domenica 22 marzo 2009

iniziazione femminile tra natura e cultura



Nelle società tradizionali capita spesso di incontrare cerimonie d’iniziazione che segnano passaggi e momenti critici importanti. Quasi sempre rivolte ai maschi però: perché?
Troppo facile, pensando ai riti iniziatici destinati agli adolescenti, concludere che in qualche modo alle donne pensa la natura: il primo menarca sancisce inequivocabilmente il passaggio all’età adulta, età della fertilità e della maternità che si concluderà con la scomparsa del mestruo. L’elemento del sangue, così carico di significati simbolici positivi e negativi giustifica una simile prospettiva, ma al tempo stesso rischia di ricondurre la donna sempre alla sola sua funzione biologica naturale, imprigionandovela.
Il sangue mestruale inoltre, se da un lato rimanda alla stagione riproduttiva, al rigoglioso proliferare della vita, dall’altro si carica di tutte le valenze negative “infere” che al sangue si connettono: l’impurità implicita nel “macchiarsi di sangue” e nella possibilità di sporcare anche gli altri, contaminandoli. Il sangue che nutre (ho letto di donne che, rimaste col proprio bambino sotto le macerie provocate da un bombardamento e da un terremoto sono riuscite a tenerlo in vita fino alla liberazione nutrendolo col proprio sangue: un sangue-latte, buono e materno) può trasformarsi in principio di contagio, con quella nota infamante che deriva dal nostro passato tribale in cui la malattia è colpa, tara, e si trasmette appunto attraverso i legami di sangue. Neanche tanto tempo fa si raccomandava alle donne mestruate di non toccare piante e fiori perché ne avrebbero sofferto. Facile pensare al mestruo come a una sorta di maledizione o di magia infernale.
D’altra parte però questo significa anche che la donna periodicamente si libera dal sangue "infetto",tossico, rinnovando e purificando il suo sangue che circola nelle sue vene restando "sano" e buono. Questo la fa parente prossima di quell’essere misterioso (di cui per altri versi è la peggior nemica) che è il serpente, simbolo di trasmutazione e di ciclico rinnovamento. Infatti rettili e serpenti sono gli animali associati con frequenza alla Grande Madre e alla Sacerdotessa. Si pensi alla Pizia che si presentava in pubblico coi “suoi” serpenti, pronta a dare il responso dal quale ci si aspettava il soccorso indispensabile a ristabilire l’equilibrio del mondo.

La maternità, con quella componente di attesa e di trasformazione alchemica che comporta nel segreto del grembo, è ancora iniziazione: più che rito, formazione, lungo processo di affinamento in vista del grande evento. Un periodo delicatissimo della vita di ogni individuo (non solo della donna) che solo l’ottusità di una cultura maschilista e/o corrotta non ha saputo valorizzare nel giusto grado.
La sacra famiglia celebrata dal cristianesimo avrebbe dovuto conferire il massimo della dignità alla figura della madre. Non è successo, in parte per il prevalere del disprezzo nei confronti della corporeità di cui è rimasto vittima il mondo occidentale (e la maternità è l’apoteosi della corporeità); in parte per l’affermarsi di modelli socio economici in cui la maternità è avvertita come ostacolo, inutile ingombro, come pure di modelli culturali in cui, grazie soprattutto alle nuove tecnologie, il singolo si spoglia della sua natura storica e concreta di persona per “disincarnarsi” nell’astrattezza dell’individuo, instaurando con i suoi simili rapporti sempre più virtuali e sempre meno concreti ( e la maternità è molto molto concreta).

Il cristianesimo ha proposto cerimonie e riti iniziatici a uomini e donne, senza distinzione, riconoscendo che non c’è differenza fra i sessi quando si parla di spirito. Vero che tutte le religioni, anche quelle pagane, hanno offerto alle donne più opportunità di affermazione e di visibilità sociale di quanto facessero gli altri settori della vita pubblica. Sacerdotesse e profetesse ce n’erano un po’ ovunque, benché la loro importanza tendesse a diminuire in contesti fortemente patriarcali
Nella Chiesa romana soltanto il sacerdozio è negato alle donne, e personalmente devo dire che non ho mai trovato convincenti gli argomenti con cui si è cercato di giustificare tale preclusione.
Gli storici hanno sostenuto che nel cristianesimo delle origini, fino al III secolo, le donne potevano esercitare funzioni importanti come quelle di diaconessa e profetessa, ma che ciò abbia fin da subito urtato con la cultura patriarcale romano- giudaica, e qualcuno dice rappresentata proprio da Pietro, il quale ha fatto in modo di soffocare l’iniziativa delle donne, alle quali Gesù aveva invece riconosciuto piena e pari dignità con l’uomo. Prima fra tutte Maddalena, nei cui confronti Pietro rivelerebbe un comportamento particolarmente ostile, suscitando la reazione sdegnata degli stessi discepoli (Vangelo apocrifo di Filippo).
Più tardi, una volta affermatosi il modello gerarchico di organizzazione della Chiesa, Paolo chiederà alle donne di tacere nel tempio (dove è vergognoso che una donna parli) e in generale di astenersi dall’intervenire in discussioni, consigliando loro piuttosto di imparare a casa dai mariti(!).
Le comunità in cui le donne predicano, insegnano, perfino amministrano i sacramenti, sono quelle gnostiche: valentiniane, marcionite, montaniste...Tutte dichiarate eretiche, per questioni dogmatiche ovviamente; però una ulteriore dimostrazione dell’iniqua interpretazione del messaggio evangelico da loro operata, viene ricavata dalla libertà di cui godono le donne che in queste comunità profetano, assumono cariche vescovili e celebrano l’eucarestia.

