sangue, così carico di significati simbolici positivi e negativi giustifica una simile prospettiva, ma al tempo stesso rischia di ricondurre la donna sempre alla sola sua funzione biologica naturale, imprigionandovela.
Il sangue mestruale inoltre, se da un lato rimanda alla stagione riproduttiva, al rigoglioso proliferare della vita, dall’altro si carica di tutte le valenze negative “infere” che al sangue si connettono: l’impurità implicita nel “macchiarsi di sangue” e nella possibilità di sporcare anche gli altri, contaminandoli. Il sangue che nutre (ho letto di donne che, rimaste col proprio bambino sotto le macerie provocate da un bombardamento e da un terremoto sono riuscite a tenerlo in vita fino alla liberazione nutrendolo col proprio sangue: un sangue-latte, buono e materno) può trasformarsi in principio di contagio, con quella nota infamante che deriva dal nostro passato tribale in cui la malattia è colpa, tara, e si trasmette appunto attraverso i legami di sangue. Neanche tanto tempo fa si raccomandava alle donne mestruate di non toccare piante e fiori perché ne avrebbero sofferto. Facile pensare al mestruo come a una sorta di maledizione o di magia infernale.
D’altra parte però questo significa anche che la donna periodicamente si libera dal sangue "infetto",tossico, rinnovando e purificando il suo sangue che circola nelle sue vene restando "sano" e buono. Questo la fa parente prossima di quell’essere misterioso (di cui per altri versi è la peggior nemica) che è il serpente, simbolo di trasmutazione e di ciclico rinnovamento. Infatti rettili e serpenti sono gli animali associati con frequenza alla Grande Madre e alla Sacerdotessa. Si pensi alla Pizia che si presentava in pubblico coi “suoi” serpenti, pronta a dare il responso dal quale ci si aspettava il soccorso indispensabile a ristabilire l’equilibrio del mondo.

La maternità, con quella componente di attesa e di trasformazione alchemica che comporta nel segreto del grembo, è ancora iniziazione: più che rito, formazione, lungo processo di affinamento in vista del grande evento. Un periodo delicatissimo della vita di ogni individuo (non solo della donna) che solo l’ottusità di una cultura maschilista e/o corrotta non ha saputo valorizzare nel giusto grado.
La sacra famiglia celebrata dal cristianesimo avrebbe dovuto conferire il massimo della dignità alla figura della madre. Non è successo, in parte per il prevalere del disprezzo nei confronti della corporeità di cui è rimasto vittima il mondo occidentale (e la maternità è l’apoteosi della corporeità); in parte per l’affermarsi di modelli socio economici in cui la maternità è avvertita come ostacolo, inutile ingombro, come pure di modelli culturali in cui, grazie soprattutto alle nuove tecnologie, il singolo si spoglia della sua natura storica e concreta di persona per “disincarnarsi” nell’astrattezza dell’individuo, instaurando con i suoi simili rapporti sempre più virtuali e sempre meno concreti ( e la maternità è molto molto concreta).

Il cristianesimo ha proposto cerimonie e riti iniziatici a uomini e donne, senza distinzione, riconoscendo che non c’è differenza fra i sessi quando si parla di spirito. Vero che tutte le religioni, anche quelle pagane, hanno offerto alle donne più opportunità di affermazione e di visibilità sociale di quanto facessero gli altri settori della vita pubblica. Sacerdotesse e profetesse ce n’erano un po’ ovunque, benché la loro importanza tendesse a diminuire in contesti fortemente patriarcali
Nella Chiesa romana soltanto il sacerdozio è negato alle donne, e personalmente devo dire che non ho mai trovato convincenti gli argomenti con cui si è cercato di giustificare tale preclusione.
Gli storici hanno sostenuto che nel cristianesimo delle origini, fino al III secolo, le donne potevano esercitare funzioni importanti come quelle di diaconessa e profetessa, ma che ciò abbia fin da subito urtato con la cultura patriarcale romano- giudaica, e qualcuno dice rappresentata proprio da Pietro, il quale ha fatto in modo di soffocare l’iniziativa delle donne, alle quali Gesù aveva invece riconosciuto piena e pari dignità con l’uomo. Prima fra tutte Maddalena, nei cui confronti Pietro rivelerebbe un comportamento particolarmente ostile, suscitando la reazione sdegnata degli stessi discepoli (Vangelo apocrifo di Filippo).
Più tardi, una volta affermatosi il modello gerarchico di organizzazione della Chiesa, Paolo chiederà alle donne di tacere nel tempio (dove è vergognoso che una donna parli) e in generale di astenersi dall’intervenire in discussioni, consigliando loro piuttosto di imparare a casa dai mariti(!).
Le comunità in cui le donne predicano, insegnano, perfino amministrano i sacramenti, sono quelle gnostiche: valentiniane, marcionite, montaniste...Tutte dichiarate eretiche, per questioni dogmatiche ovviamente; però una ulteriore dimostrazione dell’iniqua interpretazione del messaggio evangelico da loro operata, viene ricavata dalla libertà di cui godono le donne che in queste comunità profetano, assumono cariche vescovili e celebrano l’eucarestia.

