giovedì 28 maggio 2009

Carla De Angelis recensisce Il rosaio d'inverno



Carla De Angelis ha pubblicato recentemente la raccolta Salutami il mare e il libro dialogato con Stefano Marello Diversità apparenti entrambi premiati al Kriterion 2007

Non perdete un solo rigo del libro di Roberta Borsani Il Rosaio d’inverno perché ogni verso resterà con naturalezza nella vostra mente a fornire le risposte che ognuno di voi attende quando si guarda dentro. Riflessioni senza riserve donate alla poesia e all’accorto lettore, che trova in esse la genuinità che si riflette nella reltà del quotidiano.
Tutto ciò conferma che la poesia quando è tale ci scorre nelle vene lasciando tracce indelebili.
Roberta Borsani in questo suo viaggio poetico ci fa ritrovare l’essenza della parola, restituendole il significato autentico della comunicazione. Abbiamo la sensazione di ritrovare il paradiso perduto davanti alla sottile eleganza con la quale si muove in tutte le sezioni anche in quella non facile: “Suonano a morte”. Pag. 64: “Amica/ ti sei fatta leggera e furtiva/ da quando?” è una lettura che non intristice, al contrario avvolge come in un sonno tiepido e tranquillo perché tutto il libro ha il profumo della fiaba..
Mi fermo d’incanto sulla poesia che apre la raccolta p. 11 :
“mi dorme fra le braccia/ un sogno il cui volto/ bellissimo ignoro/ (…)/ non vivo per non disturbare”
e le parole “sogno” e “sonno” ricorrono spesso in questo bellissimo libro, esse ci riportano alla celebre frase di William Shakespeare: “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e le nostre piccole vite sono circondate dal sonno”.

