mercoledì 29 aprile 2009

La poetica del Due


Tutta la storia della poesia occidentale sembra attraversata dal filo rosso di un dualismo che, a parte qualche eccezione, la caratterizza in maniera essenziale. L’opposizione spirito/mondo, bellezza/verità, infanzia/maturità, mito/storia, campagna/città, archetipo/ ente, sentimento/ragione ecc...dà vita ai versi della maggior parte dei nostri poeti. E sempre i due elementi dell’opposizione sono vissuti come incompatibili fra loro, generando atroci delusioni, sofferenza, perdita dell’innocenza e lutto. Leopardi non può essere più esplicito: la caduta della benefica Illusione, (l’eterea figura di Silvia) inaugura un’epoca gelida come il marmo della morte, a cui non c’è modo di sfuggire (“All’apparir del vero/Tu, misera, cadesti: e con la mano/ La fredda morta ed una tomba ignuda/Mostravi di lontano”). E quanti altri, come Leopardi (magari non con la stessa forza poetica), hanno sospirato, protestato, a volte ironizzato, sul divario tra il mondo contingente, esistenzialmente esperibile, e quello numinoso, bellissimo ma inafferrabile dell’Ideale.
La disperazione romantica nasce in fondo da una radicalizzazione del divario e dall’ inasprimento della tensione dell’anima che aspira con rinnovata intensità alla conciliazione degli opposti. Il risultato può essere il suicidio, una delle situazioni limite più trattate dalla letteratura contemporanea e al cui fascino Leopardi resiste in maniera ammirevole (facile, considerando il radicale pessimismo del suo pensiero, giugere a giustificare, perfino a raccomandare il suicidio). Forse perché il poeta delle Illusioni ( e delle Delusioni) è rimasto insensibile al mito del progresso e alle sue sirene. La delusione infatti risulta del tutto inaccettabile a chi, sotto la spinta del materialismo facilone dell’età borghese, ha creduto possibile il raggiungimento di una felicità che l’umanità aveva sempre ritenuto patrimonio esclusivo di una dimensione assolutamente fantastica, “altra”. Perché un conto è sperare nel progresso sociale, nel miglioramento delle condizioni di vita, della società, del sistema politico. Un altro sperare nel raggiungimento della felicità come condizione abituale e ordinaria di vita.

L’incapacità a risolvere il dualismo, calandolo in un contesto più ampio e più organico, orchestrandolo in senso “armonico” o “polifonico” (come ha fatto Dante ad esempio), può costituire un limite dal punto di vista del pensiero. Resta però innegabile che la poesia scaturita da questo dualismo è spesso grande e dotata di un fascino struggente ancora in grado di toccarci. Il che da un lato dimostra quanto tale dualismo sia radicato nella cultura occidentale, dall’altro fa nascere il sospetto che forse nella poesia dedicata alla vertigine e alla lacerazione del Due, il terzo, colui che guida fuori da Scilla e Cariddi (verso l’armonia del Tre) c’è già. E’ il Canto.
Il Canto infatti implicitamente è già fuori dalle acque perigliose del Due. Il Due di per se stesso è solo dramma, ferita, lutto: non ha posto né tempo né i modi giusti per il Canto. Perché ci sia il Canto è necessario un terzo, un officiante che celebri una conciliazione presunta impossibile.
Ed ecco che la dolorosa celebrazione dell’infanzia perduta diventa verbo del fanciullo (il poeta -fanciullino di Pascoli), il quale, poetando, riconquista il candore dei primi anni di vita. E la Ginestra leopardiana, mentre condanna l’imbroglio dell’illusione e la desolazione del vero, mentre rivela il coraggio di guardare nella bocca dell’Orco che finirà per mangiarla, “profuma” facendosi musica, verbo che consola e dispensa bellezza. Forse che il demone baudelairiano non trova una sua angelica forma nella dolcezza dei versi, nella malia vibrante delle corrispondenze che collegano ogni punto dell’essere e annullano l’opposizione? E, in fondo, la poesia non è già il “varco” che Montale finge di non trovare e che proietta l’ ostinata petrosa aridità dei versi nella sfera di un dire autentico, magari un po’asciutto, ma comuque in grado di andare al di là del vetro, di raggiugere la carne viva e di toccarla?

Sembrerebbe insomma che il dualismo che attraversa la storia della poesia non sia del tutto sincero. A dirlo infatti è l’armonia del Tre: e il Tre “canta”. Si potrebbe dire che questo Due ami mostrarsi inconsolabile, forse perché, umanamente parlando, non c’è maggior piacere o gioia più grande della consolazione. E qui ha ancora ragione Leopardi.
Per la beatitudine invece(e per chi ha la fortuna di sperimentarla)non ci sono parole. Quella è un Tre al quadrato.

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