domenica 15 marzo 2009

Iniziazione alla parola



“Acqua!” gridai quella notte nel sonno. La prima parola che pronunciavo da quando mi ero ammalata. Quando aprii gli occhi, Tsila era in piedi davanti al mio letto. “Acqua” ripetei e lei mi porse un bicchiere pieno d’acqua fresca che avevo chiesto. la bevvi tutta d’un fiato e le restituii il bicchiere.
“Come si dice?” bisbigliò.
“Grazie.”
“Dillo ancora”
“Grazie” ripetei, e lei s’inginocchiò vicino al mio letto.
“Dolci le tue parole” mi sussurrò. Le stesse parole che avevo sentito dire da Lipsa ai due figli minori, quando avevano cominciato a parlare.

(Nancy Richler, Dolci le tue parole, Il Saggiatore, 2003)

Il romanzo, le cui vicende prendono avvio nel 1897 all’interno di una comunità di ebrei bielorussi, è bellissimo. L’atmosfera che imbeve tutta la narrazione è sognante, magica; il respiro però è epico. Dolcemente epico. Epico in un modo femminile. I personaggi sono sempre speciali e meravigliosi. Più di tutti quello di Tsila, la giovane matrigna che nel passo riportato riconduce la figliastra Miriam alla parola, perduta dopo una brutta difterite. L’aveva promesso al marito che però si era dimostrato piuttosto scettico, rivelando una sensibilità ordinaria, incapace di cogliere la generosità che la giovane moglie nasconde dietro i suoi modi ruvidi.
La parola ritorna, dapprima come “acqua” e poi come “grazie”. Parole attraversate da un legame fortissimo. Chi ha visitato anche solo una volta nella sua vita una stazione termale (l’acqua che scende giù dalla roccia, viva e gratuita, pura sovrabbondanza) sa che è così.
Il legame tra Tsila (una donna poco espansiva e ossuta che fatica a diventare madre) e Miriam è un legame solo in parte “naturale”. La madre biologica di Miriam colpita da una misteriosa malattia mentale si è infatti uccisa subito dopo la nascita della piccola (verso la quale non ha provato il benché minimo interesse) annegandosi. Tsila arriva dopo sei anni e fin da subito imposta il suo rapporto con la piccola in un modo bellissimo che se da un lato è materno e protettivo come quello di ogni madre naturale, dall’altro è decisamente “culturale”, più libero e reciproco di quanto siano generalmente i rapporti tra madre e figlio. E’ un rapporto iniziatico.
E quando Miriam rischia di morire per la terribile difterite che le riempie la gola di materia infetta danneggiando le corde vocali, la scontrosa Tsila sorprende tutti calandosi perfettamente nel ruolo della madre amorevole che cura e salva, nutre e ridà la vita, ben simboleggiata dall’acqua.
Dopo però, raggiunto lo scopo della sopravvivenza, c’è la parola. Obiettivo culturale e spirituale. La parola non è il compito della madre che nutre e vivifica (madre- grembo- seno), ma dell’iniziatrice, al limite della profetessa che apre le porte ai messaggi celesti e ne svela l’arcano. Dev’essere una parola speciale e femminile: “grazie”. E ancora “grazie”. Una parola che, nel momento stesso in cui viene pronunciata, pone un tu. Lo crea o ne è creata, difficile dirlo. Diversa dalla parola che oggettiva e classifica, ordina gerarchicamente. Necessaria anche lei, ma di altro genere.
Grazie è pura poesia. Canto, lode, assenso. Celebrazione della vita.
Miriam la farà profondamente sua e anni più tardi, quando per motivi politici verrà fatta prigioniera e confinata in un terribile campo di prigionia della Russia zarista, continuerà cercare nelle parole la salvezza e il senso ultimo della sua triste esistenza. Saranno allora le parole “dolci” scritte alla figlioletta partorita in carcere e affidata subito dopo alle cure di un’altra donna amica. Un’altra Tsila si spera.

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