mercoledì 29 aprile 2009

La poetica del Due


Tutta la storia della poesia occidentale sembra attraversata dal filo rosso di un dualismo che, a parte qualche eccezione, la caratterizza in maniera essenziale. L’opposizione spirito/mondo, bellezza/verità, infanzia/maturità, mito/storia, campagna/città, archetipo/ ente, sentimento/ragione ecc...dà vita ai versi della maggior parte dei nostri poeti. E sempre i due elementi dell’opposizione sono vissuti come incompatibili fra loro, generando atroci delusioni, sofferenza, perdita dell’innocenza e lutto. Leopardi non può essere più esplicito: la caduta della benefica Illusione, (l’eterea figura di Silvia) inaugura un’epoca gelida come il marmo della morte, a cui non c’è modo di sfuggire (“All’apparir del vero/Tu, misera, cadesti: e con la mano/ La fredda morta ed una tomba ignuda/Mostravi di lontano”). E quanti altri, come Leopardi (magari non con la stessa forza poetica), hanno sospirato, protestato, a volte ironizzato, sul divario tra il mondo contingente, esistenzialmente esperibile, e quello numinoso, bellissimo ma inafferrabile dell’Ideale.
La disperazione romantica nasce in fondo da una radicalizzazione del divario e dall’ inasprimento della tensione dell’anima che aspira con rinnovata intensità alla conciliazione degli opposti. Il risultato può essere il suicidio, una delle situazioni limite più trattate dalla letteratura contemporanea e al cui fascino Leopardi resiste in maniera ammirevole (facile, considerando il radicale pessimismo del suo pensiero, giugere a giustificare, perfino a raccomandare il suicidio). Forse perché il poeta delle Illusioni ( e delle Delusioni) è rimasto insensibile al mito del progresso e alle sue sirene. La delusione infatti risulta del tutto inaccettabile a chi, sotto la spinta del materialismo facilone dell’età borghese, ha creduto possibile il raggiungimento di una felicità che l’umanità aveva sempre ritenuto patrimonio esclusivo di una dimensione assolutamente fantastica, “altra”. Perché un conto è sperare nel progresso sociale, nel miglioramento delle condizioni di vita, della società, del sistema politico. Un altro sperare nel raggiungimento della felicità come condizione abituale e ordinaria di vita.

L’incapacità a risolvere il dualismo, calandolo in un contesto più ampio e più organico, orchestrandolo in senso “armonico” o “polifonico” (come ha fatto Dante ad esempio), può costituire un limite dal punto di vista del pensiero. Resta però innegabile che la poesia scaturita da questo dualismo è spesso grande e dotata di un fascino struggente ancora in grado di toccarci. Il che da un lato dimostra quanto tale dualismo sia radicato nella cultura occidentale, dall’altro fa nascere il sospetto che forse nella poesia dedicata alla vertigine e alla lacerazione del Due, il terzo, colui che guida fuori da Scilla e Cariddi (verso l’armonia del Tre) c’è già. E’ il Canto.
Il Canto infatti implicitamente è già fuori dalle acque perigliose del Due. Il Due di per se stesso è solo dramma, ferita, lutto: non ha posto né tempo né i modi giusti per il Canto. Perché ci sia il Canto è necessario un terzo, un officiante che celebri una conciliazione presunta impossibile.
Ed ecco che la dolorosa celebrazione dell’infanzia perduta diventa verbo del fanciullo (il poeta -fanciullino di Pascoli), il quale, poetando, riconquista il candore dei primi anni di vita. E la Ginestra leopardiana, mentre condanna l’imbroglio dell’illusione e la desolazione del vero, mentre rivela il coraggio di guardare nella bocca dell’Orco che finirà per mangiarla, “profuma” facendosi musica, verbo che consola e dispensa bellezza. Forse che il demone baudelairiano non trova una sua angelica forma nella dolcezza dei versi, nella malia vibrante delle corrispondenze che collegano ogni punto dell’essere e annullano l’opposizione? E, in fondo, la poesia non è già il “varco” che Montale finge di non trovare e che proietta l’ ostinata petrosa aridità dei versi nella sfera di un dire autentico, magari un po’asciutto, ma comuque in grado di andare al di là del vetro, di raggiugere la carne viva e di toccarla?

