giovedì 14 maggio 2009

morire a Milano


Come si chiamava la ragazza che si è gettata sotto la metropolitana martedì 12 maggio alla stazione di Cadorna? Non si sa. Quanti anni aveva, da dove veniva? Mah, stando a laconici comunicati stampa, forse era nata nel 1986 in Perù. Non è sicuro però, e soprattutto non importa. Si è uccisa, non esiste più.
Il 12 maggio, verso le diciannove, io mi trovavo sul treno che all’altezza di Cadorna ha frenato molto bruscamente. Vengo dalla campagna e ho pensato: un guasto. La metro era piena e ho sentito mancarmi l’aria. Sono claustrofobica, ho detto: “speriamo facciano presto”. Accanto a me era seduto un uomo, malinconicamente mi ha risposto: “Penso di aver capito di cosa si tratta, purtroppo”.
Mi è venuto un sospetto, l’ho guardato. “Non ci sono molte altre spiegazioni” ha concluso lui, quasi scusandosi.
Probabilmente era un milanese, oppure un pendolare che a quelle frenate brusche c’è assuefatto. Aveva lo sguardo triste però. Umano. Quello di chi si può forse abituare alle frenate brusche, non alla morte.
Poco dopo il macchinista ci ha chiesto di scendere, e anche lui aveva uno sguardo triste, che sanguinava. Immagino: l’avrà tagliato in mezzo l’ombra sgusciata fuori all’improvviso, spietata come una lama.
“Si è suicidata una ragazza” ha detto. E quelle parole mi sono sembrate troppo grandi per un uomo come lui. Un uomo molto giovane, che si è sentito uccidere.
Fuori invece ho trovato due ventenni, di origine slava, che dicevano cose molto cattive sulla povera suicida, prima in italiano, poi, sotto sguardo di rimprovero di un uomo, in una qualche lingua sconosciuta. E anche una donna italiana, elegantissima, , aggrappata al cellulare imprecava contro i deficienti che si suicidano proprio sulla “sua” linea.
Chi ha potuto si è messo in salvo sui taxi, giunti l’uno dopo l’altro come api sul fiore nettarifero. Quei taxi mi sono sembrati scialuppe di salvataggio, zattere contro un naufragio che, se uccide uno , lascia feriti e contusi tutti. E pazienza se qualcuno intanto dice, o pensa, che ci si potrebbe suicidare comodamente a casa propria, senza fare tanto casino: un bel colpo in testa e via. Si dicono tante cose quando l’angoscia preme sulla gola, tante, che non si pensano.
Il giorno dopo ho cercato notizie sulla giovanissima suicida. Quasi nulla: un comunicato del 118 ci dice semplicemente che è morta.
Scopro che a Milano, dal giugno 2008, si sono gettate sotto la Linea rossa 5 persone: tre donne molto giovani (il 20 aprile una diciottenne sudamericana) e due uomini. Pare che un tratto di questa linea abbia le vecchie rotaie elettrificate, garantendo una morte sicura.

Penso alla ragazza che l’altro giorno si è uccisa, alle molte cose che non sapremo mai di lei.
Penso che ce ne saranno altre. Ragazze (ma non solo) che adesso camminano per le strade di Milano sognando chissà quale felicità. Ragazze destinate a sognare sempre più piano, sempre più piano...
E accanto a loro, così vicine a volte da arrivare a sfiorarsi, camminano altre ragazze. Milanesi magari, ma con la stessa faccia dura e senza giovinezza delle due ventenni slave. La stessa rabbia della elegantissima con cellulare.
A queste vorrei dire: “ Per ognuna di voi c’è un posto di secondino nel braccio della morte di qualche carcere speciale. In Louisiana ad esempio. A voi infatti non dispiacerà affatto accompagnare il condannato al patibolo gridando: Dead man walking, dead man walking...”.
Purché the dead man si sbrighi. Che il suo passo non inciampi nei nostri appuntamenti.
Ma, a pensarci, a che serve prendersela con loro? La gente muore da sempre e, da sempre, alle volte si uccide. Semplicemente, nelle città si uccide più che altrove perché c'è più dolore: ecco tutto. E ci sono tanti modi di suicidarsi: c'è chi si butta sotto la metro, chi prende l'anima e la butta nel pozzo.

5 commenti:

  1. paola - cara polvere -3 giugno 2009 17:12

    buon pomeriggio
    se prova a cercare su you tube il film the bridge
    scoprirà quante persone
    si sono gettate da quel
    dinosauro di acciaio
    oggi non è più possibile farlo che hanno messo delle reti antisuicidio
    pare un paradosso...
    il suicidio è come il terremoto più o meno imprevedibile più o meno curabile per chi resta

    non importa come si procede
    forse basta un giorno svegliarsi un po' prima del sole e decidere di no aspettarlo.
    un saluto
    paola

    ps: bellissimo blog questo.
    curato e limpido. bella scrittura

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  2. vero paola, il suicidio è come un terremoto. Ma se avessimo più attenzione, se non fossimo tutti così dannatamente chini su noi stessi, qualche volta li sapremmo prevedere.
    buona serata
    Roberta

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  3. signora grazie per l'umanita'
    a me quel suicidio ha cambiato la vita
    la ragazza era la mia ex si chiamava Melissa
    era una splendida ventiduenne
    originaria del peru'
    ma perfettamente integrata in italia
    purtroppo come tutte le persone troppo sensibili non e' riuscita( ne e' stata troppo aiutata dalle strutture che dovevano curarla) scusi lo sfogo
    se vorra saperne dipiu' saro' lieto di informarla
    antonio

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  5. Caro Antonio
    che grande dolore ti porti dentro. Ma in questo dolore Melissa vive ancora, insieme a tutti i ricordi che tu hai di lei. Se vuoi parlarci di lei, trattenerla anche attraverso i nostri ricordi, saremo ben lieti di ascoltarti.
    Un abbraccio
    Niamh

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