domenica 29 marzo 2009

Archetipi e stereotipi


Che differenza c’è tra un archetipo ispiratore di bei pensieri, grandi imprese, nobili costumi e i modelli stereotipati di cui oggi siamo costantemente sommersi? Che differenza c’è tra Afrodite e Mariliyn Monroe, tra Eracle e Rambo, tra la bella Elena e Angelina Jolie?
Forse è che i primi, quelli di un tempo, si contemplavano senza nemmeno sognare di possederli. Erano lì per essere belli. E a guardarli si beveva un po’della loro luce, diventando noi stessi più luminosi. Di loro non ci si poteva appropriare in alcun modo. Non erano in vendita e non si compravano. Non si poteva nemmeno pensare di assurgere al loro livello. Sappiamo bene cosa accadeva a quegli umani che pensavano di poterli sfidare: colei che sfidò nella tessitura Atena finì tramutata in ragno, chi pretese di gareggiare in canto finì a gracchiare sotto forma di gazza, condannata per sempre a ripetere quel che dicevano gli altri (un brutto modo davvero di fare poesia).
Oggi è diverso. I simboli della bellezza, della gloria e del successo ci invitano a tentare la scalata che porta su fino a loro. Su non fino all’Olimpo, ma al ventesimo piano di un grattacielo elegante, magari dentro un lussuoso superattico.
E se non abbiamo voglia di tentare la scalata? Ecco che i modelli di cui abbiamo disdegnato le attenzioni gettarsi al nostro inseguimento, entrarci in casa, pressarci, tenderci agguati, colpirci perfino alle spalle.

Quel che disturba è la presenza ossessiva, martellante dell’archetipo a pranzo cena colazione: sempre lì, sullo schermo televisivo, sulla pagina patinata (Vogue o Famiglia Cristiana, non fa più differenza) a ricordarci com’è fatto un uomo in forma, com’è una tavola imbandita, una famiglia felice, una casa accogliente, un bambino dotato, un adolescente spensieriato...
Una presenza più che ossessiva. Si potrebbe dire persecutoria. Forse perché è in via di estinzione quel sentimento che riconosce e ammette come inevitabile la distanza tra il dover essere (l’archetipo) e l’essere, tra l’infinito e il finito, tra l’umano e il divino: sto parlando dell’umiltà, virtù somma presso i medievali oggi così poco considerata. Ma senza umiltà, non c’è ironia, la sola a salvarci dall’angoscia in cui ci getta la consapevolezza della nostra imperfezione, del limite che “strozza” la nostra unica esistenza impedendole di essere temporaneamente il tutto. Senza umiltà, senza ironia non c’è che un modo di sottrarsi all’angoscia: negarla, negando la distanza tra noi e l’assoluto.
L’archetipo aveva la natura numinosa del divino e il suo manifestarsi tra gli uomini era puro miracolo, rottura con l’esistente, magnifica discontinuità. Adesso pare a portata di mano.
Pensiamo alle immagini di cui vengono subissati i nostri ragazzi: un cornetto algida, una timcard, una spiaggia, quattro amici dalle forme sottili e i denti perfetti, e il pianeta adolescenza è il paradiso. In tanti ci provano: c’è il gelato, il cellulare ben ricaricato, magari una spiaggia, qualche amico, anche carino, però... manca qualcosa. Il numinoso promesso non c’è. Dalla delusione provata nasce a volte un’enorme, assurda sofferenza. Nasce la disperazione in cui miseramente naufraga il sogno grandioso. Perché?

Bellezza e splendore non sono esattamente dietro l’angolo
. Puoi ammazzarti di palestra o di digiuni, ritoccarti il naso o rifarti le tette: sarai più magro e più in forma, le tue forme più armoniose o seducenti ma lo splendore è un altra cosa. Dalla tele però una stangona svedese ti dice che sei ancora in corsa: certo che ce la puoi fare. Sei dimagrito, più bello, più giovane ma non è abbastanza. Ti rimangono ancora delle mete da raggiungere. Il mercato grazie a dio abbonda di tutto quello che ti può servire. Tutto quello che annullerà un giorno la distanza tra te e il modello.
E invece il dio dello splendore si è fatto più lontano. Gli sguardi sono più spenti e tristi, incapaci di percepire i colori e la luce che il Cielo dispensa anche agli imperfetti (“il sole lassù è di tutti”).
Con i mass media in azione è come se Apollo, il dio delle forme, fosse sceso dall’Olimpo per entrare nelle nostre case a ordinarci quel che dobbiamo o non dobbiamo fare, a misurare la nostra distanza dalla perfezione con precisione geometrica, a giudicare e a rimproverare severamente l’immancabile portatore di “deformità”. Un Apollo nevrotizzato, privo del suo splendore ma implacabile e totalitario. Intanto il fratellastro Dioniso, con la sua anarchica celebrazione della vita, resta in azione in ambienti poco raccomadanbili, nei bassifondi o in quel privato di cui non si parla. Ogni tanto, come un brutto ratto di fogna mette fuori il muso ed improvvisamente noi diveniamo consapevoli del suo mondo viscido, vischioso e ombroso: brutte malattie, delitti, infrazioni...ci dicono che l’ossessione della perfezione e della misura ha la sua controparte “notturna”. Può essere che il quarantenne dai bicipiti erculei, fuori dalla palestra, vada all’appuntamento con un viados. E va all’inferno la perfezione, la salute, l’archetipo. E anche la prevenzione.
Io credo che questa onnipresenza dell’archetipo a buon prezzo nella nostra quotidianeità sia davvero nefasta. Prima della televisione e del cinema ha cominciato la letteratura. Il bovarismo in fondo esprime proprio l’incanto mortifero per volgari stereotipi scambiati per archetipi, prima subiti e poi avvicinati con l’ansia (e non la speranza) di possederli e di farli propri. Ecco l’archetipo moderno ha proprio questa particolarità: dice “anche tu puoi fare archetipo con me”, “io posso essere tuo”, anzi “mangiami” così “tu sarai me”. E’ la pretesa identificazione (che è diversa dalla partecipazione grazie a cui la persona collabora a tenere accesa la luce dell’archetipo, di cui è illuminata, ma con cui non s’identifica) ad essere demoniaca. E la nostra infelicità di oggi, l’aumento di depressioni e suicidi soprattuto tra i giovani, credo che in parte possa essere ricondotto a questo. Il sentire la propria costituzionale incapacità a calarsi nell’archetipo per alcuni è il vero fallimento, che genera risentimento e invidia. Nessuna donna avrebbe invidiato Afrodite per la sua bellezza, nessun uomo avrebbe invidiato a Ulisse la sagacia e ad Achille la forza o lo spirito bellicoso. Il saperli al di là della storia, nel mito, metteva al riparo da sofferenze inutili e frustrazioni. C’era meno sciocco dolore, più stima di se stessi, più aderenza alla vita.
Questi modelli di oggi mi fanno venire in mente lo specchio di un racconto: uno specchio che sconvolge la vita di una povera famiglia, mai entrata in contatto con un simile oggetto, rivelando impietosamente a ciascuno dei suoi componenti i difetti che ne offuscano l’immagine. Fino a quel momento si erano visti semplicemente riflessi nell’acqua del pozzo, molto più clemente, ricavandone una sensazione positiva di grazia e benessere.
Ecco, lo specchio naturale e allusivo dell’acqua, che si accontenta di un amoroso e rassicurante sguardo d’insieme, è l’archetipo. Lo specchio, analitico e spocchioso, è lo stereotipo che mortifica.

1 commento:

  1. Brava, bel modo di vedere ed esprimere la bellezza e la serenità

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