Sembrerebbe insomma che il dualismo che attraversa la storia della poesia non sia del tutto sincero. A dirlo infatti è l’armonia del Tre: e il Tre “canta”. Si potrebbe dire che questo Due ami mostrarsi inconsolabile, forse perché, umanamente parlando, non c’è maggior piacere o gioia più grande della consolazione. E qui ha ancora ragione Leopardi.
Per la beatitudine invece(e per chi ha la fortuna di sperimentarla)non ci sono parole. Quella è un Tre al quadrato.

giovedì 23 aprile 2009

Poesia immortale e umano sentire



Dalla poesia viene un piacere che, si dice, oggi in pochi sanno apprezzare. Un piacere elitario, per spiriti eletti. Il che equivale a dire, secondo alcuni pessimisti, per quattro gatti. Quattro gatti disadattati e introversi.
Sembra così, a guardarsi in giro. Eppure, qualcosa in questo modo di vedere le cose non mi convince.
La poesia ha nutrito nei secoli l’anima dei popoli, dei ricchi e dei poveri, delle persone colte, istruite, e degli analfabeti, dei sapienti e degli sciocchi. Sì, anche degli sciocchi.
Com’è che ora non è più così? che cosa è cambiato? Il cuore degli uomini ha chiuso porte e finestre alle gioie dell’ascolto e della poesia?

Della poesia gli uomini hanno bisogno. Gli uomini di oggi come quelli di migliaia di anni fa.
La poesia è la parola che dà la visione. Evocando dal magma di un sentire indistinto la forma, infiamma l’entusiasmo, la passione, ed esalta la vita. Che è esattamente quello a cui ciascuno dal profondo aspira: la pienezza, l’intensità del sentire. E a questa struggente, incessante aspirazione Leopardi ha dedicato numerose pagine dello Zibaldone, diverse Operette Morali e molti versi.
Chi non vorrebbe bere a una simile coppa, quella della parola, quando sa farsi foriera di emozioni, quando la posta in gioco è così alta? Perché si tratta del sentire, e l’uomo brama il sentire, che è la vita stessa. Il “sentire” è il “sentiero” che conduce oltre i pascoli del già noto. Per verdi e vasti che possano essere infatti, essi finiscono col giungere a noia. Terribile forma del sentire in cui si rivela l’esiguità dell’essere rispetto al desiderio.
E’ il tedio tragico dell’uomo leopardiano che considerando l’universo e il numero incalcolabile di mondi, costellazioni, galassie che lo compongono, ne constata e ne denuncia l’insufficienza: troppo piccolo per l’anima dell’uomo, che brama l’infinito (e anche, “all’infinito”). Soltanto l’illusione (la vitale speranza carica di promessa, profumata e splendente come un archetipo) può salvare dalla noia mortale, resuscitando il sentire sopito.
Riscoprire il sentire in tutta la sua seducente pienezza, come quello a cui ci avvia la parola poetica, è il trampolino di lancio verso gli spazi aperti in cui l’infinito gioca con noi, ci scioglie i capelli, ci slaccia i vestiti, ci ricrea interioremente e ci fa sentire come parti eterne di un tutto.
Esperienza estatica e orgiastica che oggi giovani e non giovani cercano in altro modo. Con l’alcol o le droghe, o altri succedanei più o meno meno pericolosi ma sempre squallidi. Tutte scorciatoie che, bruciando le tappe, troppo presto espongono alla luce di un sapere-sapore che acceca e disgusta. Piacere effimero, narcisistico e masturbatorio: non lascia nulla. Come scrivere o leggere sulla superficie dell’acqua.
Un popolo che non ama la poesia scrive la sua storia sull’acqua. Conosce i segni dell’alfabeto ma non sa né la parola nè il discorso: ignora la magia della prima e la luminosità del secondo.
E i poeti di un simile popolo spesso dimenticano la missione che gli è propria. Che è in fondo quella di condurre l’altro (il lettore-poeta, poiché nella poesia ogni lettore è al tempo stesso co-creatore) nell’intimo di quella segreta mangiatoia che è per ciascuno il proprio cuore. Invitarlo a servirsi della carne, del sangue, dei muscoli del proprio sentire. Un approccio autoterapeutico al cancro dell’accidia. La fonte di un eterno zampillare.
Ma perché ciò avvenga, è indispensabile che i poeti di oggi, i grandi poeti letti e conosciuti, ritornino a parlare il linguaggio spontaneo, immaginoso, schietto,“popolare” delle emozioni e delle grandi passioni. Troppo spesso i loro versi non placano la sete di chi fiduciosamente li cerca, bramando attraverso di essi l'unione col proprio sentire: l’immaginazione, il sogno, la rimembranza... Insomma, la Vita!

