martedì 10 marzo 2009

Lo sguardo di Era


L’esperienza dell’esistere è legata fin dai primordi allo sguardo. Venire alla luce significa entrare nello sguardo di un altro. Di un’altra di solito: un tu femminile. Felice quel bambino che nascendo entra in uno sguardo d’amore, di dono e di accoglienza. Solitamente però, almeno sulla terra, nel regno delle imperfezioni, il dono non è mai del tutto gratuito, l’accogliere non è mai incondizionato. Perchè guardare non è soltanto contemplare: è anche scrutare, vagliare, giudicare. Perfino, spiare.
Il firmamento, il bel volto di Era, la coda di pavone (l’uccello appunto della Grande madre, Era) del creato, è splendore che guarda, accoglie ed esalta trasmettendo se stesso ad ogni vivente, trascinando nel vortice della sua bellezza. E’ l’occhio amoroso che instancabile coglie comprende e soddisfa i bisogni di nutrimento materiale e spirituale. Nella pupilla di quell’occhio l’uomo si specchia e scopre la sua grandezza: simile agli dei. Fatto a immagine e somiglianza del suo creatore. E’ insomma questo lo sguardo che conforta, dà la forza, l’autostima, il destino spirituale. In fondo è proprio dal latte di Era che prende forma la Via Lattea e solo bevendone si diventa immortali. Nelle società tradizionali la Via Lattea è spesso associata all’idea di cammino spirituale verso il Regno eterno: “strada delle anime dei morti” che passano dal mondo degli uomini a quello degli spiriti, archetipo della “via dei pellegrini” lungo il quale avviene il processo di rigenerazione interiore, la trasformazione alchemica in cui il piombo si trasforma via via in oro.

Però, si diceva, guardare è anche un vagliare, addirittura uno spiare. Lo sguardo della madre non è solo amoroso, dentro di sé ha anche quella luce fredda, elettrica, che oggettiva, taglia, separa, generando l’angoscia della morte. E’ così. Le stelle sono belle ma fredde, lontane e implacabili in quella fissità che ricorda Era, la Grande Madre, abbagliante nel suo candore (la dea “dalle candide braccia”), ma ombrosa, sospettosa, gelosa. Miti e leggende ce la mostrano piena di livore per essere stata disconosciuta nel suo ruolo regale di Madre. Di fronte ai numerosi tradimenti dello sposo divino la sua reazione non è mai quella dell’amante ingannata, ma quella della regina spodestata: la sofferenza non nasce all’interno della coppia, è qualcosa di più legato al ruolo istituzionale che ricopre. Gli occhi di Era sono sospettosi e non sopportano di vedere indebolito il proprio potere che si vuole cosmico, capillare, onnipervasivo. Lei ( e nessun’altra) è l’archetipo del principo materno regale: lei è la fonte primaria e unica della maternità, il pilastro su cui si regge il “matrimonio”, il regno della madre. Non può ammettere ( e non vuole vedere, invidia, nel senso latino dell’invidere, “guardare di mal occhio”) quella maternità che non si riconosca in una condizione di vassallaggio nei suoi riguardi. Per questo perseguita tutte le donne che Zeus ama di nascosto. Non per amore dello sposo (verso il quale non c’è mai trasporto erotico o passione) ma per la clandestinità di quei rapporti e delle nascite a cui danno inevitabilmente luogo: nascite che non appartengono al regno di Era.
Significativa a questo proprosito la figura di Lamia, amata da Zeus ed infelice madre a cui Era per gelosia strappa e uccide la prole. Ferita mortalmente nella propira essenza di madre, Lamia si trasforma in una creatura malvagia, invidiosa della felicità delle altre madri a cui sottrae e divora i figli. Così oscuramente e incessantemente tormentata dall’invidia da non potere più dormire, se non levandosi quegli occhi sempre all’erta che ossessivamente scrutano la terra per andare n cerca proprio ciò che li fa soffrire (un bisogno compulsivo e masochistico di misurare il potere generativo altrui patendone): una maternità felice. Per garantirle un po’ di riposo Zeus concederà alla povera Lamia di potersi togliere e rimettere gli occhi a piacimento. Soltanto privata dello sguardo la poverina trova la pace.
Il legame negativo tra sguardo e maternità è colto anche in quelle società tribali in cui la donna incinta viene protetta dai normali rapporti sociali e mantenuta nascosta fra le pareti domestiche fino al termine della gravidanza. Questo per sottrarla allo sguardo “malefico”, distruttivo, delle donne sterili che potrebbero compromettere il parto e danneggiare il bambino.
Insomma, nel regno della madre lo sguardo è in un senso o nell’ altro di vitale importanza. Suo il potere della vita, l’origine della bellezza e di quello splendore che, assorbito, genera il sentimento della grandezza, la nobiltà e, domani, le eroiche imprese. Suo però anche il potere di dare la morte e di generare ogni tipo di malvagità: l’odio inestinguibile delle “matrigne” (madri non riuscite) di cui si parla nei miti e nelle fiabe.
Uno sguardo di madre deluso, spento, duro, è come la luce fredda delle stelle. Non scalda, non si propaga, rimane attaccata a colei che la emana. Chi si è visto specchiato in uno sguardo del genere non ha che una possibilità di salvezza: cercare “dietro” lo sguardo se per caso non ce n’è un altro, più grande, più luminoso. Materno e felice. Quello della Grande Madre più antica di Era. Una Madre che non ha un trono da difendere, perché ovunque è il suo trono.

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