sabato 23 maggio 2009

L'eternità dell'attimo


Il nostro sentimento del tempo è irrimediabilmente connesso all’esperienza del dolore, della sofferenza, della caduta.
Trascorsa l’età della prima infanzia, avvolta nella nube dorata del mito, eccoci diventare sempre più consapevoli del tempo che scorre, macina, rimescola, disperde. L’orco del tempo è parente stretto della morte, degli addii e dei mai più. La tanto celebrata irripetibilità dell’essere si nutre di lacrime e sangue. Proprio perché unico, io non sarò mai più; la persona che amo non sarà mai più; il modo in cui ho visto, sentito, non si ripeterà mai più. Che tristezza, che vuoto, che mancanza di senso. Cosa rimane allora? Lo spirito? ma lo spirito cos’è? Non è fatto di carne, d’accordo, e neanche di sentimenti, di emozioni, di ricordi. E’ fatto di...amore? E’ l’amore ciò che salta oltre la linea del tempo, e poggia i piedi nell’eterno? Ma che cos’è l’amore, e cosa c’entra con lo spirito?
Sono interrogativi e pensieri che confondono, impossibili da afferrare pienamente. Il fuori dal tempo è un punto vorticoso, in cui ogni tanto (nell’istante brevissimo dell’amore, che non è la storia d’amore ma il donarsi rischiosissimo del sì - sono qui per te - che ovviamente non riguarda solo gli amanti, ma ogni rapporto autentico) ci arrischiamo. E’ l’attimo estatico in cui smettiamo di appartenerci, eppure non siamo ubriachi.
La storia, che è il tempo raccontato, serve a trattenere l’attimo nel ricordo e nella storia, a far sì che non si perda e che non sia sprecato. Le feste sacre, le cerimonie, ne confermano la presenza (e quindi la sostanza non illusoria) ritualizzandola: l’eterno è stato qui. Un attimo, non di più.
Che tristezza quando la storia non conferma l’attimo, anzi lo nega, avvilendolo, riducendolo alla banalità di un’ illusione o peggio a un errore. Che tristezza quando finisce nel nulla la storia degli amanti, un’amicizia profonda, un legame vero. Che enorme responsabilità cade sugli uomini che la storia la fanno raccontando i fatti. Quando il risultato della storia è la negazione dell’eternità presagita nell’attimo. Anche perché, non di rado, proprio in quell’attimo sono state prese le decisioni importanti, quelle che condizionano il nostro futuro, obbligandoci a tener fede agli impegni presi. Possono essere impegni molto gravosi. E che dolore, che rabbia nasce dalla scoperta del carattere illusorio, puramente emotivo dell’attimo.
Riti non ce ne sono più. La fedeltà all’eternità, confermata dalla e nella storia, è un fatto puramente individuale: chi ci riesce è fortunato, o bravo, o forse stupido. Magari è un vile che non vuole riconoscere la propria meschinità. La beffa che l’esistenza universale perpetua nei confronti dell’individuo, irretendolo nell’illusione e legandolo all’esistenza per pura preservazione della specie.
E allora, in questa prospettiva, il tempo, privato in ogni modo delle miracolose aperture, diventa un correre verso la morte. In modo felicemente inconsapevole nell’infanzia, poi sempre più velocemente nel crescere di una consapevolezza che ogni giorno “anticipa” col pensiero la morte. La saggezza finisce con l’identificarsi nell’accettazione della fine inesorabile che tutti attende e dell’umana pochezza.
Anche il cristianesimo ha ceduto di fronte a questa sconsolata visione della vita. La morte come resurrezione alla vita eterna, piena acquisizione di quell’eternità che l’uomo religioso dovrebbe percepire talvolta nell’attimo, compare nelle formule, si affaccia timidamente nelle omelie funebri. Ma con poca convinzione.
La lettura escatologica della storia presupponeva un ritmo di istanti e di durata che in alcune epoche ha garantito un perfetto equilibrio tra eternità e tempo. La storia per l’uomo del Medioevo racconta il tempo cogliendo in esso i ritmi di una pienezza dell’essere che può darsi solo a gradi, e, se l’anima vuole, in crescendo.
I riti, le cerimonie religiose che nel Medioevo e nell’Antichità erano alquanto frequenti, il ritmo ordinato del tempo liturgico, garantiscono la costante irruzione dell’Eterno, che è lì, fuori, e attende benevolo.
Noi abbiamo eliminato la liturgia ma non la prospettiva esacatologica dello sguardo che legge la storia, e che non può non riconoscere l’eccezionalità e la forza rigenerativa, la palingenesi implicita nell’attimo. La psicanalisi va alla ricerca dell’evento traumatico che ha precipitato l’individuio nella nevrosi, condannandolo a reiterare ( per certi versi eternandoli) atteggiamenti che il divenire considerato dal punto di vista del tempo spazializzato ( quello del quadrante) pretenderebbe superati. L’atto terapeutico viene dall’intuizione immediata della coscienza che diventa intimamente consapevole, rivivendolo, del vissuto traumatico. Anche la guarigione “accade” nell’attimo.
In fondo anche il marxismo, pur coltivando una visione della storia il cui ritmo ricorda molto quello della macchina ( e motore è la lotta di classe), sognando la rivoluzione sogna la rigenerazione del mondo, la società senza classi: l’età “giusta” oltre la quale chissà cosa c’è. Se la lotta di classe è annullata, non si sarà annullata la storia. Ma che storia sarà, verso quale meta si dirigerà?

Sottolineare l’importanza dell’attimo, dell’istante, non si intende negare valore alla durata, al fluire bergsoniano del presente che procede “gonfiandosi” verso il domani, anzi. Solo che senza l’attimo, che dà l’accento, l’ictus, il tempo è vita ridotta in pappa. Tristissima.
L’aumento delle nevrosi, con i loro cerimoniali ossessivi che interrompono il fluire del tempo (in modo disturbato però, creando dei gorghi da cui non è facile uscire), le rivolte patologiche contro il tempo (i disturbi della personalità hanno sempre a che fare col tempo), sono anche rivolte contro la bruttezza della storia e di un senso storico che ha perduto la magia dell’istante. Del miracolo.

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