martedì 21 aprile 2009

La poesia di Livia Candiani Chandra


dipinto di Alessandra Placucci

A Milano, in una grande casa inondata di luce verde, vive una poetessa- scricciolo che forse alcuni non conoscono, ed è un peccato. Si chiama Livia Candiani, è leggerissima, e ha anche un altro nome: Chandra. Livia, si vede, non bastava a nominare il cuore della poetessa scricciolo. Per lei le parole sono frecce e devono colpire nel segno.
Lei colpisce continuamente infatti. E nella sua casa di luce fresca, dopo un po’ ci si accorge che l’aria è piena di misteriosi segni. Forse sono frecce, forse farfalle.
Sicuramente sono le parole di Livia, di Chandra: di una bambina lieve che cammina mano nella mano con una donna saggia, a piedi nudi, senza farsi male (almeno, sembra non si facciano male). E... dove vanno? Difficile dirlo.
La loro è una zona di confine: la luce ha la freschezza delle palme, e questo l’ho già detto. Ma anche il presente e il passato, l’aldiqua e l’aldilà si toccano, si abbracciano, si tuffano l’uno nell’altro.
E quando vieni via dalla casa di Livia- Chandra pensi: speriamo che questa persona, speriamo che questa bambina leggera e questa donna saggia esistano per sempre...
Sicuramente esisterà per sempre la grazia profonda delle loro parole, l’incanto malinconico dei versi in cui si avverte a volte un pigolìo gioioso. I versi, direbbe Gaston Bachelard, di chi ha sognato a lungo vicino all’acqua quieta di uno stagno antico, ricco di esistenza.


Da Bevendo il tè con i morti
di Livia Candiani, ediz. Vienne pierre, anno 2007

Un morto con una risma di fogli in mano
invita il vecchio ciliegio del giardino
a muovere i primi passi
fuori dalle radici
a gettarsi in una nuova scrittura
senza rami
a sognare senza coprirsi di fiori
bianchi ma bianco nel bianco
prima del taglio
svanire

...

I morti sull’albero del mio giardino
guardano il mio tentativo di vivere
e premurosi chiedono al pino
con mille aghi di pungermi
l’anima le mani la faccia
per interrompere i mille gorghi
di un “Arrivederci.” “Come stai?”
“A domani”.

...

Il morto
dalle spalle di cristallo
trepido coltiva
la leggerezza di un bambù
per avere in vita
troppi pesi portato.

...

Il morto che ha paura di vivere
si alza la notte
rassetta la terra
cambia l’acqua ai fiori
della tomba
si siede a guardare le stelle
da lontano. Sfugge
le rassicuranti chiacchiere
dei vissuti, ora come allora,
spiega l’anima stanca
come un tempo i vestiti
e a un tratto la terra
gli si rivela
piccola e minuziosa
nei solitari compiti
di fiorire e tramontare.

...

Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.

...

