sabato 25 luglio 2009

La speranza - Maria Zambrano, La speranza europea



La speranza: in un mondo che ne ha conservata così poca, mi sembra importante meditare sul suo significato culturale, spirituale e antropologico.
Cominciamo con questo passo tratto da Maria Zambrano, L'agonia dell'Europa, Marsilio Saggi
(titolo originale: La agonìa de Europa)

La speranza europea

Nel fatto che da qualsiasi parte cui rivolgiamo lo sguardo troviamo una cultura, e che non sia mai esistito l'uomo allo stato naturale e, più ancora, che questo «stato di natura» abbia costituito una delle utopie europee, possiamo vedere che l'uomo.è una strana creatura a cui non basta nascerte una sola volta: ha bisogno di venire riconcepito. Quello che si chiama «spirito» ben può essere questa necessità e potenza di riconcepimento che l’uomo ha, mentre alle altre creature basta nascere una sola volta.
Ogni cultura viene a essere conseguenza del bisogno che abbiamo di nascere di nuovo. E così la speranza è il fondo ultimo della vita umana, ciò che reclama ed esige la nuova nascita, il suo strumento, il suo veicolo. Perciò l’essere umano non riposa; perché tutte le volte che in successive culture è rinato, non ha potuto raggiungere la nascita definitiva, poiché in nessuna di esse ha trovato, né forse può trovare, quell' essere intero e compiuto che va cercando.
Tutte le culture realizzate, e perfino le utopie, sono tentativi di essere. Le forme che hanno raggiunto una maggiore vigenza sono quelle che si sono cinte più strettamente alla struttura della vita umana, sempre nella speranza di una rinascita. Così l'Europa. 0, perché l'ha annientata nella sua radice, l'Asia. Infatti Buddha si è prefisso solo di troncare l'anelito a rinaascere che la credenza nella metempsicosi presenta, come successive reincarnazioni di ogni uomo indiviiduale, occultando così la grande verità secondo cui ogni esistenza qui sulla terra, anche solo per vivere sulla terra, ha bisogno di una rinascita.
Le durevoli culture orientali sembrano essere nate, dunque, dall' ansia di snascita; quella europea invece, dalla rinascita. Per questa ragione la storia europea è, fino ad oggi, più storia di qualsiasi altra, perché, oltre alla violenza o anelito di esistere, ha la consapevolezza di questa speranza, in modo palese. E anche perché la sua speranza è stata quella di rinascere costantemente qui sulla terra, di prendere la terra come scenario dellla sua resurrezione. Tutte le altre culture, compresa quella greca, quando pensavano a perdurare, guardavano al di là della terra. O non avevano dinanzi, traasparente, la speranza di resuscitare, o la trasferivano più in là: all'immortalità. In sintesi, la credenza generale europea generata dalla sua speranza di resuscitare è stata la vita eterna, la resurrezione; ma in questo mondo. Sempre in questo mondo, benché si sia sognato nell' altro, benché si sia creduto nell' altro.
Il protagonista europeo, dunque, il soggetto della sua vita storica, della sua cultura, è stato generato da una lucida speranza, che lo ha reso abitante nella più strana forma che si sia mai potuta dare.
Chi è quest'uomo, questo protagonista? Come è nato? In quale momento, in quale luogo possiamo sorprendere la sua nascita? E quali sono stati quei mondi in cui ha abitato? E come si sono mantenuti miracolosamente intrecciati fra loro?