Tuttavia, nonostante i molti limiti riscontrabili nelle forme storiche che il cristianesimo ha assunto in Occidente (smarrendo il senso della “buona novella”), non si può ignorare la portata rivoluzionaria implicita ( e gravida di conseguenze che purtroppo si sono verificate solo in parte) nell’equiparazione di donne e uomini sul piano dello spirito. Una eguaglianza che la Chiesa ha sostanzialmente ammesso, riconoscendo alle donne le medesime (o quasi, vista l’esclusione dal sacerdozio) possibilità di elevazione spirituale per maschi e femmine attraverso un cammino iniziatico, scandito dai sacramenti e insieme dalle tappe di un personale affinamento interiore, che può portare Ildegarda d Bingen non più in basso di un san Tommaso e di un sant’Agostino.
Nella tradizione cristiana è inoltre apprezzabile che la scelta vocazionale richieda, a chi voglia intraprendere un cammino iniziatico, alle donne come agli uomini, un’adesione personale totalmente libera.
Questo però sul piano teologico e dottrinale. Poi, purtroppo, ci sono i condizionamente culturali e socio economici (quante fanciulle hanno preso il velo per trovare una “sistemazione” o per consentire al fratello di erditare l’intera proprietà? ma questo, cambiate le forme, si fa anche oggi e non è diverso dal matrimonio d’interesse). E soprattutto ci sono gli uomini (maschi e femmine), con le meschinità e le paure di sempre. Incapaci di radicalità. Pronti a sposare il cambiamento solo se non intacca i privilegi e non scardina i meccanismi dell’egoismo.
Soltanto questo può spiegare la posizione di inferiorità che la donna ha avuto anche nella storia del cristianesimo rispetto all’uomo, nonostante nel Vangelo non ci sia nemmeno una parola che possa giustificarla.
Sarebbe interessante vedere quanto la spiritualità femminile abbia saputo influenzare la storia del cristianesimo e quanto essa stessa sia stata costretta a confrontarsi con modelli tipicamente “maschili”, imitandoli e perdendo così in efficacia e originalità. La donna (monaca, suora o altro che sia) accettata è quella defemminilizzata, la cui natura è stata completamente rimossa. Ormai lontana dall’immagine di Maddalena o da Maria (non l’algida Maria del cattivo catechismo che di solito sulle giovanissime discenti ha un effetto repellente) così inequivocabilmente femminili nella loro spiritualità.
Insomma, rispetto alla donna la Chiesa romana ha avuto atteggiamenti alquanto contradditori, in cui hanno finitio per trionfare più paure, coazioni a ripetere e opportunismi che spirito evangelico. Resta tuttavia quello della Chiesa il mondo all'interno del quale la donna ha avuto per quasi duemila anni più opportunità di realizzazione personale sperimentando un percorso iniziatico riconosciuto
pubblicamente.
La papessa, però, resta un sogno lontano...

4 commenti:

