martedì 17 marzo 2009

Scrivere sul corpo ed essere libere


Il villaggio globale è il luogo del virtuale. Uomini, relazioni, ricchezze tendono alla forma disincarnata in cui il corpo del reale si dissolve sostituito dalle sue molte possibili astrazioni. “Possibilità” ed “astrazione”: due parole che vanno d’accordo, sono parenti e direttamente proporzionali l’una all’altra. Il corpo invece “inchioda”: quello è, e con quello ci si deve confrontare. Si può migliorare, in una certa misura anche plasmare, contribuire sulla base del gusto e del pensiero, perfino della ideologia (penso alle magrezze smorte e un po’ tossiche in voga negli anni ’70), alla sua forma. Ma sempre “in certa misura”, mai del tutto.
La ineluttabilità del corpo che ci pesa addosso fin dall’origine, come la spada di Damocle, può far male. Soprattutto quando il corpo in questione è il proprio e non ci si riconosce. Meglio allora la fuga nel virtuale: cercare un corpo (così come spesso si fa per la personalità) senza carne, gradevole, tutto linee e sagome decise sulla base degli stereotipi imperanti. Accessibile grazie alla moderna chirurgia estetica e proposte da uomini in camice che mascherano la violenza degli interventi sttribuendo loro finalità terapeutiche: il nasino alla francese risolve un problema respiratorio (che si poteva affrontare altrimenti) e fa star bene con sé stessi, come la liposuzione, le protesi al silicone applicate gli zigomi, alle labbra, alle mammelle. Come si sta bene dopo!
E mentre la quarantenne si rimette in sesto (lei che inorridisce sentendo parlare di cose come infibulazione, circoncisioni alla clitoride che fanno certi popoli inferiori...), la figlia che fa? Si taglia, ad esempio. Sulle braccia, sul ventre, e in altri luoghi dove la mamma non arriverà a vedere. Le vedranno gli altri, i coetanei generalmente, per esempio su you-tube. Ferite per dar sfogo a un malessere sconosciuto, senza nome, che a quindici anni si prova ma non si sa capire. Ferite per far colare fuori insieme al sangue, l’angoscia. Per testimoniare la passione, trasformare la sofferenza in martirio, scrivendone la storia nella carne, trasformando la carne in “abito”, storia e segno.
Nel villaggio globale, percorso in lungo e in largo dalla Rete che accende spegne mastica macina annulla contatti a un ritmo incessante, rimanga almeno qualcosa di autentico e di scritto col sangue.

Lacerazioni e ferite autoinflitte sono più diffuse tra le donne. Effetto dell’educazione certo: le donne sono da tempo immemorabile educate a “nascondere” la rabbia e il dissenso. Ma , soprattutto, il rapporto tra la donna e il corpo è più complesso. Da un lato pesano gli stereotipi della bellezza: essere bella è un dovere, chi non è in grado di assolverlo è in difetto: si senta almeno in colpa, faccia qualcosa! Ma, soprattutto, è spesso attraverso il corpo che i maschi delle società indoeuropee hanno esercitato il loro controllo sulla donna. Come se quel corpo non fosse la persona, ma un “luogo”, come un pezzo di terra, su cui si giocano i rapporti di forza tra i sessi. E su cui si può scrivre la proprietà, come si marchia una bestia.
Aristotele parlò della donna come di un contenitore passivo in cui l’uomo deposita il suo seme, unico a contenere la forma d’individuazione che impime al nascituro i suoi connotati umani. La donna insomma è come una carrozzina: porta a spasso il bambino, niente di più.
Facile capire che la rivolta della donna contro questo modo di pensare si sia concentrata sul corpo: “l’utero è mio” nasce da un vissuto di questo genere. Il corpo esperito come qualcosa di estraneo, perfino nemico. Come se non fosse del tutto proprio, ma di un altro, uno che a tradimento può colpire la donna ( anche con la forza), segnarla, scriverla, cambiando la sua vita e, perché no, anche il suo stato psico-sociale per sempre ( madre per sempre).
Io credo però che la battaglia della donna dovrebbe essere più radicale e rifiutare completamente la logica maschile, che ha pensato al corpo così come si pensa alla proprietà, che si compra o al limite si prende con la forza. L’esperienza femminile è diversa. Il corpo è solo fino a un certo punto individuale. Attraverso il corpo noi entriamo in contatto con il nostro prossimo, amiamo, partecipiamo del meraviglioso fiorire della vita. Un comportamento poco responsabile può per esempio portare a trasmettere malattie, infezioni o altri squilibri al bambino che si porta in grembo. Il corpo ci dice che non siamo monadi, ma abbiamo una struttura ontologica “aperta”..
Scrivere sul corpo insomma ha un significato profondo e dà origine a grandi cose solo se parte dall’accettazione piena della natura spirituale del corpo. E per spirituale intendo “aperta ad un tu”.