Tuttavia, nonostante i molti limiti riscontrabili nelle forme storiche che il cristianesimo ha assunto in Occidente (smarrendo il senso della “buona novella”), non si può ignorare la portata rivoluzionaria implicita ( e gravida di conseguenze che purtroppo si sono verificate solo in parte) nell’equiparazione di donne e uomini sul piano dello spirito. Una eguaglianza che la Chiesa ha sostanzialmente ammesso, riconoscendo alle donne le medesime (o quasi, vista l’esclusione dal sacerdozio) possibilità di elevazione spirituale per maschi e femmine attraverso un cammino iniziatico, scandito dai sacramenti e insieme dalle tappe di un personale affinamento interiore, che può portare Ildegarda d Bingen non più in basso di un san Tommaso e di un sant’Agostino.
Nella tradizione cristiana è inoltre apprezzabile che la scelta vocazionale richieda, a chi voglia intraprendere un cammino iniziatico, alle donne come agli uomini, un’adesione personale totalmente libera.
Questo però sul piano teologico e dottrinale. Poi, purtroppo, ci sono i condizionamente culturali e socio economici (quante fanciulle hanno preso il velo per trovare una “sistemazione” o per consentire al fratello di erditare l’intera proprietà? ma questo, cambiate le forme, si fa anche oggi e non è diverso dal matrimonio d’interesse). E soprattutto ci sono gli uomini (maschi e femmine), con le meschinità e le paure di sempre. Incapaci di radicalità. Pronti a sposare il cambiamento solo se non intacca i privilegi e non scardina i meccanismi dell’egoismo.
Soltanto questo può spiegare la posizione di inferiorità che la donna ha avuto anche nella storia del cristianesimo rispetto all’uomo, nonostante nel Vangelo non ci sia nemmeno una parola che possa giustificarla.
Sarebbe interessante vedere quanto la spiritualità femminile abbia saputo influenzare la storia del cristianesimo e quanto essa stessa sia stata costretta a confrontarsi con modelli tipicamente “maschili”, imitandoli e perdendo così in efficacia e originalità. La donna (monaca, suora o altro che sia) accettata è quella defemminilizzata, la cui natura è stata completamente rimossa. Ormai lontana dall’immagine di Maddalena o da Maria (non l’algida Maria del cattivo catechismo che di solito sulle giovanissime discenti ha un effetto repellente) così inequivocabilmente femminili nella loro spiritualità.
Insomma, rispetto alla donna la Chiesa romana ha avuto atteggiamenti alquanto contradditori, in cui hanno finitio per trionfare più paure, coazioni a ripetere e opportunismi che spirito evangelico. Resta tuttavia quello della Chiesa il mondo all'interno del quale la donna ha avuto per quasi duemila anni più opportunità di realizzazione personale sperimentando un percorso iniziatico riconosciuto
pubblicamente.
La papessa, però, resta un sogno lontano...

martedì 17 marzo 2009

Scrivere sul corpo ed essere libere


Il villaggio globale è il luogo del virtuale. Uomini, relazioni, ricchezze tendono alla forma disincarnata in cui il corpo del reale si dissolve sostituito dalle sue molte possibili astrazioni. “Possibilità” ed “astrazione”: due parole che vanno d’accordo, sono parenti e direttamente proporzionali l’una all’altra. Il corpo invece “inchioda”: quello è, e con quello ci si deve confrontare. Si può migliorare, in una certa misura anche plasmare, contribuire sulla base del gusto e del pensiero, perfino della ideologia (penso alle magrezze smorte e un po’ tossiche in voga negli anni ’70), alla sua forma. Ma sempre “in certa misura”, mai del tutto.
La ineluttabilità del corpo che ci pesa addosso fin dall’origine, come la spada di Damocle, può far male. Soprattutto quando il corpo in questione è il proprio e non ci si riconosce. Meglio allora la fuga nel virtuale: cercare un corpo (così come spesso si fa per la personalità) senza carne, gradevole, tutto linee e sagome decise sulla base degli stereotipi imperanti. Accessibile grazie alla moderna chirurgia estetica e proposte da uomini in camice che mascherano la violenza degli interventi sttribuendo loro finalità terapeutiche: il nasino alla francese risolve un problema respiratorio (che si poteva affrontare altrimenti) e fa star bene con sé stessi, come la liposuzione, le protesi al silicone applicate gli zigomi, alle labbra, alle mammelle. Come si sta bene dopo!
E mentre la quarantenne si rimette in sesto (lei che inorridisce sentendo parlare di cose come infibulazione, circoncisioni alla clitoride che fanno certi popoli inferiori...), la figlia che fa? Si taglia, ad esempio. Sulle braccia, sul ventre, e in altri luoghi dove la mamma non arriverà a vedere. Le vedranno gli altri, i coetanei generalmente, per esempio su you-tube. Ferite per dar sfogo a un malessere sconosciuto, senza nome, che a quindici anni si prova ma non si sa capire. Ferite per far colare fuori insieme al sangue, l’angoscia. Per testimoniare la passione, trasformare la sofferenza in martirio, scrivendone la storia nella carne, trasformando la carne in “abito”, storia e segno.
Nel villaggio globale, percorso in lungo e in largo dalla Rete che accende spegne mastica macina annulla contatti a un ritmo incessante, rimanga almeno qualcosa di autentico e di scritto col sangue.

