domenica 14 giugno 2009

La terza età sfida la psicologia


Ho cercato nei miti e nelle fiabe, qualcosa che potesse aiutare a comprendere meglio la difficile età che coincide più o meno con la fine dell’età riproduttiva (almeno per le donne) e con l’inizio del declino delle funzioni vitali (prestazioni fisiche, mentali, sessuali...). E’ un’età di passaggio, forse la più delicata, perché dalla sua elaborazione dipende l’accettazione della propria finitezza e della morte.
Non ho trovato nulla di interessante. E sì che sulle precedenti età di transizione, sulle iniziazioni all’età adulta, il materiale interpretativo offerto dalle fiabe è ricchissimo.
Gli uomini avanti con l’età nelle fiabe sono quasi sempre funzionali o dis-funzionali all’iniziazione degli eroi giovanissimi, di cui agevolano o al contrario ostacolano il cammino iniziatico, fissando eventualmente un piano "terapeutico" (si pensi alla fata di Rosaspina o a quella del principe Ranocchio).
Sul passaggio che introduce all’ultima età della vita (più o meno il suo ultimo terzo), ho invece trovato abbondante materiale in quella letteratura spirituale che, in modo più o meno allegorico, affronta il problema della conversione interiore e della preparazione al morire.
Una delle immagini utilizzate con maggior frequenza ha a che fare con il viaggio. Inutile dire che non si tratta del viaggio avventuroso, tipico della letteratura borghese ottocentesca, né di quello turistico, dispersivo e umanamente inerte dei giorni nostri.
Quello che ci interessa è il viaggio del pellegrino, spesso intrapreso in età avanzata. Sistemati i figli e gli affari, il medievale decideva di dedicarsi alla cura dell'anima e partiva verso un luogo sacro. Cercava così di ritrovare quel contatto con la propria radice vitale che i problemi del quotidiano e la lotta per l’esistenza avevano affievolito. Giunto attraverso l’impegno mondano a un massimo di “estroversione” , ora, pensando anche alla morte, il pellegrino invertiva la tendenza e attraverso il viaggio tornava (in sé) alle proprie origini spirituali (nel senso appunto dell’ “introversione”).
Forse per questo non possiamo chiedere alla fiaba di parlarci seriamente di terza età e di vecchiaia, e neanche di morte. La fiaba parla all’individuo ancora tutto preso dalle energie psichiche da padroneggiare e orientare in vista dell’autorealizzazione.
L’uomo della terza età invece è “nuovo” nella misura in cui riesce ad essere uomo dello spirito, estraneo alla lotta per l’esistenza e con di fronte un compito che va in direzione opposta a quella dell’affermazione di sé nel mondo.
Le forze psichiche coinvolte nelle terza età sono subordinate alla spiritualità delle scelte interiori libere, risultando sì importanti ma di un’importanza di secondo grado.
L’adolescente, il giovane vivono un’avventura psichica implicitamente ricca di risvolti di tipo spirituale, di cui ci si rende conto solo con il tempo. Al contrario l’uomo, dopo i cinquanta, dà compimento alla sua vita e al suo destino solo divenendo consapevole ed esplicitando i contenuti spirituali del suo agire. Le forze psichiche contano in quanto lo sostengono nelle sue scelte di libertà.
Mi viene in mente Ulisse, che secondo la tradizione ripresa da Dante nell'Inferno, decide di spendere la sua vita nello "svelamento" del mistero che si cela oltre le Colonne d'ercole. Dante ce lo mostra nel momento in cui, prima di varcarle, opera coi suoi compagni ( come lui “vecchi e tardi”) la scelta: un atto autenticamente spirituale, che ci rivela uomini perfettamente integri nella volontà e nel desiderio.
In questo senso mi sembra che la terza età sfidi la psicanalisi e la psicologia analitica, saggiandone i limiti. Entrambe possono comprendere tante dinamiche e tante pulsioni della terza età, ma non possono capire lo spirito e non so fino a che punto possano aiutare a morire.
C’è un momento in cui l’uomo si rende conto che il suo essere psichico gli sta stretto, o forse largo, difficile dirlo. L’essere che potrebbe sgusciare fuori dalla pelle dell’uomo “vecchio” (quello cioè da rinnovare) potrebbe essere una sorta di “monstrum”, un miracolo, tipo il maestro Yota. Ridicolo sul piano fisico e affettivo, quasi più simile al minerale o a certi animali primordiali che a un uomo. Ma solo perchè troppo vicino e parente dello spirito. Gli antichi per descrivere gli angeli non usavano forse immagini zoomorfiche o teratomorfiche?
Trattenere l’anziano legato troppo a lungo alla sfera dei desideri, degli stili di vita e degli appetiti dei giovani è ingiusto. Significa negare all’uomo spirituale la possibilità e la libertà di venire alla luce. Una sorta di aborto in tarda età.
Mi ricorda l’usanza che si diffuse tra i ricchi borghesi e gli aristocratici durante il tardo medioevo di pagare professionisti del pellegrinaggio perché effettuassero il viaggio verso i luoghi santi, come Gerusalemme o Compostela, al loro posto (e ottenendo, per loro, il perdono dei peccati). L’adulto astuto e corrotto ingannava così l’uomo spirituale soffocandone la nascita, impedendo a se stesso la trasformazione interiore, simulando soltanto la conversione. A che scopo poi? La morte non si lascia ingannare dalle conchiglie di San Giacomo taroccate e neppure dai falsi dati anagrafici dei nostri vecchietti bombati di ginseng o di viagra.

1 commento:

  1. acio72@hotmail.com22 gennaio 2010 17:00

    Buongiorno,

    ho letto dapprima con passione e poi con interesse il suo intervento.
    Proprio partendo dall'inusuale acutezza dell'esposizione fino alla puntualità dei suoi aneddoti vorrei poterle parlare per poter meglio comprendere quanto lei sia interessata a divulgare questi contenuti.

    Cordialmente,

    Alessandro Acito

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