  1. Poco dopo, Dushassana, il cattivo fratello, entrò nella stanza dove Draupadi, venuta a
    Hastinapura con il suo sposo, attendeva i risultati della partita di dadi
    Con un sorriso arrogante le disse:
    - Ti si chiede di venire nella sala del gioco.
    - Chi me lo chiede, e perché?
    - Perché Yudishsthira ti ha perso.
    - Cosa vuoi dire, che mi ha perso?
    - Ti ha perso giocando a dadi.
    - Mi ha perso giocando a dadi! Non aveva altro da giocare?
    - Ha giocato tutto quello che aveva e l'ha perduto, le ricchezze, il bestiame, il
    regno, i fratelli. Ha giocato e perso anche se stesso.
    Nella confusione di idee e di sentimenti che la investivano all'improvviso, Draupadi
    si aggrappò a quest'ultima frase.
    - Ha perduto anche se stesso?
    - Te l'ho detto.
    - Prima o dopo aver giocato me?
    - Prima di giocare te.
    - Ritorna nella sala, disse allora Draupadi, e domanda questo: è vero che tu avevi
    perduto te stesso prima di giocarmi? E se tu eri ormai perso, avevi il diritto di
    giocarmi?
    - Tu sei stata giocata e perduta, e ora ci appartieni. Vieni!
    Dushassana cercò di afferrarla. Lei si sottrasse gridando:
    - Lascia che mi cambi. Ho solo una veste macchiata di sangue. Sono nei giorni
    delle regole. Non portarmi in queste condizioni davanti ai re!
    Dushassana la afferrò per i capelli e la trascinò malgrado le sue urla.
    - Cosa importa che tu sia mestruata e che indossi solo una vestaglia! Sei stata vinta
    al gioco e ormai sei solo una schiava, mio fratello ti destina a lavare i piatti nelle
    cucine! Avanti, cammina!
    Lei si faceva trascinare, distesa a terra. Gridava:
    - Ma cosa ho fatto? Cosa mi succede? Io ti disprezzo e ti odio. Lasciami, non
    voglio vedere quegli uomini!
    Dushassana la portò al cospetto di tutti, gettandola violentemente in mezzo al gruppo.
    Duryodhana e tutti i suoi fratelli scoppiarono in una risata brutale, alla vista di quella
    che consideravano già la nuova serva. Lo stesso Karna, che lei aveva
    sprezzantemente rifiutato, chiamandolo "figlio di cocchiere", si mise a ridere. I
    Pandava restavano nel loro angolo, senza una parola, come conveniva agli schiavi.
    Bhishma e Drona non alzavano il capo.
    Draupadi si sollevò, appoggiando le mani a terra, vide tutt'attorno le facce dei nobili e
    domandò con voce spezzata se vi era ancora vita in Bhishma, in Drona, in
    Dhritarashtra stesso. Assistevano a questa infamia e non facevano, non dicevano
    nulla. Chi avrebbe portato sollievo alla sua disgrazia?
    Rivolta a Yudishsthira, domandò:
    - Avevi il diritto di perdermi? Se ti eri perso prima di giocarmi, io non ti
    appartenevo più. Si può appartenere a chi ha perso se stesso? Chi mi risponde?
    Volgeva gli occhi a Bhishma, ma questi non poteva intervenire. L'interrogativo di
    Draupadi appariva così complesso che nacque una discussione molto viva e precisa.
    Il silenzio s'era rotto come per incanto e tutti esprimevano un parere. Drona affermò
    che Yudishsthira, avendo perso se stesso, non poteva assolutamente giocare la
    moglie. Ma Duryodhana rispondeva che, designata chiaramente per nome, era stata
    proprio vinta al gioco. Karna aggiunse anche, con una frase di lunghezza inusitata per
    lui:
    - Draupadi soddisfa cinque uomini, è chiaramente una donna pubblica. Legalmente
    è stata giocata e vinta, tutti l'hanno visto.
    - Abbiamo vinto tutto! gridò Duryodhana. Tutto, anche i loro vestiti, i loro gioielli!
    Ordinò di spogliarli.
    Nessuno si oppose all'ordine insultante di Duryodhana. Si vide Yudishsthira
    alzarsi per primo e, senza un gesto di collera, iniziare a spogliarsi. I fratelli lo
    imitarono. In un attimo furono nudi in mezzo alla sala, accanto al tavolo in cui
    si era giocata la loro sorte.
    Dushassana indicò loro col dito la direzione del quartiere dei servi. Uscirono, e
    Draupadi voleva imitarli, quando Karna disse, indicandola:
    - Vogliamo nuda anche lei.
    Lei si fermò. Non concepiva come quest'ordine umiliante, senza precedenti nel
    passato, potesse essere concepito. Lei, figlia di re, che si diceva fosse nata nel fuoco,
    e destinata, per volere del cielo, a portare la morte d'un uomo invincibile, veniva
    condannata a mostrarsi nuda, nel giorno delle sue regole, davanti ai principi libidinosi
    e ai suoi sposi perduti.
    Duryodhana comandò a suo fratello:
    - Dushassana, toglile la veste!
    Venne. Afferrò un lembo della veste, e tirò. Draupadi s’era accosciata a terra. Le sue
    labbra tremavano. Stava mormorando una preghiera a Krishna, mettendoci tutto
    l’impegno. Abbandonata dagli uomini, si rimetteva a dio.
    Si disse che Krishna sia comparso nell'aria. Altri ne intesero il flauto. Ma tutti
    sbalordirono nel vedere la veste di Draupadi, che appariva inesauribile. Duryodhana
    tirava, tirava, volute di tessuto si ammucchiavano per terra, e Draupadi restava
    sempre coperta.

    Il Mahabharata - La Partita a Dadi (nella traduzione di Peter Brook e Jean-Claude Carrière)

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  2. ricordavo questo passo. L'intervento del dio e la veste inesauribile fa veramente pensare che questi uomini così brutali abbiano voluto infrangere un tabù, cercando di guardare qualcosa che deve rimanere segreto, peccando di quella tracotanza che per i greci è l'hybris.
    buona giornata
    niamh

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