Non l’angelo della morte
ma l’angelo dell’acqua
e delle piante
della lana e del fulmine
dell’aceto e del pane
viene a prendere dalla finestra
chi senza pensamento
ha custodito
la precisa vita

Da Io con vestito leggero
di Livia Candiani, Campanotto editore,2005

Settembre
La Signora ha soffiato piano tra i rami
fino a far cadere le barche di foglie
Nessuno tra i bambini ha gridato
"voglio volare per secondo" c'era un verde verde
sull'erba e a mani piene il vento
consigliava di sfilarsi i prati e gli alberi
per rivedere il mare
che in fondo all'occhio
rincorreva i pirati

...

ecco che la foglia si presenta
alla finestra
e senza timidezza si apre al volo
e il colpo d'occhio
che inventa il suo tragitto
la chiama per nome
fino a terra -

è la terra della pista di biglie
quella da cui la Signora viene a prenderti
dopo aver chiamato
a lungo dalla finestra -

...

A casa voglio tornare
non a questa
casa, ma a casa
dove sei benvoluta dalle foglie
dove giaci tra le erbe
odorose dove ti levi col vento
e col vento del più e del meno
discorri dove ti fidanzi solo
col buio
e un lenzuolo di tempo
lungo quanto ti basta
è la tua protezione per l'attesa

mercoledì 15 aprile 2009

sposarsi con l'orco


Credo pochi ignorino la bella storia del rapimento della leggiadra Persefone , unica figlia della dea dei frutti e delle messi Cerere, da parte di Ade. Colpito da una delle midicidiali frecce di Cupido su istigazione di Afrodite, (cui dispiace che un terzo del mondo -quello sotterraneo- non subisca il fascino di Eros e le seduzioni del desiderio), il dio degli Inferi s’invaghisce a tal punto della giovane Persefone, sorpresa mentre raccoglie fiori con infantile entusiasmo nei pressi della porta dell’averno, da rapirla con la forza e condurla nel suo regno.
La brutale modalità con cui la fanciulla è sottratta alla tenerezza della madre e delle compagne è quella tipica di Ade, dio del possesso e dell’accumulo. Geloso custode dei tesori che si celano nelle viscere della terra. Persefone è pensata allo stesso modo di uno di quei tesori. La sua freschezza primaverile non sembra capace di suscitare, sentimenti nuovi di tenerezza o meraviglia contemplativa in chi per natura è solito fagocitare la vita più che ammirarla.
Ho pensato a Persefone oggi leggendo sul Corriere che in Arabia saudita una nuova legge innalza a sedici anni l’età del matrimonio, ponendo fine ( almeno formalmente) ai matrimoni tra maschi adulti prossimi all’età della pensione e povere fanciulle che ancora giocherebbero con le bambole. Scopro, leggendo l’articolo, che nello stesso paese una madre si è da poco vista annullare la richiesta di annullamento delle nozze della propria figlioletta di 8 anni con un uomo di 58!
Ogni cultura ha le sue tradizioni, va bene, le sue tappe e il suo modo di configurare le fasi della vita. Il diritto internazionale dei bambini, maturato in un contesto di valori decisamente occidentale, considera tutti i minori ancora bambini. E su questo ci sarebbe da discutere, in quanto va in direzione contraria all’abbassamento dell’età dei primi rapporti sessuali e in generale alla precoce erotizzazione dei minori prodotta dal consumismo che negli ultimi decenni ha investito anche la sessualità banalizzandola. Però otto anni sono davvero pochi, pochi anche in quelle culture in cui l’adolescenza è ancora un periodo di passaggio, come lo era in Occidente fino agli anni del boom economico.
Otto anni, ci insegna la psicologia, sono il minimo sufficiente per acquisire il senso di realtà: prima c’è Santa Klaus, la Befana e gli animali parlanti. E poi, con un uomo di 58: non suo padre, suo nonno! Almeno la sposa bambina di Fenoglio veniva maritata a un adolescente rozzo e goffo finché si vuole, ma ancora adolescente. Ancora passibile di mutamenti. Non così distante di età da poter essere soltanto obbedito. Abbastanza malleabile da essere la Bestia che la Bella ammansisce e salva.
Ma chi salverà queste bambine? e quanto dolore è ancora necessario, quante esistenze dobbiamo sprecare perché alle donne venga concessa una vita non dico felice (la felicità è un'altra cosa) ma dignitosa, accettabile?
Vero che la mia indignazione è occidentale, come il mio concetto di intollerabilità dell’offesa e di umana sopportazione . Ma otto anni, lo ripeto, sono pochi in tutte le culture. Maometto sposò una bambina di 11 anni. Beh, 11 non sono 8. E poi da Maometto, dal grande profeta, non posso che aspettarmi una grande comprensione e tenerezza.
Fortunatamente, l’Ade di 58 anni dovrà attendere l’età dello sviluppo prima di consumare le sue nozze: lo impone la legge . Speriamo glielo imponga anche la sua sensibilità e il suo desiderio. Speriamo che non sia uno squallido pedofilo.
Il mito si sa come finisce: Persefone la libera la madre, che, pazza di dolore, dimentica i suoi doveri e lascia morire germogli e frutti, devastando la terra. Temendo la distruzione totale, gli dei interverranno, constringendo Ade a liberare Persefone, la quale purtroppo si è contaminata col mondo dei morti mangiando alcuni semi di mealgrana. A quel mondo resterà pertanto “invischiata” e vi dovrà trascorrere una parte dell’anno (quella che corrisponde all’inverno): primavera ed estate potrà trascorrerle in compagnia della madre, la quale ne trarrà la giusta gioia senza la quale non cè né fioritura nè crescita.

