giovedì 2 luglio 2009

la "prova ontologica" della malinconia


Il tramontare dell’infanzia inaugura, in misura ovviamente diversa, la stagione della malinconia, sentimento da cui, pare, siano particolarmente affetti poeti ed artisti.
Forse perché la malinconia è legata indissolubilmente al sentimento della perdita e del lutto, ingrediente fondamentale dell’esperienza artistica, di cui viene quasi a costituire il presupposto.
Sulla malinconia e sul temperamento malinconico, al quale sentiva di appartenere in sommo grado, Leopardi ha meditato a lungo, annotando il frutto di tali meditazioni sullo Zibaldone.
La malinconia ha a che fare con la pochezza dell’essere, rispetto a quanto era stato pre-gustato con l’immaginazione. In questo è parente stretta della noia, sentimento (o anti-sentimento) capace di segnalare l’ insufficienza della realtà (sempre troppo piccola rispetto al desiderio necessariamente infinito).
La malinconia e la noia però non possono essere considerate sullo stesso piano: la prima ha delle potenzialità che alla seconda mancano. La malinconia è struggente: sa piangere e far piangere. La noia invece, come dice Leopardi, è “disperazione allo stato puro”: manca completamente della capacità (o forse dell’illusione) indispensabile a “dare forma” al lutto. La noia è desiderio sterminato e distruttivo: brucia come il sale, disertifica
La malinconia, se non è patologica, è al contrario una terra irrigua, resa feconda dalla sua parentela col sogno e con la memoria di una felicità perduta.
Ora, considerando la sua universalità (nessuno può dire di esserne immune), perché non farne una specie di prova ontologica su cui fondare la fede (non dico la certezza, che poco ha a che fare con il mondo dell’uomo) di una originaria beatitudine smarrita, di una sorta di Paradiso terrestre? Sentimento ineluttabilmente umano, la malinconia non può costituire un universale “affettivo” di tutto rispetto, su cui vale la pena di investigare e di costruire una sorta di antropologia celeste, incentrata sulla origine e sul fine dell’uomo?
Sulla nostalgia ha già detto tutto la psicanalisi, osserverete: l’oggetto del lutto è la simbiosi con la madre. Il dramma ha inizio con la nascita. E’ un’ipotesi, la cui principale virtù non è certo il coraggio e l'ampiezza di veduta. Personalmente preferisco il sogno dei pitagorici, di Platone e dei nepolatonici: l’immagine, ad esempio, della “biga alata” trainata dai due cavalli, e le difficoltà dell’auriga che cede ai focosi appetiti della concupiscenza allontanandosi dalla rotta celeste e dall’Iperuranio, precipitando nella materia e condannandosi alla nostalgia.
La beatitudine della psicologia, ridotta allo spazio angusto di un utero col suo corredo di liquido amniotico, sarà rassicurante e paciosa, ma non molto convincente (e anche un po’claustrofobica).
Il piacere connesso alla condizione prenatale può essere una “figura” della beatitudine esattamente come lo sono il piacere estetico legato alla fruizione del bello e l’esperienza un po’ mistica dell’amore, quando il soggetto che contempla e il bene contemplato, l’amante e l’amato, sconfinano. Perché diamo per scontato che lo stato intrauterino della vita costituisca il modello e non sia modellato esso stesso intorno a un archetipo di pienezza d’essere, ben più significativo e originario della permanenza in un grembo, tiepido certo, ma cieco e oscuro?
Connettere la nostalgia dell’origine alla beatitudine inetta di uno stato intrauterino e null’altro, è una scelta. Ma si può scegliere diversamente, e magari ipotizzare che, depositata in fondo alla nostra mente, dorma la memoria ancestrale di una condizione ancestrale, pre-uterina. Qualcuno rammenta i primi anni di vita come il lento distacco da una dimensione luminosa di offerta e da una fonte eternamente zampillante. Immagini e sensazioni che poco hanno a che vedere con l’esperienza fetale. Perché non con altro?
La malinconia come prova ontologica “affettiva” dell’Essere. E’ un’idea, soltanto un’idea. Non più astrusa di quella che innalza a paradigma della felicità la simbiosi intrauterina. Soltanto, la prima potrebbe farci più felici. Più felici, e più grandi.
Per tanto tempo i popoli si sono riconosciuti nell'immagine dell'Origine. Perché oggi dovrebbe apparirci assurda, perchè confinarla nello spazio illusorio del mito? perché dare così scarsa attenzione ai sentimenti (come appunto la malinconia), anche quando sono universali, insopprimibili, antichi quanto l'uomo?

2 commenti:

  1. mi viene in mente come definiva la malinconia Kirkegaard nel suo "Aut-Aut": isteria dello spirito. L'incapacità di dare sbocco al programma che lo spirito esige per la personalità .
    "Lo spirito esige una forma superiore nella quale afferrare se stesso come spirito" (...)la personalità vuole diventare cosciente di sé nel suo eterno valore. Se ciò non accade, se il movimento si ferma e viene represso, subentra la malinconia.

    Ciao.

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  2. Le parole di Kierkegaard sulla malinconia sono immortali e insostituibili. Tuttavia credo che qualcosa nella sua prospettiva religosa incentivi la malinconia e il terrore dell'indefinito: credo che sia la lontananza del suo Dio che, per affermare la propria trascendenza, assume una natura irrazionale, contraria e non solo superiore alla nostra ragione.
    Nel mondo di Kierkegaard secondo me domina un clima da paradosso. Vero che non lo leggo da molto tempo.

    Ciao
    Niamh

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