sabato 29 agosto 2009

La purezza dello sguardo e la bellezza: una parabola araba


UNA PARABOLA ARABA
di Maria Zambrano
da PER L'AMORE E PER LA LIBERTÀ
Scritti sulla filosofia e sull’educazione
Marietti, 2008

[Vi presento] una parabola araba non semplicemente araba perché è anche “sufi”.
(...)
Il racconto è questo:
Un giorno un sultano volle decorare in modo particolarrmente bello una sala del suo palazzo. Per questo fece veniire due gruppi di pittori da luoghi molto lontani tra loro: Biisanzio e la Cina. Ogni gruppo avrebbe dipinto l'affresco in una delle due grandi pareti parallele del salone, senza poter sapere ciò che avrebbe dipinto l'altro. Assegnò a ciascun gruppo una parete senza permettere che entrassero in coomunicazione; nel mezzo della sala una tenda debitamente collocata impediva qualsiasi tipo di comunicazione tra i pitttori ai due lati. Quando l'opera fu terminata il sultano si diiresse prima a ispezionare l'affresco dipinto dai cinesi. In verità era di una bellezza meravigliosa. «Nulla può essere più bello di questo» disse il Sultano e, con questa convinzione, fece scorrere la tenda perché apparisse la parete dipinta dai greci di Bisanzio. Ma in quella parete non era dipinto nulla, i greci l'avevano soltanto pulita e ripulita fino a mutarla in uno specchio di un biancore misterioso che rifletteva come in un mezzo più puro le forme sulla parete cinese. Le forme e i colori acquistavano una bellezza inimmaginabile che non sembrava più appartenere a questo mondo: una nuova dimensione, diremmo, per gli occhi e per lo sguardo umano.

La lezione che si impara da questa storia è simile a quella delle parabole, degli apologhi, dei miti e di tutto ciò che ha un senso simbolico, multiplo. Per iniziare a comprenderne un po' di lezione, tutta non è possibile, pensiamo a cosa sarebbe accaduto se i cinesi, con la stessa finezza dei greci, avessero fatto la stessa cosa: questo era il massimo rischio come lo è in ogni sottigliezza estrema, cioè che l'altro sia fine allo stesso modo. In questo caso, la sala sarebbe rimasta come un luogo privilegiato perché la luce vi si raccogliesse, perrché viaggiasse da una parete all' altra e mostrasse ciò che ha di simile alle creature alate: una colomba che sorge dalla luce quando le si dà l'occasione di farlo.
Se l'affresco dipinto dagli artisti cinesi fosse stato mediocre, allora la sua opacità nel riflettersi nello specchio dalla bianchezza incandescente sarebbe stata riscattata, come accade alle immagini riflesse sull'acqua. La lezione, a nostro parere, è questa: nulla è brutto se si guarda attraverso un altro mezzo più puro e più intelligibile. Ma portando alle estreme conseguenze questo caso, si potrebbe dire che lo sguardo sarebbe capace di riscattare ogni bruttura, ogni mediocrità, purché sia lo sguardo di chi sappia, guardando, creare un mezzo purificato e lavato come la parete bizantina.
E si potrebbe continuare, si potrebbe supporre che, prima di fare qualcosa, prima di percepire un'immagine, e prima di pensare, si renda necessario pulire e ripulire lo sguardo, l'anima, la mente fino a che assomigli, quanto più umanamente sia possibile, alla bianchezza che è pura vibrazione, velocissima vibrazione che unisce tutte le vibrazioni che generano il colore, mostrandosi apparentemente come quiete e passività. Ogni lettore può continuare per suo conto la serie delle interpretazioni, poiché ogni capolavoro dello spirito - grande o piccolo che sia - è un racconto senza fine.


Si potrebbe dire - rovesciando il celebre incipit del passo dello Zibaldone di Leopardi, "tutto è male" - che tutto è bello, tutto è buono. Ma non in senso assoluto. E' necessario uno sguardo puro, che "lascia essere", che sa "farsi indietro" conservando solo il vuoto della propria luce. Grotta dello splendore in cui ogni cosa si scopre luogo splendente e ri-splendente.

domenica 9 agosto 2009

buone vacanze e una poesia


La bambina d'edera, roberta borsani. Agosto 2009

Concludo le mie riflessioni sulla speranza con una poesia che dedico a tutti i miei lettori, augurando buone vacanze.
A presto,
niamh


La bambina d'edera
mi è nata stanotte una bambina d’edera
il suo vagito ha chiuso
la porta di un sogno che grondava
al risveglio
era primavera
e le gazze erano blu come l’oceano

foglioline nate da un’ora
stringevano la pioggia
fra tenere gengive
e non c’era verbo che non fosse
d’acqua mista a cellule
non c’era verbo che non desse
zucchero e fibre

la mia bambina intanto era
cresciuta era fioraia
dava viole e semi d’erbe nuove
da mettere a giacere sotto l’ala
nebbiosa della terra

venerdì 7 agosto 2009

Per un' estetica della Speranza


La speranza si preannuncia nel regno della carne. Che non è “materia”, essendo fin dal suo principio finalizzata a una meta superiore e spinta da un’ansia di “struttura” senza la quale non si dà percezione, unità minima del “sentire sensato”.
I sensi sono infatti le porte attraverso cui la speranza ci si annuncia, quando ancora la nostra razionalità non ha modo di espletarsi.