sabato 23 maggio 2009

L'eternità dell'attimo


Il nostro sentimento del tempo è irrimediabilmente connesso all’esperienza del dolore, della sofferenza, della caduta.
Trascorsa l’età della prima infanzia, avvolta nella nube dorata del mito, eccoci diventare sempre più consapevoli del tempo che scorre, macina, rimescola, disperde. L’orco del tempo è parente stretto della morte, degli addii e dei mai più. La tanto celebrata irripetibilità dell’essere si nutre di lacrime e sangue. Proprio perché unico, io non sarò mai più; la persona che amo non sarà mai più; il modo in cui ho visto, sentito, non si ripeterà mai più. Che tristezza, che vuoto, che mancanza di senso. Cosa rimane allora? Lo spirito? ma lo spirito cos’è? Non è fatto di carne, d’accordo, e neanche di sentimenti, di emozioni, di ricordi. E’ fatto di...amore? E’ l’amore ciò che salta oltre la linea del tempo, e poggia i piedi nell’eterno? Ma che cos’è l’amore, e cosa c’entra con lo spirito?
Sono interrogativi e pensieri che confondono, impossibili da afferrare pienamente. Il fuori dal tempo è un punto vorticoso, in cui ogni tanto (nell’istante brevissimo dell’amore, che non è la storia d’amore ma il donarsi rischiosissimo del sì - sono qui per te - che ovviamente non riguarda solo gli amanti, ma ogni rapporto autentico) ci arrischiamo. E’ l’attimo estatico in cui smettiamo di appartenerci, eppure non siamo ubriachi.
La storia, che è il tempo raccontato, serve a trattenere l’attimo nel ricordo e nella storia, a far sì che non si perda e che non sia sprecato. Le feste sacre, le cerimonie, ne confermano la presenza (e quindi la sostanza non illusoria) ritualizzandola: l’eterno è stato qui. Un attimo, non di più.
Che tristezza quando la storia non conferma l’attimo, anzi lo nega, avvilendolo, riducendolo alla banalità di un’ illusione o peggio a un errore. Che tristezza quando finisce nel nulla la storia degli amanti, un’amicizia profonda, un legame vero. Che enorme responsabilità cade sugli uomini che la storia la fanno raccontando i fatti. Quando il risultato della storia è la negazione dell’eternità presagita nell’attimo. Anche perché, non di rado, proprio in quell’attimo sono state prese le decisioni importanti, quelle che condizionano il nostro futuro, obbligandoci a tener fede agli impegni presi. Possono essere impegni molto gravosi. E che dolore, che rabbia nasce dalla scoperta del carattere illusorio, puramente emotivo dell’attimo.
Riti non ce ne sono più. La fedeltà all’eternità, confermata dalla e nella storia, è un fatto puramente individuale: chi ci riesce è fortunato, o bravo, o forse stupido. Magari è un vile che non vuole riconoscere la propria meschinità. La beffa che l’esistenza universale perpetua nei confronti dell’individuo, irretendolo nell’illusione e legandolo all’esistenza per pura preservazione della specie.
E allora, in questa prospettiva, il tempo, privato in ogni modo delle miracolose aperture, diventa un correre verso la morte. In modo felicemente inconsapevole nell’infanzia, poi sempre più velocemente nel crescere di una consapevolezza che ogni giorno “anticipa” col pensiero la morte. La saggezza finisce con l’identificarsi nell’accettazione della fine inesorabile che tutti attende e dell’umana pochezza.
Anche il cristianesimo ha ceduto di fronte a questa sconsolata visione della vita. La morte come resurrezione alla vita eterna, piena acquisizione di quell’eternità che l’uomo religioso dovrebbe percepire talvolta nell’attimo, compare nelle formule, si affaccia timidamente nelle omelie funebri. Ma con poca convinzione.
La lettura escatologica della storia presupponeva un ritmo di istanti e di durata che in alcune epoche ha garantito un perfetto equilibrio tra eternità e tempo. La storia per l’uomo del Medioevo racconta il tempo cogliendo in esso i ritmi di una pienezza dell’essere che può darsi solo a gradi, e, se l’anima vuole, in crescendo.
I riti, le cerimonie religiose che nel Medioevo e nell’Antichità erano alquanto frequenti, il ritmo ordinato del tempo liturgico, garantiscono la costante irruzione dell’Eterno, che è lì, fuori, e attende benevolo.
Noi abbiamo eliminato la liturgia ma non la prospettiva esacatologica dello sguardo che legge la storia, e che non può non riconoscere l’eccezionalità e la forza rigenerativa, la palingenesi implicita nell’attimo. La psicanalisi va alla ricerca dell’evento traumatico che ha precipitato l’individuio nella nevrosi, condannandolo a reiterare ( per certi versi eternandoli) atteggiamenti che il divenire considerato dal punto di vista del tempo spazializzato ( quello del quadrante) pretenderebbe superati. L’atto terapeutico viene dall’intuizione immediata della coscienza che diventa intimamente consapevole, rivivendolo, del vissuto traumatico. Anche la guarigione “accade” nell’attimo.
In fondo anche il marxismo, pur coltivando una visione della storia il cui ritmo ricorda molto quello della macchina ( e motore è la lotta di classe), sognando la rivoluzione sogna la rigenerazione del mondo, la società senza classi: l’età “giusta” oltre la quale chissà cosa c’è. Se la lotta di classe è annullata, non si sarà annullata la storia. Ma che storia sarà, verso quale meta si dirigerà?

Sottolineare l’importanza dell’attimo, dell’istante, non si intende negare valore alla durata, al fluire bergsoniano del presente che procede “gonfiandosi” verso il domani, anzi. Solo che senza l’attimo, che dà l’accento, l’ictus, il tempo è vita ridotta in pappa. Tristissima.
L’aumento delle nevrosi, con i loro cerimoniali ossessivi che interrompono il fluire del tempo (in modo disturbato però, creando dei gorghi da cui non è facile uscire), le rivolte patologiche contro il tempo (i disturbi della personalità hanno sempre a che fare col tempo), sono anche rivolte contro la bruttezza della storia e di un senso storico che ha perduto la magia dell’istante. Del miracolo.