Lacerazioni e ferite autoinflitte sono più diffuse tra le donne. Effetto dell’educazione certo: le donne sono da tempo immemorabile educate a “nascondere” la rabbia e il dissenso. Ma , soprattutto, il rapporto tra la donna e il corpo è più complesso. Da un lato pesano gli stereotipi della bellezza: essere bella è un dovere, chi non è in grado di assolverlo è in difetto: si senta almeno in colpa, faccia qualcosa! Ma, soprattutto, è spesso attraverso il corpo che i maschi delle società indoeuropee hanno esercitato il loro controllo sulla donna. Come se quel corpo non fosse la persona, ma un “luogo”, come un pezzo di terra, su cui si giocano i rapporti di forza tra i sessi. E su cui si può scrivre la proprietà, come si marchia una bestia.
Aristotele parlò della donna come di un contenitore passivo in cui l’uomo deposita il suo seme, unico a contenere la forma d’individuazione che impime al nascituro i suoi connotati umani. La donna insomma è come una carrozzina: porta a spasso il bambino, niente di più.
Facile capire che la rivolta della donna contro questo modo di pensare si sia concentrata sul corpo: “l’utero è mio” nasce da un vissuto di questo genere. Il corpo esperito come qualcosa di estraneo, perfino nemico. Come se non fosse del tutto proprio, ma di un altro, uno che a tradimento può colpire la donna ( anche con la forza), segnarla, scriverla, cambiando la sua vita e, perché no, anche il suo stato psico-sociale per sempre ( madre per sempre).
Io credo però che la battaglia della donna dovrebbe essere più radicale e rifiutare completamente la logica maschile, che ha pensato al corpo così come si pensa alla proprietà, che si compra o al limite si prende con la forza. L’esperienza femminile è diversa. Il corpo è solo fino a un certo punto individuale. Attraverso il corpo noi entriamo in contatto con il nostro prossimo, amiamo, partecipiamo del meraviglioso fiorire della vita. Un comportamento poco responsabile può per esempio portare a trasmettere malattie, infezioni o altri squilibri al bambino che si porta in grembo. Il corpo ci dice che non siamo monadi, ma abbiamo una struttura ontologica “aperta”..
Scrivere sul corpo insomma ha un significato profondo e dà origine a grandi cose solo se parte dall’accettazione piena della natura spirituale del corpo. E per spirituale intendo “aperta ad un tu”.

domenica 15 marzo 2009

Iniziazione alla parola



“Acqua!” gridai quella notte nel sonno. La prima parola che pronunciavo da quando mi ero ammalata. Quando aprii gli occhi, Tsila era in piedi davanti al mio letto. “Acqua” ripetei e lei mi porse un bicchiere pieno d’acqua fresca che avevo chiesto. la bevvi tutta d’un fiato e le restituii il bicchiere.
“Come si dice?” bisbigliò.
“Grazie.”
“Dillo ancora”
“Grazie” ripetei, e lei s’inginocchiò vicino al mio letto.
“Dolci le tue parole” mi sussurrò. Le stesse parole che avevo sentito dire da Lipsa ai due figli minori, quando avevano cominciato a parlare.