venerdì 24 luglio 2009

I fai da te del cambiamento e lo Spirito



Anni fa ho avuto come studente un ragazzo psicotico caratterizzato da una profonda frustrante disistima di sé (accompagnata da vergogna e sensi di colpa micidiali) a cui inconsapevolemente reagiva con una costante e ahimè improduttiva tensione al rinnovamento. Si viveva come una sorta di principe ranocchio che qualsiasi situazione un po’insolita (reale o immaginata) poteva trasformare in un bel principe: “... da quando ho visto al cinema Il signore degli anelli, da quando ho avuto un certo sogno, da quando mi sono messo a disegnare, da quando ho conosciuto una ragazza... sono un altro ragazzo, una persona tutta diversa”. Non era vero, e presto se ne rendeva conto, reagendo con pianti disperati e rabbia. Era sempre lui, povero Paolo (nome immaginario),. Lui, con la sua spaventosa solitudine e il brutto carattere che gli alienava la simpatia di gran parte dei compagni.
Tuttavia non era pazzo. Almeno io non l’ho mai considerato tale, neppure quando prendeva a calci le sedie o inveiva contro i coetanei (a cui invidiava evidentemente la "normalità"). Del resto, non era forse giustificato? la psicosi fa cin cin con la peggiore delle forme di emarginazione, quella che non permette all’individuo di solidarizzare con le persone come lui. E’ la “ morte sociale”.
Non era pazzo o, se lo era, solo un pochino più dell’uomo degli ultimi trent’anni. Quel bisogno ossessivo di cambiamento, infatti, io lo vedevo in agguato ovunque intorno a me. Molla del consumismo è infatti il costante bisogno di rinnovamento: l’atto del “mangiare” ( e il consumare è un mangiare) introduce al processo del rinnovamento e del “ricambio”. E anche viaggiare, andare a scoprire terre lontane, paesaggi immacolati, risponde allo stesso bisogno di rigenerazione. Tornare “rinati” dalle vacanze, l’abbiamo detto spesso, ma il più delle volte quel “rinati” si traduceva semplicemente in “riposati”, niente di più.
Ma, perché tanto desiderio di rigenerazione, e proprio negli ultimi trent’anni, quando siamo meglio nutriti, vestiti, educati, istruiti, delle generazioni precedenti? Loro sì che non si spostavano mai. Che conservavano lo stesso cappotto, lo stesso lavoro, la stessa bicicletta, perfino gli stessi amici per tutta la vita.
Cos’è successo? Forse è cresciuto il numero di persone che, come Paolo, non si amano e non si piacciono?. Magari perché costrette a misurarsi con modelli di normalità e di accettabilità che tanto normali poi non lo sono: uomini e donne bellissimi, sempre giovani, tonici, in forma. Uomini e donne che una volta sarebbero stati contemplati con l’ammirazione che spetta alle eccezioni.
Altra ipotesi: non abbiamo più rituali di purificazione, anche questi sono stati “privatizzati”, divenendo momenti di consumo: dal cinema, al megaconcerto, alla sauna, alla palestra, alla sala operatoria del chirurgo estetico, allo studio dell’analista: tutti momenti “catartici”. Tutti inadeguati, incapaci di soddisfare profondamente il bisogno di essere nuovi, di liberarci di noi. Forse perché, com’è stato acutamente osservato, il bisogno di rinnovamento è il bisogno di essere “riconcepiti”. Qualcosa che non dipende completamente dalle nostre forze. Ridurlo a una sorta di fai da te è disastroso: ancora fonte di nevrosi, di senso di inettitudine e perciò disistima.
Il fai da te è inevitabilmente destinato al fallimento perché solo l’ “altro” da me può deporre il seme del cambiamento “in” me: io, da solo, posso solamente procedere a una riorganizzazione e a una diversa distribuzione delle carte, che non cambia la sostanza del gioco. L’altro è lo Spirito. Il Tu intorno a cui ruota l’essere come il sistema dei pianeti ruota attorno alla sua stella.