Chi salva Persefone? Una madre potente, amica di potenti e temuta. E chi salverà le bambine di sette-dodici anni costrette a sposare uomini lontani mille miglia dai loro sogni e dal loro desiderio? Perché pare che laggiù, in quei paesi distanti che non sono il nostro, le madri non contino granché.
Una mamma chiede che venga annullato il legame della sua bambina con un nonno-orco ( matrimonio che evidentemente è stato invece autorizzato dalpapà della piccina). Richiesta respinta.
Qualcuno dice che non dovremmo interferire in questioni riguardanti altri mondi altre culture e civiltà. Però, a pensarci bene, che si voglia o no siamo tutti cittadini del villaggio globale. Da quei mondi “altri” noi facciamo arrivare materia prima, carburante, frutta, legname... Con quei mondi noi trattiamo in continuazione, concordiamo scambi, prezzi ecc... E poi, all’improvviso, davanti alle spose bambine, ci ricordiamo che quello non è il nostro mondo e che cacciare il naso negli affari altrui non sta bene.
Ha ragione Claudio Risè quando dice che in Occidente si avverte il vuoto lasciato dall’assenza del padre, e insieme l’invasività di un materno degenerato e soffocante che priva gli individui di verticalità e di nobiltà.
Ma accanto a questa, c’è un altra realtà, con cui anche noi abbiamo continuamente a che fare e da cui ogni tanto ci troviamo “macchiati”: quando le “nostre” donne, le “nostre” figlie ne vengono offese, ferite, brutalizzate. Una realtà dove il femminile, se anche conta (o forse proprio per contare qualcosa, per non essere del tutto distrutto) deve rimanere nell’ombra: come Persefone, “signora del buio”. Dove le madri non possono nulla, non hanno a chi rivolgersi e chi pregare.
Chi può, chi "conta", non può restare a guardare. E non si tratta ovviamente di fare i marines che insegnano la democrazia con la didattica delle bombe intelligenti. Ci sono altri modi e l'Occidente europeo, così colto, così ricco di diplomazia, così raffinato, non dovrebbe far fatica a trovarli. Basta non fare gli indifferenti.

domenica 5 aprile 2009

L'amore per le cose: dare del "tu"


Sempre a proposito di amore per le cose.
Se mi chiedessero cosa distingue l’uomo da tutte le altre creature, forse risponderei che l’uomo è l’unico che fonda il “tu”. L’unico a poter dare del “tu” a tutto quanto lo circonda. L’unico per cui le cose, il mondo, gli altri, dio...sono un “tu”.
Perché ci sia la coscienza di un "tu" ovviamente ci deve essere quella di un “io”. E l’uomo ce l’ha. Se l’uomo perde la capicità di dare del “tu” al mondo allora fallisce il senso e lo scopo del suo essere al mondo e porta con sé, nell’abisso, l’intero universo.
Adamo ebbe il compito di dare i nomi: cosa significa? Se l’attribuzione del nome implica un giudizio, un definizione, allora più che a un “tu” potrebbe far pensare a un “esso”. Ma, riflettendo, dare i nomi alle cose è il passo che si deve necessariamente compiere per poterele chiamare. La conoscenza (il giudizio) in questo caso sembra subordinata e finalizzata all’evocazione poetica: chiamando le cose, trascinandole in una relazione di infinite reciprocità e corrispondenze in cui ciascuno è "io" e al tempo stesso "tu" dell’altro, le cose escono dalla loro passiva ottusità e vengono così all’esistenza.
A questo proposito trovo illuminanti (e bellissimi) questi versi di Vivian Lamarque:

Queste conchiglie
Queste conchiglie che ho trovato
saremo noi
noi acquietati levigati
senza più dolori
di bei colori
poseranno le orecchie su di noi
per ascoltare
che rumore fa
il mare

da “Una quieta polvere”, Mondadori, Milano, 1996

venerdì 3 aprile 2009

L'amore per le cose


A scuola la lirica di Saffo dedicata ad Afrodite suscita una interessante discussione intorno alla nozione di “amore” e alla gamma di sentimenti che si possono qualificare come amore. C’è l’ innamoramento passeggero, la passione devastante, l’amore profondo e duraturo, l’amicizia, la compassione...
Barbara, una ragazzina di quindici anni dagli occhi color cioccolato, dice “...e poi c’è l’amore per le cose”.
Vero, me ne ero dimenticata!... e poi, c’è l’amore per le cose.
Grazie Barbara che me l’hai ricordato.

L’amore per le cose è un sentimento profondo, vero e buono. Facile condannarlo pensando all’avarizia, che però è un amore per le cose corrotto, senza sbocco e originato sostanzialmente dalla mancanza del senso di trascendenza o anche più banalmente della speranza. Per trascendenza intendo qualcosa di molto semplice, che ha a che fare con l’apertura e l’attesa fiduciosa dell’”Altro”. Accumulare le cose significa infatti non credere che un giorno ci sarà qualcosa di meglio a nostra disposizione, che niente di quello che si avrà varrà di più o almeno nella stesa misura. Significa dubitare delle propie forze e del destino, e pensare che, per affrontarlo, ci vorranno molte scorte. I beni accumulati in questo caso costituirebbero una sorta di “barricata” contro i colpi del destino. Trattare le cose così non significa amarle, ma, al contrario, considerarle meri strumenti con cui raggiungere un benessere che sta “oltre” le cose e che l’avido sente come irraggiungibile.
E invece l’amore per le cose non è avidità. L’amore per le cose, quando è vero, ci chiede la purezza di cuore indispensabile a scoprire, depositato in profondità nelle cose, il sentimento umano connesso all’abitare, all’ addomesticamento presuposto della civiltà, al lavoro, all’arte e alla poesia del linguaggio. Le cose amate hanno sempre un nome e sono in cammino verso una pienezza d’essere a cui noi uomini le abbiamo avviate. Illuminate di una dignità personale che viene da noi. Sottratte all’atemporalità brutale e inserite nella storia. Depositarie di un messaggio poetico profondo, luogo di un incontro fra persone che lavorano, comprendono e comunicano, lasciando segni nella materia.
Purtroppo il consumismo ci ha insegnato che l’amore delle cose è superato, ridicolizzando chi conserva, chi non veste o non arreda la casa seguendo la moda, chi non getta e non contribuisce all’accumulo di rifiuti che poi l’industria moderna ricicla, masticando, digerendo e plasmando di nuovo. Il tutto a un costo altissimo.
Vero, l’aristocrazia cavalleresca medievale disprezzava la propensione borghese per l’accumulo. Ma solo in quanto era accumulo di denaro, espressione appunto della disanimazione delle cose ridotte al loro valore di scambio. Quando invece si trattava di beni “esibibili”, esteticamente ed umanamente fruibili (terre, boschi, castelli, chiese, ma anche stoffe, oggetti più o meno preziosi, vivande, spezie o profumi esotici) conservarli e amarli non era certo un difetto.
Difendere le cose, affezionarsi a loro come ci si affeziona a un buon amico, è un modo di proteggere la nostra storia dall’assalto del tempo che passa, ma soprattutto dalla spersonalizzazione che il consumismo ha prodotto.
Inutile spreco e squallido accumulo: Dante li trova ugualmente ripugnanti e allo stesso modo, com’è noto, li punisce nell’Inferno. Il rapporto con le cose non deve mai prescindere dalla considerazione che si tratta di un dono: da parte della “natura” le cui risorse non sono illimitate e da parte dell’uomo che lavorando produce le cose, le fa essere, distinandole a qualcun altro. E questo destinarle è o non è un atto d’amore? Facile capirlo quando si pensa all’artigiano, più difficile quando la produzione è quella in serie, della grande fabbrica; quando il lavoro è quello sottopagato di donne e bambini di chissà quale sfortunata parte del mondo. Ma gettando con tanta facilità quello che in termini di sacrificio e di fatica è costato tanto non rendiamo certo un servizio.