(Nancy Richler, Dolci le tue parole, Il Saggiatore, 2003)

Il romanzo, le cui vicende prendono avvio nel 1897 all’interno di una comunità di ebrei bielorussi, è bellissimo. L’atmosfera che imbeve tutta la narrazione è sognante, magica; il respiro però è epico. Dolcemente epico. Epico in un modo femminile. I personaggi sono sempre speciali e meravigliosi. Più di tutti quello di Tsila, la giovane matrigna che nel passo riportato riconduce la figliastra Miriam alla parola, perduta dopo una brutta difterite. L’aveva promesso al marito che però si era dimostrato piuttosto scettico, rivelando una sensibilità ordinaria, incapace di cogliere la generosità che la giovane moglie nasconde dietro i suoi modi ruvidi.
La parola ritorna, dapprima come “acqua” e poi come “grazie”. Parole attraversate da un legame fortissimo. Chi ha visitato anche solo una volta nella sua vita una stazione termale (l’acqua che scende giù dalla roccia, viva e gratuita, pura sovrabbondanza) sa che è così.
Il legame tra Tsila (una donna poco espansiva e ossuta che fatica a diventare madre) e Miriam è un legame solo in parte “naturale”. La madre biologica di Miriam colpita da una misteriosa malattia mentale si è infatti uccisa subito dopo la nascita della piccola (verso la quale non ha provato il benché minimo interesse) annegandosi. Tsila arriva dopo sei anni e fin da subito imposta il suo rapporto con la piccola in un modo bellissimo che se da un lato è materno e protettivo come quello di ogni madre naturale, dall’altro è decisamente “culturale”, più libero e reciproco di quanto siano generalmente i rapporti tra madre e figlio. E’ un rapporto iniziatico.
E quando Miriam rischia di morire per la terribile difterite che le riempie la gola di materia infetta danneggiando le corde vocali, la scontrosa Tsila sorprende tutti calandosi perfettamente nel ruolo della madre amorevole che cura e salva, nutre e ridà la vita, ben simboleggiata dall’acqua.
Dopo però, raggiunto lo scopo della sopravvivenza, c’è la parola. Obiettivo culturale e spirituale. La parola non è il compito della madre che nutre e vivifica (madre- grembo- seno), ma dell’iniziatrice, al limite della profetessa che apre le porte ai messaggi celesti e ne svela l’arcano. Dev’essere una parola speciale e femminile: “grazie”. E ancora “grazie”. Una parola che, nel momento stesso in cui viene pronunciata, pone un tu. Lo crea o ne è creata, difficile dirlo. Diversa dalla parola che oggettiva e classifica, ordina gerarchicamente. Necessaria anche lei, ma di altro genere.
Grazie è pura poesia. Canto, lode, assenso. Celebrazione della vita.
Miriam la farà profondamente sua e anni più tardi, quando per motivi politici verrà fatta prigioniera e confinata in un terribile campo di prigionia della Russia zarista, continuerà cercare nelle parole la salvezza e il senso ultimo della sua triste esistenza. Saranno allora le parole “dolci” scritte alla figlioletta partorita in carcere e affidata subito dopo alle cure di un’altra donna amica. Un’altra Tsila si spera.

giovedì 12 marzo 2009

Morire di fame: Eco e Ottilie


Per ogni Anima che si lascia morire di consunzione, c’è un Animus che affoga, prigioniero nel suo specchio. Almeno è questo che miti e poesia sembrano suggerirci. Eco e Narciso, Ottilie ed Edoardo (noti personaggi del romanzo Le affinità elettive di Goethe).
Eco, condannata da Era a ripetere sempre le ultime parole che ode, s’invaghisce di Narciso il bellissimo che di lei (come di ogni altra) non si cura, preferndo la caccia e la contemplazione del proprio volto riflesso nell’acqua. Eco ne patisce e piano piano si consuma, diventa pura voce, che risuona nelle valli e negli antri, inquieta e infelice. Narciso morirà di lì a poco, cercando di abbracciare la bella immagine di cui si è invaghito: la sua, specchiata nell’acqua.
Ottilie è l’eterea, poetica donna di cui s’innamora perdutamente Edoardo, marito di Carlotta. Trascinata verso Edoardo da una attrazione che si pretende irresistibile e soprannaturale, Ottilie finisce per essere involontariamente la causa della morte del bambino concepito dai due coniugi in un amplesso senza passione. Mostruosamente, o mirabilmente a seconda dei punti di vista, il bambino ricorda nei tratti non i genitori, ma Ottilie e il Capitano, la donna e l’uomo a cui rispettivamente Edoardo e Carlotta pensavano al momento del suo concepimento. Divorata dal senso di colpa per aver lasciato cadere il bambino nell’acqua durante una traversata in barca, Ottilie si lascia morire di fame. Di lì a breve la segue nella tomba Edoardo.