giovedì 14 maggio 2009

morire a Milano


Come si chiamava la ragazza che si è gettata sotto la metropolitana martedì 12 maggio alla stazione di Cadorna? Non si sa. Quanti anni aveva, da dove veniva? Mah, stando a laconici comunicati stampa, forse era nata nel 1986 in Perù. Non è sicuro però, e soprattutto non importa. Si è uccisa, non esiste più.
Il 12 maggio, verso le diciannove, io mi trovavo sul treno che all’altezza di Cadorna ha frenato molto bruscamente. Vengo dalla campagna e ho pensato: un guasto. La metro era piena e ho sentito mancarmi l’aria. Sono claustrofobica, ho detto: “speriamo facciano presto”. Accanto a me era seduto un uomo, malinconicamente mi ha risposto: “Penso di aver capito di cosa si tratta, purtroppo”.
Mi è venuto un sospetto, l’ho guardato. “Non ci sono molte altre spiegazioni” ha concluso lui, quasi scusandosi.
Probabilmente era un milanese, oppure un pendolare che a quelle frenate brusche c’è assuefatto. Aveva lo sguardo triste però. Umano. Quello di chi si può forse abituare alle frenate brusche, non alla morte.
Poco dopo il macchinista ci ha chiesto di scendere, e anche lui aveva uno sguardo triste, che sanguinava. Immagino: l’avrà tagliato in mezzo l’ombra sgusciata fuori all’improvviso, spietata come una lama.
“Si è suicidata una ragazza” ha detto. E quelle parole mi sono sembrate troppo grandi per un uomo come lui. Un uomo molto giovane, che si è sentito uccidere.
Fuori invece ho trovato due ventenni, di origine slava, che dicevano cose molto cattive sulla povera suicida, prima in italiano, poi, sotto sguardo di rimprovero di un uomo, in una qualche lingua sconosciuta. E anche una donna italiana, elegantissima, , aggrappata al cellulare imprecava contro i deficienti che si suicidano proprio sulla “sua” linea.
Chi ha potuto si è messo in salvo sui taxi, giunti l’uno dopo l’altro come api sul fiore nettarifero. Quei taxi mi sono sembrati scialuppe di salvataggio, zattere contro un naufragio che, se uccide uno , lascia feriti e contusi tutti. E pazienza se qualcuno intanto dice, o pensa, che ci si potrebbe suicidare comodamente a casa propria, senza fare tanto casino: un bel colpo in testa e via. Si dicono tante cose quando l’angoscia preme sulla gola, tante, che non si pensano.
Il giorno dopo ho cercato notizie sulla giovanissima suicida. Quasi nulla: un comunicato del 118 ci dice semplicemente che è morta.
Scopro che a Milano, dal giugno 2008, si sono gettate sotto la Linea rossa 5 persone: tre donne molto giovani (il 20 aprile una diciottenne sudamericana) e due uomini. Pare che un tratto di questa linea abbia le vecchie rotaie elettrificate, garantendo una morte sicura.

Penso alla ragazza che l’altro giorno si è uccisa, alle molte cose che non sapremo mai di lei.
Penso che ce ne saranno altre. Ragazze (ma non solo) che adesso camminano per le strade di Milano sognando chissà quale felicità. Ragazze destinate a sognare sempre più piano, sempre più piano...
E accanto a loro, così vicine a volte da arrivare a sfiorarsi, camminano altre ragazze. Milanesi magari, ma con la stessa faccia dura e senza giovinezza delle due ventenni slave. La stessa rabbia della elegantissima con cellulare.
A queste vorrei dire: “ Per ognuna di voi c’è un posto di secondino nel braccio della morte di qualche carcere speciale. In Louisiana ad esempio. A voi infatti non dispiacerà affatto accompagnare il condannato al patibolo gridando: Dead man walking, dead man walking...”.
Purché the dead man si sbrighi. Che il suo passo non inciampi nei nostri appuntamenti.
Ma, a pensarci, a che serve prendersela con loro? La gente muore da sempre e, da sempre, alle volte si uccide. Semplicemente, nelle città si uccide più che altrove perché c'è più dolore: ecco tutto. E ci sono tanti modi di suicidarsi: c'è chi si butta sotto la metro, chi prende l'anima e la butta nel pozzo.