2 commenti:

  1. ... facendo seguito ad alcuni passi del tuo articolo, ti invio questo:

    Olocausto femminile nel Terzo mondo

    E' un articolo sul Corriere del 26/3/2006 di Ayaan Hirsi Ali, deputata olandese del VVD il partito laburista olandese. Questa donna esprime la più radicale e coraggiosa posizione mai apparsa per la libertà della donna nell'Islam ed è salita prepotentemente alla ribalta con l'assassinio di Teo Van Gogh (nipote del pittore) da parte di un integralista marocchino, in quanto sceneggiatrice del cortometraggio "Submission". Ma non solo, gli stessi che hanno ritenuto blasfemo il film di Theo van Gogh hanno condannato Ayaan Hirsi Ali a morte.
    Ha scritto: Non sottomessa. Contro la segregazione nella società islamica. Einaudi, 2005
    -------------------------------
    Com'è possibile che sia così? Ecco alcuni fattori. Nei Paesi in cui la nascita di un bambino è considerata un dono e la nascita di una bambina una maledizione degli dei, l'aborto selettivo e l'infanticidio eliminano le neonate. Le bambine muoiono di incuria in misura sproporzionata perché il cibo e le cure mediche vengono riservati prima ai fratelli, ai padri, ai mariti e ai figli maschi.

    Nei Paesi in cui le donne sono considerate proprietà degli uomini, i padri e i fratelli possono ucciderle perchè hanno scelto il partner sessuale. Li chiamano delitti «d'onore», anche se con l'onore non hanno niente a che vedere. Le giovani spose vengono uccise se i padri non pagano denaro a sufficienza agli uomini che le hanno sposate. Le chiamano «morti per dote», anche se non tanto di morte, quanto di omicidio si tratta.

    Il brutale commercio sessuale di bambine a livello internazionale ne uccide un numero incalcolabile. La violenza domestica è una delle cause primarie di morte fra le donne di tutti i Paesi.
    Alla salute femminile viene attribuito così poco valore che ogni anno circa seicentomila donne muoiono di parto.
    Seimila bambine, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, vengono sottoposte quotidianamente alla mutilazione dei genitali. Molte muoiono; le altre vivono il resto dei loro giorni con un dolore paralizzante. Secondo l'Oms, una donna su cinque a livello mondiale ha probabilità di essere vittima di uno stupro o di un tentato stupro nel corso della propria vita.

    Ciò che accade alle donne e alle bambine in molti luoghi del pianeta è un genocidio.
    Tutte le vittime urlano la propria sofferenza. Non è che il mondo non le senta: è che gli esseri umani loro simili scelgono di non farci caso. E' molto più comodo per noi ignorare queste questioni. E dicendo «noi» includo anche le donne. Troppo spesso siamo le prime a guardare altrove. Può persino succedere che siamo partecipi, favorendo i nostri figli maschi e non curandoci delle nostre figlie femmine. Tutte queste cifre sono stime: il computo esatto della violenza contro le donne non è considerato una priorità nella maggior parte dei Paesi.
    Abbiamo di fronte tre sfide. Le donne non sono organizzate né unite. Quelle di noi che stanno nei Paesi ricchi, e hanno ottenuto l'eguaglianza davanti alla legge, devono mobilitarsi per assistere le proprie compagne. Soltanto la nostra rabbia e la nostra pressione politica possono portare a un cambiamento.

    Gli islamisti si stanno impegnando a resuscitare e diffondere leggi brutali e retrograde.
    Ovunque gli islamisti applichino la Sharia, o legge islamica, le donne vengono cacciate dalla scena pubblica, escluse dall'istruzione e costrette a una vita di schiavitù domestica.
    I relativisti culturali e morali fiaccano il nostro senso di rabbia morale sostenendo che i diritti umani sono un'invenzione occidentale. Gli uomini che violentano le donne raramente fanno a meno di utilizzare il vocabolario fornito loro dai relativisti.
    Rivendicano il diritto di attenersi a un sistema di valori alternativo, un approccio «asiatico», «africano» o «islamico» ai diritti umani.
    Questo atteggiamento mentale deve essere spezzato. Una cultura che mutila i genitali delle bambine, imbriglia le menti e giustifica l'oppressione fisica non è uguale a una cultura che ritiene che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini.

    I leader mondiali potrebbero cominciare a fare tre cose per iniziare a sradicare l'omicidio di massa delle donne. Un Tribunale simile alla Corte di giustizia dell'Aia dovrebbe cercare i 113-200 milioni di donne e bambine che mancano all'appello.
    Andrebbe fatto urgentemente un serio sforzo internazionale per ottenere un computo esatto della violenza contro le donne e le bambine, Paese per Paese. C'è bisogno di una campagna mondiale per riformare le culture che permettono questo tipo di crimine.
    Cominciamo a dar loro un nome e a smascherarle.

    Negli ultimi due secoli gli occidentali hanno progressivamente cambiato il modo di trattare le donne. Il risultato è che l'Occidente gode di più pace e maggior progresso. La mia speranza è che anche il Terzo mondo intraprenda un'opera del genere. Così come abbiamo posto fine alla schiavitù, dobbiamo porre fine al genocidio basato sulla discriminazione sessuale.

    Traduzione di Monica Levy

    RispondiElimina
  2. Grazie aiace
    giusto ricordare che molti sono i paesi in cui la donna vale meno di nulla. Purtroppo spesso l'Occidente risponde con l'indifferenza, tollerando perfino il disprezzo che gli uomini provenienti da realtà culturali degradate (credo infatti che non siano da imputare all'Islam in quanto tale la mutilazioni e le molte offese arrecate alle donne). Purtroppo un sera ho partecipato a un dibattito in cui un brillante giornalista sosteneva che l'indifferenza dell'Occidente è l'unica via. Secondo lui (noto e per nulla stupido editorialista) noi dobbiamo lasciare il Terzo Mondo libero di scegliere le sue istituzioni, le sue tradizioni culturali ecc. anche quando prevedono la lapidazone delle donne, lo sfregio del volto con l'acido ecc... Sono rimasta basita!

    RispondiElimina