Di Narciso è inutile parlare. Il personaggio è noto e la parola narcisismo oggi la usano un po’tutti, anche gli studenti di prima media sanno cosa significa e si divertono ad accusarsi reciprocamente di narcisismo. Non si offende nessuno: i Narcisi di oggi non annegano, anzi, sono i più furbi di tutti: dalla vita si prendono il meglio. O almeno, questo è quello che si crede. Questo il messaggio che passa.
L’Edoardo di Goethe, meno conosciuto forse, non ha una psicologia diversa da quella di Narciso. Viziato e fissato alla propria passione per la giovane, fugge quando viene a conoscenza del bambino che la moglie Carlotta ha in grembo. Vorrebbe infatti divorziare e affondare nella passione con Ottilie, da cui si sente irresistibilmente attratto. Ovvio, è il suo complementare: tanto lui è determinato, appassionato, perfino esplosivo e radicale nelle sue passioni, tanto è sicuro del proprio valore e di essere oggetto dell’altrui ammirazione, quanto Ottilie è insicura, introversa, timorosa delle proprie scelte, erratica e silenziosa. Silenziosissima anzi. Difficile da comprendere, negata alla vita sociale e alla chiacchiera come pochi altri. tutta ritirata dentro di sé. Per questo il narcisista Edoardo è così attratto da lei, morbida creta che il suo io artistico, incapace di riconoscere valore fuori di sé, può plasmare. Ottilie è figura dell’ anima di Edoardo, il quale nessun’altra donna può amare se non quella che riproduce il suo mondo interiore. C’è nel suo rapporto con la sua anima ( e con Ottilie) qualcosa di mortalmente esclusivo, infantile, ottuso, che porta al totale rifiuto della realtà. Per questa ragione Edoardo non può dare i propri tratti a un figlio, nella maniera in cui generalmente lo fanno i padri. In lui non c’è il principio generativo paterno che si compiace in un altro. Edoardo si compiace solo di se stesso e della sua intimità. Seducente finché si vuole (i Narcisi lo sanno essere anche molto ma generalmente, conosciuti bene, deludono. Troppo vuoti, sterili, incapaci di generare figli destinati a sopravvivere). Edoardo è in verità freddo: terribilmente freddo, in primo luogo col bambino e con la moglie, la quale, pur amando un altro, cerca di salvare il matrimonio all’interno del quale ha concepito un figlio.
Il bambino potrebbe essere la salvezza di tutti, liberando i personaggi dai fumi alcolici di passioni malsane e restituendo alle relazioni che li legano la loro spiritualità. Ma la fissità di Edoardo e Ottilie è assoluta, non ammette cambiamento: il bambino deve morire. E infatti muore, annegando come Narciso. Ottile si lascia poi consumare come Eco. Nel suo caso la consunzione comporta il radicale rifiuto del cibo, che è rifiuto della realtà vissutaa come cattiva: un caso di vera anoressia.

Frequentando il mondo dei miti e delle fiabe, ho imparato che personaggi presentati all’interno della narrazione come antagonisti rappresentano al contrario le due facce della stessa realtà. Sono inseparabili e uno confluisce nell’altro, nel momento in cui si estremizza e si pretende immutabile.
Peter Pan e Capitan Uncino (l’adulto che non vuole crescere eterna Peter Pan, ma non sa essere tenero con i bambini, i legittimi Peter Pan, non li ama, anzi...è troppo occupato a provare tenerezza per sé , per il resto è arido e arcigno), Biancaneve e la Regina cattiva (Le Biancanevi che simulano un’innocenza e una freschezza incompatibili con l’esperienza della vita, di solito nascondono un’insensibilità che si manifesta brutalmente davanti alla bellezza e all’ innocenza altrui di cui provano invidia).
Ottilie non può proteggere il bambino: il suo sé strozzato, ai limiti dell’autismo, è fatalmente infanticida. Le manca completamente il principio femminile capace di trasformarla in una vera madre. E per quesa ragione non può nemmeno perdonare a se stessa: il perdono è l’espressione di una personalità matura, capace di dare vita al padre e alla madre dentro di sè.

Il nostro dicevamo è un mondo di Narcisi. Meno male si suggerisce da più parti: quanti slogan e quante immagini televisive invitano a fare l’amore con se stessi (“con il sapore”, cioè con il proprio assaporare), a prenderci decisamente quanto ci piace.
Però è anche un mondo dove ogni anno migliaia di ragazzine muoiono di anoressia, si lasciano consumare dal sogno folle di Ottilie. Scivolano silenziose al di là del muro e di loro non resta neanche la voce. Di qua, la festa continua, fino a quando non si sa. Milioni di Narcisi sono pronti a dimenticarle e a giurare che questo, proprio questo è il migliore dei mondi possibili.
Non è così: accanto a un’anoressica c’è sempre Narciso, dentro un’anoressica c’è Narciso.
Per uscirne, ragazze, bisogna annegarlo. Dovete farlo prima che lui si anneghi trascinando sott’acqua anche voi. Ingenue Ottilie.