sabato 9 maggio 2009

La Rosa e l'anima


La storia dell’occidente comincia con Europa che, rapita dal Toro celeste in cui si è mutato Zeus e condotta fino a Creta, dà alla luce tre figli. Uno di loro, Minosse, sposerà Pasifae, bella regina infelice a cui toccherà di espiare l’atto di tracotanza commesso dallo sposo ai danni di Poseidone: brucerà di passione per il bellissimo toro che Minosse non aveva voluto dare in sacrificio al dio del mare e dalla sua unione con il toro nascerà il mostruoso minoaturo.
Pasifae, Europa sono tutte manifestazioni della divinità femminile lunare che si accoppia con il Toro celeste, principio maschile fecondatore. Pasifae, come ricorda Alfredo Cattabiani nel suo Planetario, è “colei che rischiara”, Europa “ha gli occhi grandi”.
Cifre dello splendore, esprimono la bellezza dell’Essere. L’Essere colto nel miracolo del suo apparire. Puro sfolgorio di presenza.
Non è un caso se il pianeta che domina il segno del Toro astrale è Venere, il pianeta che visto dalla Terra supera in luminosità qualsiasi corpo celeste, tranne ovviamente la Luna e il Sole.
L’affresco di Palazzo Schifanoia a Ferrara mostra, nella parte dedicata al segno del Toro, la dea Venere, in piedi su un carro trainato da due cigni lungo un corso d’acqua. In ginocchio, ai suoi piedi e legato, Marte, dio della furia dirompente che si riconosce vassallo della dea (almeno sotto il Toro).Venere tiene fra le mani due mele e porta intorno alla testa una corona di rose. Il dipinto è un tripudio di freschezza, vita, regalità, che la presenza della rosa sottolinea e al contempo rende più grande, “magnifica”.

Il Fiore, ogni fiore, è parola. Cos’altro se no? Che bisbigli, come la viola o il narciso selvatico; che strilli come il geranio o la primula; che urli come il girasole; che plachi come l’ortensia; che tolga il respiro, come fa il fiordaliso... ogni fiore è parola. E nell’orto odoroso di queste parole la rosa è regina.
Nessun fiore come la rosa sa esprimere la vita in senso assoluto, senza alcuna parentela con la morte. Vero che è stata spesso il simbolo dell’effimera giovinezza e dell’inevitabilità dello sfiorire. Ma non c’è niente di tragico in questa ciclicità della vita vegetale, in questa perennità del mutamento in cui solo il divenire è per sempre. Altri fiori, come il giglio ad esempio, si sono saldati all’immagine della Madre, della Vergine Madre (madre per statuto ontologico). Ma qualcosa di loro (il bulbo, l’attrazione fatale per l’acqua in cui amano specchiarsi o altro ancora) li contamina di morte. La rosa no. Se compare presso i sarcofagi è per segnalare la vita eterna, la resurrezione a cui nessuno può sottrarsi.
Fiore dell’eternità della luce. Fiore che la tenebra teme.
Melville si curò della depressione che l’aveva colpito coltivando rose e la rosa ha un posto centrale nella mistica cristiana e musulmana, forse a causa dei suoi petali che si dipartono concentrici richiamando l’immagine dell’Uno e delle sue molte emanazioni.
Ancora prima, presso gli Egiziani, la rosa era il fiore di Iside che rimette insieme i pezzi di Osiride, smembrato e disperso dal malvagio Seth, rappresentato invece come un asino (simbolo della caduta originaria e del disordine).
Le rose, mangiate all’alba, fresche di rugiada, permettono al povero Lucio del romanzo di Apuleio di abbandonare le odiose spoglie di un somaro e di ritrovare la forma umana: finalmente purificato, integro e pronto a indossare i panni del sacerdote di Iside.
La rosa è anche passione. Per questo forse è stata spesso associata alla passione di Cristo. Di legno di rosa sono fatti i rosari, a forma di rosa è stato talvolta immaginato il Graal e spesso il cuore di Gesù trapassato da una freccia è iscritto in una rosa araldica.
La rosa si accompagna in più di un’occasione a un uccello dal piumaggio poco vistoso ma dal canto melodioso che risuona notte e giorno: l’usignolo.
Tutti conoscono la fiaba straziante di Oscar Wilde ma in occidente spesso si ignorano i bei versi della lirica persiana che vede nell’uccellino musicale l’immagine dell’anima: commosso dal profumo della rosa e spinto all’amore per le cose celesti, l’usignolo-anima vola in cerca dei piaceri spirituali nell’orto delle fragranze: il Giardino delle Rose, immagine della beatitudine e del paradiso.
La rosa richiama anche la gnosi, conoscenza profonda cui non la logica conduce ma l’intuizione mistica, a-logica, e l’ascesi. La rosa che copre coi suoi petali il centro da cui si diparte con i bei petali, cela l’oggetto di un sapere iniziatico, segreto, a cui si allude e continuamente, per gradi gerarchici, si rinvia. Ma non rivelabile.

