martedì 23 giugno 2009

la "donna del mare" e la libertà


Che cos’è la libertà?
Ce lo siamo sicuramente chiesto tante volte senza per questo riuscire a dare una risposta davvero convincente.
La libertà, pensiamo, ha a che fare con il potere, quello di fare ciò che vogliamo e che - ci insegnano a scuola- finisce laddove comincia la libertà di un altro. Proprio sull’accettazione di questo limite è fondato il vivere civile.
E’ una definizione “spazializzata” della libertà che può appagare forse gli studenti , affascinati da tutto quanto ha a che fare con la difesa del proprio territorio dagli sconfinamenti degli adulti. Ma noi “grandi” non possiamo accontentarci di certe spiegazioni: noi vogliamo sapere che cos’è nella sua essenza la libertà. Forse perché, se talvolta siamo riusciti a trovare la “nostra” isola del tesoro (“nostra” per poche ore soltanto magari), non ci siamo sentiti veramente liberi. C’eravamo pur sempre noi, infatti, a porre condizioni, a dare ordini, a pregare, a chiedere...
Già, perché se anche siamo liberi di agire, come facciamo ad essere sicuri di volere liberamente, proprio liberamente, ciò che agiamo? Limiti o storture alla nostra libertà possono non venire semplicemente da fuori. La nostra volontà, anche nei suoi aspetti più immediati e istintivi (quelli legati al gusto, al piacere o dispiacere) è spesso “infeudata” da qualcun altro. Qualcuno in grado di convincerci che la nostra felicità è direttamente proporzionale al successo, alla seduzione che siamo in grado di esercitare, alla ricchezza accumulata, alla fortuna ecc.
La nostra volontà è stata così avvelenata sin dall’origine, se non addirittura spodestata e sostituita da un’altra, a noi un po’ straniera. Ma cos’era la nostra volontà prima che qualcuno ci versasse nel cuore la sua? E, più in profindità, esisteva?
Per Sant’Agostino la volontà è davvero libera se vuole il bene. Se desidera diversamente, allora è corrotta. Ma questa è la definizione di un uomo che crede che il bene sia, e che la via da percorrere per ogni creatura sia quella della totale fiduciosa adesione ad esso. In epoca di relativismo non è facile condividere questa posizione. Inoltre, la realtà è talmente complessa che capire di volta in volta cosa sia bene è arduo.
I rapporti umani ad esempio sono complicatissimi: amicizia, amore, matrimonio...sono pieni di “trappole”,obblighi,oneri.. La famiglia e il matrimonio possono sembrare una condanna senza appello, e in alcuni momenti lo sono: sembra furbo l’individuo che li ha evitati. Senza responsabilità. Senza pesi.
Ibsen ha rappresentato tante volte il matrimonio borghese con l’occhio spietatamente critico di chi non può più tollerare le falsità e le vuote convenzioni di cui si ammanta la famiglia: i “si deve” a cui si sono sacrificate generazioni di donne e uomini ( ma soprattutto donne, per ragioni che sono chiare a tutti).
Illuminante, a questo proposito, è il dramma “La donna del Mare”. Qui, Ellida, la protagonista, lasciata libera ( e dovremmo dire lasciata liberamente libera) dall’anziano marito di scegliere tra lui (che la ama profondamente e al di là di ogni misura socialmente ammissibile) e l’uomo del mare (un misterioso marinaio che esercita su di lei un’attrazione potente, originata dal fascino stesso del mare da cui proviene), sceglie di restare con il marito. Sceglie sentendosi finalmente libera: libera perchè il marito, anziché appellarsi al diritto e alla forza legale o alle convenzioni sociali, le ha riconosciuto la facoltà di scegliere senza condannarla. Se finora Ellida aveva visto nella famiglia soltanto obblighi e vincoli, se solo il mare aveva suscitato in lei pensieri di libertà, ora ai suoi occhi la libertà consiste nel rimanere con l’uomo che l’ha presa in moglie. E’ dalla esperienza dell’amore senza condizioni dell’uomo, che l’ha accettata con tutto il suo corredo di stranezze e contro ogni convenzione e moralismo, che Ellida scopre cosa sia per lei la libertà.
Alcuni hanno rimproverato a Ibsen questo finale “borghese” sostenendo che Ellida, donna inquieta e di una sincerità un po’ crudele, sarebbe stata più adatta ai selvaggi amplessi che il fascinoso marinaio lasciava intravedere. Io credo che una simile interpretazione perda il significato spirituale e profondo dell’opera: qui ci sono due forze in conflitto: il mito (il mare, il mistero di un infinito orizzontale in cui secondo un concetto materialistico di libertà si può spaziare) e la spiritualità di un’etica che è fondata sull’esperienza interiore dell’amore (l’esperienza di un salto in verticale).
La libertà, sembra dirci Ibsen, ha poco a che fare con i vagabondaggi su cui Ellida per troppo tempo ha insistito con l’immaginazione, tormentandosi.
La libertà è stretta parente dell’amore. Solo chi si sente amato può imparare il linguaggio della libertà. Solo chi ama può essere libero. perché è nell'amore che si esercita la libertà.

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