Io ho un sogno. Un mondo di cose in cui si possa sostare e ci si possa sempre riconoscere. Un mondo di cose “firmate”. Firmate dalla poesia di una mano che crea, lavora, produce e di una mano che fruisce, riconosce, ringrazia. E non butta via.

mercoledì 1 aprile 2009

Florilegio poetico


Oggi, primo giorno di un aprile che si annuncia piovoso, si procede sprofondando in sbadigli color perla. Viene voglia di leggere versi struggenti, di assaporare quel poco di strazio che rende migliori, più vivi...

Da “Forse un viso tra mille”
di Umberto Bellintani

Passo di viso in viso e ritrovo il fanciullo
che un crudo morbo mi tolse alla schiera
degli astuti nel gioco dei banditi.
Ha nelle mani il suo arco di robinia
ed è forato nel piede, mi conduce
sulla strada di un dolce ricordo.

Ezio, mi senti? Sono io,
sono io qui venuto alla tua tomba
e t’ho portato un coccodrillo modellato
colle mani di allora.

I veri amici sono morti ad uno ad uno
e chi da morte non mi chiama non ha il volto
che amavo, il volto dell’infanzia.

***
O tu che vivi al mondo che fu mio,
fanciullo sorridente oltre il fiume,
se un giorno per ventura dentro un bosco
udissi in voce d’albero richiedere
del bimbo che godeva in fra i suoi rami
rispondi nche dal tempo fu rapito.

da "Giornata"
di Sebastiano Aglieco

Della casa, dicevo
di come ci tiene alle pietre
al mondo che ci sorpassa
con la velocità di un tuono.
Il mondo, com’era una volta
un tempo che non conoscevamo
noi non lo sapevamo così
saremmo morti d’inedia piuttosto che fermarci
calmarci nella parola che adesso vince.

***

La casa ha un’ombra dietro, e davanti
una luce adesso sotterrata.
Un’altra casa, come un muro fitto
infinitamente straniero, ci offre questa parola.

Adesso è mattina
i bambini aspettano il nome conclusivo
il quaderno è aperto e si lasceranno guardare.
Ma tu non fingere la pietà
non lasciare la consolazione ai morti
piuttosto bevi da questa polla d’acqua
dì che sono le lacrime del
cielo che ci nutrono

da "Messagi segreti"
di Alberto Bevilacqua

Quel che congiunse
vado al passo
con te che non ci sei, che mai più
prenderò sottobraccio
per sapere
godere
il quieto rasoterra delle cose
-quanta brezza dagli argini, e rondini
guerresche dai tigli,
quanto mi brucia negli occhi
di te, che mi rassomigli!

fu il piacere supremo
che un sogno ebbe di me,
non io del sogno, non io,
e lo specchio
destinatario
degli occhi di una donna inabitabili dai miei
... si è già tumefatto il tuo morso d’addio
ma ci vorrà
per cancellare i tuoi denti
il mio scontento di anni
per il tuo
solo momento di grazia

... gli anni non trascorsero per noi
fummo noi i loro inverni e primavere
noi stratagemmi del loro terrore
di raggiungere infine l’infinito
- siamo salpati
talmente in fretta
da dimenticarci la nave