giovedì 2 luglio 2009

la "prova ontologica" della malinconia


Il tramontare dell’infanzia inaugura, in misura ovviamente diversa, la stagione della malinconia, sentimento da cui, pare, siano particolarmente affetti poeti ed artisti.
Forse perché la malinconia è legata indissolubilmente al sentimento della perdita e del lutto, ingrediente fondamentale dell’esperienza artistica, di cui viene quasi a costituire il presupposto.
Sulla malinconia e sul temperamento malinconico, al quale sentiva di appartenere in sommo grado, Leopardi ha meditato a lungo, annotando il frutto di tali meditazioni sullo Zibaldone.
La malinconia ha a che fare con la pochezza dell’essere, rispetto a quanto era stato pre-gustato con l’immaginazione. In questo è parente stretta della noia, sentimento (o anti-sentimento) capace di segnalare l’ insufficienza della realtà (sempre troppo piccola rispetto al desiderio necessariamente infinito).
La malinconia e la noia però non possono essere considerate sullo stesso piano: la prima ha delle potenzialità che alla seconda mancano. La malinconia è struggente: sa piangere e far piangere. La noia invece, come dice Leopardi, è “disperazione allo stato puro”: manca completamente della capacità (o forse dell’illusione) indispensabile a “dare forma” al lutto. La noia è desiderio sterminato e distruttivo: brucia come il sale, disertifica
La malinconia, se non è patologica, è al contrario una terra irrigua, resa feconda dalla sua parentela col sogno e con la memoria di una felicità perduta.
Ora, considerando la sua universalità (nessuno può dire di esserne immune), perché non farne una specie di prova ontologica su cui fondare la fede (non dico la certezza, che poco ha a che fare con il mondo dell’uomo) di una originaria beatitudine smarrita, di una sorta di Paradiso terrestre? Sentimento ineluttabilmente umano, la malinconia non può costituire un universale “affettivo” di tutto rispetto, su cui vale la pena di investigare e di costruire una sorta di antropologia celeste, incentrata sulla origine e sul fine dell’uomo?
Sulla nostalgia ha già detto tutto la psicanalisi, osserverete: l’oggetto del lutto è la simbiosi con la madre. Il dramma ha inizio con la nascita. E’ un’ipotesi, la cui principale virtù non è certo il coraggio e l'ampiezza di veduta. Personalmente preferisco il sogno dei pitagorici, di Platone e dei nepolatonici: l’immagine, ad esempio, della “biga alata” trainata dai due cavalli, e le difficoltà dell’auriga che cede ai focosi appetiti della concupiscenza allontanandosi dalla rotta celeste e dall’Iperuranio, precipitando nella materia e condannandosi alla nostalgia.
La beatitudine della psicologia, ridotta allo spazio angusto di un utero col suo corredo di liquido amniotico, sarà rassicurante e paciosa, ma non molto convincente (e anche un po’claustrofobica).
Il piacere connesso alla condizione prenatale può essere una “figura” della beatitudine esattamente come lo sono il piacere estetico legato alla fruizione del bello e l’esperienza un po’ mistica dell’amore, quando il soggetto che contempla e il bene contemplato, l’amante e l’amato, sconfinano. Perché diamo per scontato che lo stato intrauterino della vita costituisca il modello e non sia modellato esso stesso intorno a un archetipo di pienezza d’essere, ben più significativo e originario della permanenza in un grembo, tiepido certo, ma cieco e oscuro?
Connettere la nostalgia dell’origine alla beatitudine inetta di uno stato intrauterino e null’altro, è una scelta. Ma si può scegliere diversamente, e magari ipotizzare che, depositata in fondo alla nostra mente, dorma la memoria ancestrale di una condizione ancestrale, pre-uterina. Qualcuno rammenta i primi anni di vita come il lento distacco da una dimensione luminosa di offerta e da una fonte eternamente zampillante. Immagini e sensazioni che poco hanno a che vedere con l’esperienza fetale. Perché non con altro?
La malinconia come prova ontologica “affettiva” dell’Essere. E’ un’idea, soltanto un’idea. Non più astrusa di quella che innalza a paradigma della felicità la simbiosi intrauterina. Soltanto, la prima potrebbe farci più felici. Più felici, e più grandi.
Per tanto tempo i popoli si sono riconosciuti nell'immagine dell'Origine. Perché oggi dovrebbe apparirci assurda, perchè confinarla nello spazio illusorio del mito? perché dare così scarsa attenzione ai sentimenti (come appunto la malinconia), anche quando sono universali, insopprimibili, antichi quanto l'uomo?