martedì 21 aprile 2009

La poesia di Livia Candiani Chandra


dipinto di Alessandra Placucci

A Milano, in una grande casa inondata di luce verde, vive una poetessa- scricciolo che forse alcuni non conoscono, ed è un peccato. Si chiama Livia Candiani, è leggerissima, e ha anche un altro nome: Chandra. Livia, si vede, non bastava a nominare il cuore della poetessa scricciolo. Per lei le parole sono frecce e devono colpire nel segno.
Lei colpisce continuamente infatti. E nella sua casa di luce fresca, dopo un po’ ci si accorge che l’aria è piena di misteriosi segni. Forse sono frecce, forse farfalle.
Sicuramente sono le parole di Livia, di Chandra: di una bambina lieve che cammina mano nella mano con una donna saggia, a piedi nudi, senza farsi male (almeno, sembra non si facciano male). E... dove vanno? Difficile dirlo.
La loro è una zona di confine: la luce ha la freschezza delle palme, e questo l’ho già detto. Ma anche il presente e il passato, l’aldiqua e l’aldilà si toccano, si abbracciano, si tuffano l’uno nell’altro.
E quando vieni via dalla casa di Livia- Chandra pensi: speriamo che questa persona, speriamo che questa bambina leggera e questa donna saggia esistano per sempre...
Sicuramente esisterà per sempre la grazia profonda delle loro parole, l’incanto malinconico dei versi in cui si avverte a volte un pigolìo gioioso. I versi, direbbe Gaston Bachelard, di chi ha sognato a lungo vicino all’acqua quieta di uno stagno antico, ricco di esistenza.


Da Bevendo il tè con i morti
di Livia Candiani, ediz. Vienne pierre, anno 2007

Un morto con una risma di fogli in mano
invita il vecchio ciliegio del giardino
a muovere i primi passi
fuori dalle radici
a gettarsi in una nuova scrittura
senza rami
a sognare senza coprirsi di fiori
bianchi ma bianco nel bianco
prima del taglio
svanire

...

I morti sull’albero del mio giardino
guardano il mio tentativo di vivere
e premurosi chiedono al pino
con mille aghi di pungermi
l’anima le mani la faccia
per interrompere i mille gorghi
di un “Arrivederci.” “Come stai?”
“A domani”.

...

Il morto
dalle spalle di cristallo
trepido coltiva
la leggerezza di un bambù
per avere in vita
troppi pesi portato.

...

Il morto che ha paura di vivere
si alza la notte
rassetta la terra
cambia l’acqua ai fiori
della tomba
si siede a guardare le stelle
da lontano. Sfugge
le rassicuranti chiacchiere
dei vissuti, ora come allora,
spiega l’anima stanca
come un tempo i vestiti
e a un tratto la terra
gli si rivela
piccola e minuziosa
nei solitari compiti
di fiorire e tramontare.

...

Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.

...

Non l’angelo della morte
ma l’angelo dell’acqua
e delle piante
della lana e del fulmine
dell’aceto e del pane
viene a prendere dalla finestra
chi senza pensamento
ha custodito
la precisa vita

Da Io con vestito leggero
di Livia Candiani, Campanotto editore,2005

Settembre
La Signora ha soffiato piano tra i rami
fino a far cadere le barche di foglie
Nessuno tra i bambini ha gridato
"voglio volare per secondo" c'era un verde verde
sull'erba e a mani piene il vento
consigliava di sfilarsi i prati e gli alberi
per rivedere il mare
che in fondo all'occhio
rincorreva i pirati

...

ecco che la foglia si presenta
alla finestra
e senza timidezza si apre al volo
e il colpo d'occhio
che inventa il suo tragitto
la chiama per nome
fino a terra -

è la terra della pista di biglie
quella da cui la Signora viene a prenderti
dopo aver chiamato
a lungo dalla finestra -

...

A casa voglio tornare
non a questa
casa, ma a casa
dove sei benvoluta dalle foglie
dove giaci tra le erbe
odorose dove ti levi col vento
e col vento del più e del meno
discorri dove ti fidanzi solo
col buio
e un lenzuolo di tempo
lungo quanto ti basta
è la tua protezione per l'attesa

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