venerdì 3 aprile 2009

L'amore per le cose


A scuola la lirica di Saffo dedicata ad Afrodite suscita una interessante discussione intorno alla nozione di “amore” e alla gamma di sentimenti che si possono qualificare come amore. C’è l’ innamoramento passeggero, la passione devastante, l’amore profondo e duraturo, l’amicizia, la compassione...
Barbara, una ragazzina di quindici anni dagli occhi color cioccolato, dice “...e poi c’è l’amore per le cose”.
Vero, me ne ero dimenticata!... e poi, c’è l’amore per le cose.
Grazie Barbara che me l’hai ricordato.

L’amore per le cose è un sentimento profondo, vero e buono. Facile condannarlo pensando all’avarizia, che però è un amore per le cose corrotto, senza sbocco e originato sostanzialmente dalla mancanza del senso di trascendenza o anche più banalmente della speranza. Per trascendenza intendo qualcosa di molto semplice, che ha a che fare con l’apertura e l’attesa fiduciosa dell’”Altro”. Accumulare le cose significa infatti non credere che un giorno ci sarà qualcosa di meglio a nostra disposizione, che niente di quello che si avrà varrà di più o almeno nella stesa misura. Significa dubitare delle propie forze e del destino, e pensare che, per affrontarlo, ci vorranno molte scorte. I beni accumulati in questo caso costituirebbero una sorta di “barricata” contro i colpi del destino. Trattare le cose così non significa amarle, ma, al contrario, considerarle meri strumenti con cui raggiungere un benessere che sta “oltre” le cose e che l’avido sente come irraggiungibile.
E invece l’amore per le cose non è avidità. L’amore per le cose, quando è vero, ci chiede la purezza di cuore indispensabile a scoprire, depositato in profondità nelle cose, il sentimento umano connesso all’abitare, all’ addomesticamento presuposto della civiltà, al lavoro, all’arte e alla poesia del linguaggio. Le cose amate hanno sempre un nome e sono in cammino verso una pienezza d’essere a cui noi uomini le abbiamo avviate. Illuminate di una dignità personale che viene da noi. Sottratte all’atemporalità brutale e inserite nella storia. Depositarie di un messaggio poetico profondo, luogo di un incontro fra persone che lavorano, comprendono e comunicano, lasciando segni nella materia.
Purtroppo il consumismo ci ha insegnato che l’amore delle cose è superato, ridicolizzando chi conserva, chi non veste o non arreda la casa seguendo la moda, chi non getta e non contribuisce all’accumulo di rifiuti che poi l’industria moderna ricicla, masticando, digerendo e plasmando di nuovo. Il tutto a un costo altissimo.
Vero, l’aristocrazia cavalleresca medievale disprezzava la propensione borghese per l’accumulo. Ma solo in quanto era accumulo di denaro, espressione appunto della disanimazione delle cose ridotte al loro valore di scambio. Quando invece si trattava di beni “esibibili”, esteticamente ed umanamente fruibili (terre, boschi, castelli, chiese, ma anche stoffe, oggetti più o meno preziosi, vivande, spezie o profumi esotici) conservarli e amarli non era certo un difetto.
Difendere le cose, affezionarsi a loro come ci si affeziona a un buon amico, è un modo di proteggere la nostra storia dall’assalto del tempo che passa, ma soprattutto dalla spersonalizzazione che il consumismo ha prodotto.
Inutile spreco e squallido accumulo: Dante li trova ugualmente ripugnanti e allo stesso modo, com’è noto, li punisce nell’Inferno. Il rapporto con le cose non deve mai prescindere dalla considerazione che si tratta di un dono: da parte della “natura” le cui risorse non sono illimitate e da parte dell’uomo che lavorando produce le cose, le fa essere, distinandole a qualcun altro. E questo destinarle è o non è un atto d’amore? Facile capirlo quando si pensa all’artigiano, più difficile quando la produzione è quella in serie, della grande fabbrica; quando il lavoro è quello sottopagato di donne e bambini di chissà quale sfortunata parte del mondo. Ma gettando con tanta facilità quello che in termini di sacrificio e di fatica è costato tanto non rendiamo certo un servizio.

Io ho un sogno. Un mondo di cose in cui si possa sostare e ci si possa sempre riconoscere. Un mondo di cose “firmate”. Firmate dalla poesia di una mano che crea, lavora, produce e di una mano che fruisce, riconosce, ringrazia. E non butta via.

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