Oggi la scienza botanica ha reso disponibili moltissime specie di rose: esemplari con centinaia di petali e di tutti i colori. Peccato però siano in gran parte privi di quella speciale fragranza che un tempo, a maggio, riempiva l’aria (esperienza di meraviglia ai limiti dell'indicibile: “lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno”). Troppa tecnica, anche nell’arte del giardiniere, il quale, come i fiori di cui ha cura, ha perso il fascino che il suo archetipo ispira, riducendosi ad essere (da sacerdote del bello) un semplice perito del florovivaismo.
La fragranza che inebriava l’usignolo (l’anima) e lo spingeva a cercare oltre la meschinità del presente le gioie dello spirito se n’è volata via.
Viviamo in attesa del suo ritorno.
.

lunedì 4 maggio 2009

Maggio, mese al femminile: Fernanda Romagnoli


Il mese di maggio è un mese tutto al femminile, come la costellazione che domina il suo cielo con uno splendore regale. Il Toro infatti è famoso per i due gruppi di stelle: le Iadi e le Pleiadi, situate rispettivamente sul muso e sul collo del poderoso animale.
E’ un mese che voglio in primo luogo dedicare a una poetessa poco nota, nata a Roma nel 1916 e morta al termine di una lunga malattia, nel 1986. L’originalità dei suoi versi nel panorama della poesia italiana ha avuto degli importanti riconoscimenti ufficiali, che, giunti tardivamente, sono presto caduti nel nulla. Cosa che spesso accade dove non c’è memoria. Stupisce però che in una tradizione letteraria tanto “classica”, tanto legata al suo passato, come quella italiana, sia proprio la memoria a fare difetto. Più forte il conformismo o la tendenza a confondere il peso dell’opera con il "volume" dell’autore, più o meno importante, più o meno ingombrante, più o meno capace di assorbire energie nell’ambiente degli addetti ai lavori?
La poetessa è Fernanda Romagnoli, a mio avviso una delle voci più belle, più autentiche della poesia del Novecento. Io l’ho incontrata per caso, un po’ di tempo fa. Cercavo informazioni su un’altra poetessa, Daniela Bisutti, che ha curato insieme alla figlia di Fernanda, Caterina, la pubblicazione dei versi raccolti in Il Tredicesimo invitato e altre poesie.
Adesso tengo il libro sul comodino. E di una cosa sono sicura: non lo dimenticherò.

Da Il tredicesimo invitato (Ed.Libri Sheiwiller, 2003, a cura di Donatella Bisutti)

Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa cerca di sorridere.
Inetto, benchè arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se qualcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito “sto per piangere!”
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che –entrando- lui è rimasto chiuso fuori.

Falsa identità

Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. E’ di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. qualcuno
prima o poi lo scopre. Ma intanto...

Lei a proclmarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

Rito

Mia madre celebrava la mattina
con un caffè solitario.
Filtravano dalla cucina
neri aromi in un chiaro di gesso.
Toccavano rumori la parete
per farsi indovinare
da me, che silenziosa
sorridevo nel buio “vi conosco!”

Mia madre la mattina
stava sola là, come Dio
sta sulla terra e sul mare.
Prendeva il giorno nelle sue mani rosse.
Ribattezzava oggetto per oggetto,
assegnava alle cose il loro posto.
Come farà, che adesso
sola fatica delle sue mani è stare
incrociate sul petto.