domenica 1 marzo 2009

Siduri, la fanciulla che fa il vino



L’antica epopea di Gilgamesh racconta la storia del re della città sacra di Uruk che, colpito dalla perdita dell’amico amatissimo Enkidu, si reca oltre i confini del mondo conosciuto, compiendo un viaggio pieno di insidie mortali, con la speranza di ottenere l’immortalità. Gilgamesh infatti è per due terzi un dio, ma per un terzo uomo, e ciò lo rende mortale.
Al principio del poema lo incontriamo giovane, arrogante e ingiusto nell’esercizio della sua autorità. Stanchi delle sue vessazioni i sudditi si rivolgono ad Anu, dio di Uruk, invocando il suo aiuto. In risposta viene inviato sulla terra Enkidu, un essere selvaggio allevato insieme agli animali, in grado di gareggiare con Gilgamesh in quanto a forza e brutalità. I due infatti si incontrano e si combattono, ma proprio nella lotta imparono a stimarsi reciprocamente, divenendo amici e compagni inseparabili. Insieme decidono di partire per il Paese del Vivente, dove vive il gigantesco mostro Humbaba, custode della foresta dei sacri cedri, in grado di pietrificare con lo sguardo. Humbaba resterà ucciso, soprattutto per volere di Enkidu che non cede alle suppliche del gigante. Ma proprio per questo, e per le offese recate a Isthar dea della bellezza e dell’amore (la quale, respinta da Gilgamesh, invia per punirlo il Toro celeste, facilmente ucciso dall’eroe), gli dei deliberano la morte di Enkidu che ha offeso Isthar gettandole addosso una coscia del Toro ucciso), il quale si spegne tormentato da orrende visioni dell’aldilà.
Accecato dal dolore per la perdita dell’amico e reso improvvisamente consapevole della malattia e della morte come destino di ogni essere vivente, Gilgamesh va alla ricerca dell’immortalità, viaggiando oltre i monti di Masu, posti a guardia del sole; attraverso l’oceano fino alle acque della morte. Il passaggio dall’uno all’altro mondo gli viene consentito da Siduri, la “fanciulla che fa il vino”, una sorta di ostessa che vive nel giardino delle pietre preziose. Lei gli indica Ursanabi, il traghettatore che lo condurrà sulle acque di un fiume fino a Utnapistim, sorta di Noè sumerico cui gli dei hanno concesso l’immortalità. Inutile: Utnapistim non può fare lo stesso dono a Gilgamesh poichè, spiega, l’immortalità è dono esclusivo degli dei. Tuttavia, commosso dalla sofferenza del giovane re, gli offre una pianta miracolosa che consente il rinnovarsi della giovinezza e di ignorare almeno, se non la morte, l’odiosa vecchiaia. Purtroppo un serpente sottrae la pianta a Gilgamesh sulla via del ritorno (ecco perchè il serpente muta la propria pelle ringiovanendo ogni volta): anche Gilgamesh deve morire, anche lui deve conoscere la decrepitezza del corpo, nessuno sfugge al destino comune.