martedì 10 marzo 2009

Lo sguardo di Era


L’esperienza dell’esistere è legata fin dai primordi allo sguardo. Venire alla luce significa entrare nello sguardo di un altro. Di un’altra di solito: un tu femminile. Felice quel bambino che nascendo entra in uno sguardo d’amore, di dono e di accoglienza. Solitamente però, almeno sulla terra, nel regno delle imperfezioni, il dono non è mai del tutto gratuito, l’accogliere non è mai incondizionato. Perchè guardare non è soltanto contemplare: è anche scrutare, vagliare, giudicare. Perfino, spiare.
Il firmamento, il bel volto di Era, la coda di pavone (l’uccello appunto della Grande madre, Era) del creato, è splendore che guarda, accoglie ed esalta trasmettendo se stesso ad ogni vivente, trascinando nel vortice della sua bellezza. E’ l’occhio amoroso che instancabile coglie comprende e soddisfa i bisogni di nutrimento materiale e spirituale. Nella pupilla di quell’occhio l’uomo si specchia e scopre la sua grandezza: simile agli dei. Fatto a immagine e somiglianza del suo creatore. E’ insomma questo lo sguardo che conforta, dà la forza, l’autostima, il destino spirituale. In fondo è proprio dal latte di Era che prende forma la Via Lattea e solo bevendone si diventa immortali. Nelle società tradizionali la Via Lattea è spesso associata all’idea di cammino spirituale verso il Regno eterno: “strada delle anime dei morti” che passano dal mondo degli uomini a quello degli spiriti, archetipo della “via dei pellegrini” lungo il quale avviene il processo di rigenerazione interiore, la trasformazione alchemica in cui il piombo si trasforma via via in oro.

Però, si diceva, guardare è anche un vagliare, addirittura uno spiare. Lo sguardo della madre non è solo amoroso, dentro di sé ha anche quella luce fredda, elettrica, che oggettiva, taglia, separa, generando l’angoscia della morte. E’ così. Le stelle sono belle ma fredde, lontane e implacabili in quella fissità che ricorda Era, la Grande Madre, abbagliante nel suo candore (la dea “dalle candide braccia”), ma ombrosa, sospettosa, gelosa. Miti e leggende ce la mostrano piena di livore per essere stata disconosciuta nel suo ruolo regale di Madre. Di fronte ai numerosi tradimenti dello sposo divino la sua reazione non è mai quella dell’amante ingannata, ma quella della regina spodestata: la sofferenza non nasce all’interno della coppia, è qualcosa di più legato al ruolo istituzionale che ricopre. Gli occhi di Era sono sospettosi e non sopportano di vedere indebolito il proprio potere che si vuole cosmico, capillare, onnipervasivo. Lei ( e nessun’altra) è l’archetipo del principo materno regale: lei è la fonte primaria e unica della maternità, il pilastro su cui si regge il “matrimonio”, il regno della madre. Non può ammettere ( e non vuole vedere, invidia, nel senso latino dell’invidere, “guardare di mal occhio”) quella maternità che non si riconosca in una condizione di vassallaggio nei suoi riguardi. Per questo perseguita tutte le donne che Zeus ama di nascosto. Non per amore dello sposo (verso il quale non c’è mai trasporto erotico o passione) ma per la clandestinità di quei rapporti e delle nascite a cui danno inevitabilmente luogo: nascite che non appartengono al regno di Era.
Significativa a questo proprosito la figura di Lamia, amata da Zeus ed infelice madre a cui Era per gelosia strappa e uccide la prole. Ferita mortalmente nella propira essenza di madre, Lamia si trasforma in una creatura malvagia, invidiosa della felicità delle altre madri a cui sottrae e divora i figli. Così oscuramente e incessantemente tormentata dall’invidia da non potere più dormire, se non levandosi quegli occhi sempre all’erta che ossessivamente scrutano la terra per andare n cerca proprio ciò che li fa soffrire (un bisogno compulsivo e masochistico di misurare il potere generativo altrui patendone): una maternità felice. Per garantirle un po’ di riposo Zeus concederà alla povera Lamia di potersi togliere e rimettere gli occhi a piacimento. Soltanto privata dello sguardo la poverina trova la pace.
Il legame negativo tra sguardo e maternità è colto anche in quelle società tribali in cui la donna incinta viene protetta dai normali rapporti sociali e mantenuta nascosta fra le pareti domestiche fino al termine della gravidanza. Questo per sottrarla allo sguardo “malefico”, distruttivo, delle donne sterili che potrebbero compromettere il parto e danneggiare il bambino.
Insomma, nel regno della madre lo sguardo è in un senso o nell’ altro di vitale importanza. Suo il potere della vita, l’origine della bellezza e di quello splendore che, assorbito, genera il sentimento della grandezza, la nobiltà e, domani, le eroiche imprese. Suo però anche il potere di dare la morte e di generare ogni tipo di malvagità: l’odio inestinguibile delle “matrigne” (madri non riuscite) di cui si parla nei miti e nelle fiabe.
Uno sguardo di madre deluso, spento, duro, è come la luce fredda delle stelle. Non scalda, non si propaga, rimane attaccata a colei che la emana. Chi si è visto specchiato in uno sguardo del genere non ha che una possibilità di salvezza: cercare “dietro” lo sguardo se per caso non ce n’è un altro, più grande, più luminoso. Materno e felice. Quello della Grande Madre più antica di Era. Una Madre che non ha un trono da difendere, perché ovunque è il suo trono.

