martedì 2 giugno 2009

il lavoro come destino



Avete mai visto un artigiano al lavoro? intento a produrre il bene, di cui conosce origine senso destinazione e utilità; tutte cose condivise dalla comunità cui l’artigiano appartiene?
Quanto amore c’è dietro, quanta attesa, quanta trepidazione e quanto orgoglio di aver operato bene? Quante profonde gratificazioni che poco hanno a vedere col denaro e col profitto?
Guai a chi parla male del lavoro, se il lavoro è questo operare appena descritto (e non ovviamente quello massificante, o puramente esecutivo, mai libero della società industriale). Faticoso magari, difficile in certi suoi passaggi, esposto in ogni momento al pericolo del fallimento. Ma indispensabile.
Senza il lavoro la vita non avrebbe né senso, né forma, né ritmo. Adamo prima della caduta non si annoiava nel Paradiso Terrestre, noi però sì. Noi non sapremmo godere del dolce far niente. Veniamo “dopo”, ci manca l’innocenza di chi gode l’essere per l’essere.

Oggi ho meditato accanto a una gigantesca forma di grana stagionata da ben quattro anni. Quattro anni! Quante cose sono accadute nel frattempo. Un bambino si è fatto fa abbastanza grande per l’asilo, ha allacciato le prime amicizie e ha imparato a nuotare. Un albero da frutta è cresciuto due-tre metri e ha dato i frutti. Un ragazzo si è laureato, e chissà che altro ancora. Intanto la forma di grana maturava, raggrumava, formava quei minuscoli, inconfondibili grani che si sentono sotto i denti e che nessun altro formaggio possiede.
Cosa c’è dietro a questa forma color avorio, a questo sapore, a questo odore? E dopo, quando la forma è servita, quanta gente c’è, che taglia, annusa, gusta, loda e ringrazia?
Non solo il fruitore rigrazia, anche il produttore lo fa. Grazie di aver capito –dice- che dietro il suo grana, il suo vino, il suo olio, c’è una lunga storia di fatica, fiducia, speranza, e anche... amore. Di un amore che si chiama “dedizione”, cura non solo del frutto del lavoro, ma anche dell’altro, del destinatario: il cliente. Il cliente paga, ma non è solo per questo che è importante. Il cliente che loda e ringrazia dà al produttore la conferma necessaria perché continui a fare cio che fa, a essere ciò che è.

Questo mondo in Italia esiste ancora. O meglio, “resiste”. Soprattutto nel settore alimentare. Si mangia ancora bene. Si produce ancora nel rispetto delle antiche consuetudini, in un contesto di “cura” che è commovente, profondamente umano, e fedele al lavoro come “ben fare”, di cui decantarono la spiritualità i benedettini, e a loro modo anche le Corporazioni medievali. Ma ancora più anticamente, nelle società del mito, il lavoro aveva una natura iniziatica che lo definiva come “destino” (attribuendogli perfino una funzione salvifica, nella misura in cui contribuiva all’ordine del mondo attraverso il controllo sulla materia).
Ora, se l’oggetto della rappresentazione artistica è l’evento (come ci hanno fatto comprendere artisti e movimenti, soprattutto d’avanguardia, tra otto e novecento), qual è l’oggetto specifico della produzione artigianale? Di una produzione libera, creativa, intelligente e personale che tuttavia non si può definire pienamente arte?
In verità non è sempre facile distinguere tra arte e artigianato. L’arte è pur sempre lavoro, produzione finalizzata. La immaginiamo molto più libera dalle pressioni sociali, dalle mode, dai bisogni materiali, ma sappiamo che non è facile stabilire se e in che misura lo sia.
Io credo che ciò che distingue arte e lavoro (lavoro ovviamente come “ben fare”) si riassume nella distinzione tra evento e destino.
L’evento è parente stretto dell’eterno che irrompe all’improvviso, del miracolo: si offre nell’istante e brucia. Il lavoro invece si distende nello spazio e nel tempo, organizza e ordina serialmente momenti, fasi di lavoro, materiali e strumenti, in vista di un’unità (il prodotto) che poi sarà utilizzata o consumata, magari a poco a poco, nello spazio e nel tempo. Il lavoro si fa “storia”, non semplice accumulo di istanti, ma continuità e durata che vedono un crescere, un maturare e un deperire, fino all’esaurimento.
Evento e destino sono diversi ma non si escludono, al contrario si cercano, si toccano, s’intrecciano.
Ne è una testimonianza il presepe della tradizione cristiana.
Centrale è l’evento, il miracolo con cui il divino irrompe nella storia, spaccando la scorza del divenire ciclico: Gesù bambino insomma.
Intorno però ci sono uomini “al lavoro”: falegnami, boscaioli, ciabattini, panettieri, pastori intenti a mungere le loro bestie.
Hanno riconosciuto il miracolo, il divino, e sono lì per adorarlo. Ma sanno di non appartenervi del tutto. Loro hanno anche un destino da compiere, uno scopo da adempiere nella storia. Perché il mondo non perda il suo ordine e proceda con regolarità verso i suoi traguardi. Nonostante il miracolo.

2 commenti:

  1. Mi era sfuggito questo post. Molto bene: hai dato parola a una distinzione che avevo intuito negli stessi termini ma a cui non sono riuscito a dare chiarezza.
    da

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