Gilgamesh è una delle prime figure di eroe solare che abbiamo modo di incontrare nella letterarura antica. Il viaggio che si snoda attraverso un paesaggio surreale e potente, continuando lungo 12 leghe di navigazione su acque perniciose che mai devono essere toccate, ricorda quello del sole tra i dodici segni. Anche il sole infatti conosce l’angoscia della morte, quando le tenebre sembrano avere la meglio nel segno dello scorpione, prima del solstizio invernale.
Bellissima e complessa, anche se poco tratteggiata, la figura di Siduri. Posta al confine tra le due dimensioni, il mondo abitato dai mortali e l’altro, misterioso e inaccessibile, Siduri è l’elemento femminile medianico senza il quale Gilgamesh non potrebbe effettuare il passaggio. Inizialmente gli sbarra la strada, chiudendo la porta di cui è custode con il catemaccio. E’ l’aspetto “selvatico” di Gilgamesh (trascurato, smagrito, con la barba incolta) a incuterle paura. Tuttavia, constatato che ciò che la spaventà è in verità il prodotto di un’autentica sofferenza, di una trasformazione interiore scaturita dall’esperienza della perdita radicale e del lutto, muta idea e apre la porta. Ha riconosciuto in Gilgamesh il prescelto che può lottare contro la morte e indagare il significato profondo dell’esistenza.
A dire il vero, prima Siduri ricorda al re che non ha speranza e che meglio sarebbe per lui rassegnarsi alla sua condizione godendo il più possibile le dolcezze della vita terrena, fra cui l’amore e la consolazione della discendenza. Ma a Gilgamesh quella dolcezza non basta e Siduri gli mostra la via da percorrere. Gilgamesh è infatti l’uomo nuovo, l’uomo spirituale (di una spiritualità ancora inconsapevole e infantile), fondatore di civiltà, e Siduri l’ha capito.
Lei è la "fanciulla che fa il vino". E il vino presso tutte le tradizioni religiose antiche, e in particolare quella sumerica, è simbolo di immortalità. Vuoi per il colore rosso che evoca il sangue, l’elemento vitale per eccellenza ( “il vino fa sangue”). Vuoi per la vitalità, l’entusiasmo di cui è portatore. Non a caso in Grecia era proibito utilizzarlo durante riti e sacrifici in onore delle divinità sotterranee, che non avrebbero gradito la bevanda dei vivi. E non a caso è di fondamentale importanza nella celebrazione eucaristica, dove è il sangue di Cristo.
Il vino è stato utilizzato in funzione iniziatica durante feste e riti religiosi, consentendo all’adepto delle sette misteriche il superamento di un’esperienza ristretta e mortificante della propria individualità, che attraverso l’ebbrezza veniva finalmente restituita all’abbraccio del Tutto e dell’Uno. E sovente è al vino che fanno riferimento le metafore volte a significare l’esperienza mistica: “nella cella del vino m’introdusse” celebra il Cantico dei Cantici parlando dell’incontro dell’anima con lo Sposo (2,4), mentre un mistico musulmano definisce il vino “bevanda dell’amore divino” (la proibizione a consumare vino nell’islamismo implicitamente accentua il potere e il significato rituale della bevanda). Il vino è strumento anche di conoscenza e di estasi mistica. Per san Clemente d’Alessandria il pane sta alla vita attiva come il vino sta a quella contemplativa e alla conoscenza.
Presso tutte le civiltà il vino è insomma l’elemento alchemico di una trasformazione (come lo zolfo per gli alchimisti) che libera l’oro dell’anima da tutte le impurità che ne offuscano lo splendore. Basta sapere usarlo. Che non si faccia gli apprendisti stregoni, altrimenti se ne perde il controllo, finendo annientati. Pazzi.
Siduri l’ostessa sovrintende il dinamismo della metamorfosi, rende possibile i passaggi: prima saggia l’uomo, giudica la stoffa di cui è fatta la sua anima, valuta se il viaggio è impresa per lui. Poi lo avvia e lo ammaestra. E non importa se l’impresa è davvero al di là delle forze dell’eroe: lo scopo infatti è un altro rispetto a quello che si proponeva coscientemente Gilgamesh, mosso dalla paura e ferito nel suo io ancora narcisista dalla morte. Lo scopo adesso è la conoscenza vera,la gnosi principio della piena consapevolezza e della compassione. Il Gilgamesh che torna conosce qualcosa di più profondo dell’immortalità: l’amore, la pietà, la giustizia. Ora è sì fondatore di civiltà: la bevanda spirituale che Siduri gli ha somministrato è infatti “culturale” e in qualche modo fa da spartiacque tra il mondo precivile, selvatico, e la civiltà.
E’ evidente che Siduri anticipa tutte le figure femminili salvifiche, medianiche, psicagogiche della letteratura orale e scritta e del mito: la Sibilla virgiliana che guida Enea nel mondo dei morti, le creature fatate della tradizione celtica,le madonne stilnovistiche, Beatrice, le grandi mistiche e qui mi accorgo di come l’età moderna, pur non mancando certamente di queste figure femminili medianiche, non abbia modelli di riferimento in grado di esprimere la forza dell’archetipo. Ci ricordiamo di donne che hanno mantenuto viva la luce del significato in esistenze di puro dolore, “infernali”, ma più per le loro virtù sociali che per quelle spirituali, “angeliche” (attive nel "passaggio"): Maria Teresa di Calcutta ad esempio. Per noi è una santa (anche in senso laico) che ha curato i lebbrosi: e invece forse, moderna Siduri, ne ha anche guidato le anime, dentro quella terra di nessuno in cui si è avventurato Gilgamesh. Non si sa cosa succede in quella terra, ma forse, come insegna l’epopea di Gilgamesh, all’immortalità bisogna infine rinunciare per avere qualcosa che è più grande.

5 commenti:

  1. per uno come me che studia per imparare a fare il vino è proprio un post preciso...se riuscirò anche a lavorare terrò presente

    da

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  2. Caro anonimo
    recuperare il sostrato mitologico in cui s'innestano le professioni è la via per lavorare bene e con soddisfazione. Purtroppo "non si usa più".
    niamh

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  3. ciao Roberta

    sono Marco, insegno in una scuola di
    Milano. Sono rimasto molto colpito dai tuoi scritti, sopratutto quando tratti i temi "Stereotipo e Archetipo", volevo conoscere il titolo esatto del racconto di Calvino (la famiglia che non ha mai visto uno specchio) che citi. grazie

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  4. Mi chiamo Andrea Urbani, sto leggendo il suo libro "Sul dorso di un'oca". Arrivato al punto in cui parla di Siduri ho attivato Google per avere informazioni su questo personaggio... leggendo questo blog ho poi come avuto la sensazione di riconoscere il suo stile, solo dopo ho notato che la mano era la stessa! Le confesso che leggere questo libro mi ha dato una sensazione tipo "sindrome di Stendhal".
    Complimenti e grazie

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