domenica 1 marzo 2009

Siduri, la fanciulla che fa il vino



L’antica epopea di Gilgamesh racconta la storia del re della città sacra di Uruk che, colpito dalla perdita dell’amico amatissimo Enkidu, si reca oltre i confini del mondo conosciuto, compiendo un viaggio pieno di insidie mortali, con la speranza di ottenere l’immortalità. Gilgamesh infatti è per due terzi un dio, ma per un terzo uomo, e ciò lo rende mortale.
Al principio del poema lo incontriamo giovane, arrogante e ingiusto nell’esercizio della sua autorità. Stanchi delle sue vessazioni i sudditi si rivolgono ad Anu, dio di Uruk, invocando il suo aiuto. In risposta viene inviato sulla terra Enkidu, un essere selvaggio allevato insieme agli animali, in grado di gareggiare con Gilgamesh in quanto a forza e brutalità. I due infatti si incontrano e si combattono, ma proprio nella lotta imparono a stimarsi reciprocamente, divenendo amici e compagni inseparabili. Insieme decidono di partire per il Paese del Vivente, dove vive il gigantesco mostro Humbaba, custode della foresta dei sacri cedri, in grado di pietrificare con lo sguardo. Humbaba resterà ucciso, soprattutto per volere di Enkidu che non cede alle suppliche del gigante. Ma proprio per questo, e per le offese recate a Isthar dea della bellezza e dell’amore (la quale, respinta da Gilgamesh, invia per punirlo il Toro celeste, facilmente ucciso dall’eroe), gli dei deliberano la morte di Enkidu che ha offeso Isthar gettandole addosso una coscia del Toro ucciso), il quale si spegne tormentato da orrende visioni dell’aldilà.
Accecato dal dolore per la perdita dell’amico e reso improvvisamente consapevole della malattia e della morte come destino di ogni essere vivente, Gilgamesh va alla ricerca dell’immortalità, viaggiando oltre i monti di Masu, posti a guardia del sole; attraverso l’oceano fino alle acque della morte. Il passaggio dall’uno all’altro mondo gli viene consentito da Siduri, la “fanciulla che fa il vino”, una sorta di ostessa che vive nel giardino delle pietre preziose. Lei gli indica Ursanabi, il traghettatore che lo condurrà sulle acque di un fiume fino a Utnapistim, sorta di Noè sumerico cui gli dei hanno concesso l’immortalità. Inutile: Utnapistim non può fare lo stesso dono a Gilgamesh poichè, spiega, l’immortalità è dono esclusivo degli dei. Tuttavia, commosso dalla sofferenza del giovane re, gli offre una pianta miracolosa che consente il rinnovarsi della giovinezza e di ignorare almeno, se non la morte, l’odiosa vecchiaia. Purtroppo un serpente sottrae la pianta a Gilgamesh sulla via del ritorno (ecco perchè il serpente muta la propria pelle ringiovanendo ogni volta): anche Gilgamesh deve morire, anche lui deve conoscere la decrepitezza del corpo, nessuno sfugge al destino comune.

Gilgamesh è una delle prime figure di eroe solare che abbiamo modo di incontrare nella letterarura antica. Il viaggio che si snoda attraverso un paesaggio surreale e potente, continuando lungo 12 leghe di navigazione su acque perniciose che mai devono essere toccate, ricorda quello del sole tra i dodici segni. Anche il sole infatti conosce l’angoscia della morte, quando le tenebre sembrano avere la meglio nel segno dello scorpione, prima del solstizio invernale.
Bellissima e complessa, anche se poco tratteggiata, la figura di Siduri. Posta al confine tra le due dimensioni, il mondo abitato dai mortali e l’altro, misterioso e inaccessibile, Siduri è l’elemento femminile medianico senza il quale Gilgamesh non potrebbe effettuare il passaggio. Inizialmente gli sbarra la strada, chiudendo la porta di cui è custode con il catemaccio. E’ l’aspetto “selvatico” di Gilgamesh (trascurato, smagrito, con la barba incolta) a incuterle paura. Tuttavia, constatato che ciò che la spaventà è in verità il prodotto di un’autentica sofferenza, di una trasformazione interiore scaturita dall’esperienza della perdita radicale e del lutto, muta idea e apre la porta. Ha riconosciuto in Gilgamesh il prescelto che può lottare contro la morte e indagare il significato profondo dell’esistenza.
A dire il vero, prima Siduri ricorda al re che non ha speranza e che meglio sarebbe per lui rassegnarsi alla sua condizione godendo il più possibile le dolcezze della vita terrena, fra cui l’amore e la consolazione della discendenza. Ma a Gilgamesh quella dolcezza non basta e Siduri gli mostra la via da percorrere. Gilgamesh è infatti l’uomo nuovo, l’uomo spirituale (di una spiritualità ancora inconsapevole e infantile), fondatore di civiltà, e Siduri l’ha capito.
Lei è la "fanciulla che fa il vino". E il vino presso tutte le tradizioni religiose antiche, e in particolare quella sumerica, è simbolo di immortalità. Vuoi per il colore rosso che evoca il sangue, l’elemento vitale per eccellenza ( “il vino fa sangue”). Vuoi per la vitalità, l’entusiasmo di cui è portatore. Non a caso in Grecia era proibito utilizzarlo durante riti e sacrifici in onore delle divinità sotterranee, che non avrebbero gradito la bevanda dei vivi. E non a caso è di fondamentale importanza nella celebrazione eucaristica, dove è il sangue di Cristo.
Il vino è stato utilizzato in funzione iniziatica durante feste e riti religiosi, consentendo all’adepto delle sette misteriche il superamento di un’esperienza ristretta e mortificante della propria individualità, che attraverso l’ebbrezza veniva finalmente restituita all’abbraccio del Tutto e dell’Uno. E sovente è al vino che fanno riferimento le metafore volte a significare l’esperienza mistica: “nella cella del vino m’introdusse” celebra il Cantico dei Cantici parlando dell’incontro dell’anima con lo Sposo (2,4), mentre un mistico musulmano definisce il vino “bevanda dell’amore divino” (la proibizione a consumare vino nell’islamismo implicitamente accentua il potere e il significato rituale della bevanda). Il vino è strumento anche di conoscenza e di estasi mistica. Per san Clemente d’Alessandria il pane sta alla vita attiva come il vino sta a quella contemplativa e alla conoscenza.
Presso tutte le civiltà il vino è insomma l’elemento alchemico di una trasformazione (come lo zolfo per gli alchimisti) che libera l’oro dell’anima da tutte le impurità che ne offuscano lo splendore. Basta sapere usarlo. Che non si faccia gli apprendisti stregoni, altrimenti se ne perde il controllo, finendo annientati. Pazzi.
Siduri l’ostessa sovrintende il dinamismo della metamorfosi, rende possibile i passaggi: prima saggia l’uomo, giudica la stoffa di cui è fatta la sua anima, valuta se il viaggio è impresa per lui. Poi lo avvia e lo ammaestra. E non importa se l’impresa è davvero al di là delle forze dell’eroe: lo scopo infatti è un altro rispetto a quello che si proponeva coscientemente Gilgamesh, mosso dalla paura e ferito nel suo io ancora narcisista dalla morte. Lo scopo adesso è la conoscenza vera,la gnosi principio della piena consapevolezza e della compassione. Il Gilgamesh che torna conosce qualcosa di più profondo dell’immortalità: l’amore, la pietà, la giustizia. Ora è sì fondatore di civiltà: la bevanda spirituale che Siduri gli ha somministrato è infatti “culturale” e in qualche modo fa da spartiacque tra il mondo precivile, selvatico, e la civiltà.
E’ evidente che Siduri anticipa tutte le figure femminili salvifiche, medianiche, psicagogiche della letteratura orale e scritta e del mito: la Sibilla virgiliana che guida Enea nel mondo dei morti, le creature fatate della tradizione celtica,le madonne stilnovistiche, Beatrice, le grandi mistiche e qui mi accorgo di come l’età moderna, pur non mancando certamente di queste figure femminili medianiche, non abbia modelli di riferimento in grado di esprimere la forza dell’archetipo. Ci ricordiamo di donne che hanno mantenuto viva la luce del significato in esistenze di puro dolore, “infernali”, ma più per le loro virtù sociali che per quelle spirituali, “angeliche” (attive nel "passaggio"): Maria Teresa di Calcutta ad esempio. Per noi è una santa (anche in senso laico) che ha curato i lebbrosi: e invece forse, moderna Siduri, ne ha anche guidato le anime, dentro quella terra di nessuno in cui si è avventurato Gilgamesh. Non si sa cosa succede in quella terra, ma forse, come insegna l’epopea di Gilgamesh, all’immortalità bisogna infine rinunciare per avere qualcosa che è più grande.