Prima è il sentire che qualcosa c’è.
Qualcosa di buono, per cui vale la pena di estendere fuori di sé l’attenzione e il desiderio. Qualcosa che viene “annusato”, “tastato”, “intravisto”. Qualcosa che fa venire l’acquolina e di cui il silenzio è anticipazione.
Poi questo qualcosa si precisa, si organizza nel tempo e nello spazio. Si organizza. Diventa “cosa buona”: seno che scalda, latte che spegne fame e sete, voce che mette a tacere l’enormità del silenzio.
L’esperienza di ciò che è buono rinforza, giustifica e potenzia l’attesa. L’uomo non ne ha mai abbastanza (di forma) che comporta un incessante rinascere, ri-formarsi, rinnovarsi.
Il nascere non cambia, ma ciò che nasce è sempre nuovo. La sua assoluta novità lo rende “miracoloso”, diverso da qualunque altro ente, irripetibile. Per le creature spiritualmente più infime il principio di differenziazione, la novità, dipende molto dalle coordinate spazio temporali (categorie umane). L’uomo invece è nella sua più profonda essenza irripetibile. C’è qualcosa in lui che lo segna indelebilmente e che non dipende semplicemente dall’hic et nunc in cui si cala.
L’esperienza del bene ( che si dà nella forma), il credere insomma che ci sia qualcosa di buono, costituisce il fondamento della speranza. La speranza presuppone la fede nella bontà del reale e al tempo stesso, in quanto attesa fiduciosa che il bene si offra di nuovo, nutre la fede nei confronti dell’essere rinfrescandone il ricordo, anticipando la forma prima che il reale la manifesti e garantendo così l’intellegibilità del reale. Fissandone l’”umanità”: il suo essere cioè compatibile con l’uomo.
L’arte esprime forse nella sua maniera più alta la speranza, sotto la cui spinta l’esistenza si fa continua ricerca di forma. Esistenza che ha a suo fondamento l’esperienza sensibile.
La luce che sconfigge il buio non a caso è spesso presa a metafora della speranza: dopo un brutto periodo si “intravede un filo di luce”, la “fine del tunnel”. Chi spera “vede rosa”. Ha il “sentore” che le cose siano sul punto di cambiare. La speranza è “verde”.
Il pittore traduce l’esperienza in forma: colori, orizzonti, sfondi, volti.
Il poeta in immagini, parole, suoni.
La speranza è forma generatrice di forme nel regno dell’arte. E’ la matrice del verbo, il quale non avrebbe senso senza di lei. Il verbo è speranza. Speranza dell’ascolto anzitutto. Nessun poeta, per quanto consapevolmente possa dichiararsi materialista, può esimersi dal credere nel verbo. Non ci credesse, se ne starebbe zitto.
E il verbo esige l’ascolto, presentendo un Tu che lo accoglie riconoscendone il senso.
Un Tu che certo non è il lettore in carne e ossa o il lettore ipotetico. Il poeta scrive a prescindere dall’avere o meno un pubblico. Scrivere o dipingere è per lui una necessità. Non trovare la forma adatta a cominicare il suo sentire è fonte di grande sofferenza. La speranza che lo guida è quella di trovare la forma adatta ad incontrare il Tu. Una forma nuova, irripetibile, capace di infiammare il cuore dell’essere come nessuno ha mai fatto prima. Per poco magari e restando senza spettatori. Se non quell’unico che sta all’origine di ogni ascolto: il Tu.
La speranza è assenso all’urgere del verbo non ancora formato ma che preme per farsi forma e venire alla luce. Che dolore danno i versi di Antonia Pozzi:
”...oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!...”
(da Una porta si chiude, in Parole (1939)
Questo chiudersi spietato dell’anima è ostinata e volontaria invocazione di tenebra. Rattrista terribilmente. Ma si tratta di un’immagine (potentissima, bellissima) con cui la poetessa esprime il suo stato d’animo prostrato. La prostrazione non giunge tuttavia a intaccare la sostanza del fare poetico che si realizza nel verbo, nella relazione spirituale fra un Io e un Tu.
La poesia, e con essa l’arte tutta, è insomma nella sua essenza Speranza, forma delle forme.
Espressione ultima di quel sentire che si annuncia dal principio nei sensi e nella carne, sublimandosi poi nell’agire: che sia lavoro, scienza o poesia.

martedì 4 agosto 2009

La Speranza come Forma



Gabriel Marcel, abbiamo già ricordato, distingueva tra esperance (speranza assoluta, al di là perfino di ciò che il buon senso o la ragione suggerisce) ed espoir, speranza contingente di questo e di quello, frantumata nelle molte speranze che ci guidano nel quotidiano. Abbiamo perciò sottolineato la superiorità e la natura spirituale della prima rispetto alla seconda. Eppure, riflettendoci, penso che anche l’espoir abbia una grande importanza nella vita dell’uomo. Le molte speranze danno forma e struttura all’esperance, di cui si nutrono, perdendone in diversa misura, è vero, la forza spirituale e il senso di trascendenza. Ma questa perdita di spiritualità potrebbe rendersi perfino necessaria nella prosa quotidiana della vita. Per portare ordine nei gradini ultimi dell’esistenza, salvandoci dall’angoscia che lo spirito, infinitamente libero, può suscitare in creature mortali e limitate come siamo noi.
L’ho pensato ad esempio riflettendo sul romanzo bellissimo La strada di Cormac McCarthy: l’esperance, che tiene in vita i protagonisti e li impegna nella spiritualità dell’agire in condizioni spaventosamente deprimenti, si articola in un susseguirsi di obiettivi minimi, piccole speranze che hanno a che fare con la sopravvivenza e il superamento di pericoli imminenti, giorno dopo giorno. Penso che la trama sia ormai nota a tutti: un padre viaggia con un figlio lungo le strade polverose in un mondo post-apocalittico. Lo scopo ultimo per questo padre è la salvezza del figlio, da consegnare prima che la morte lo colga a una comunità umana affidabile. Lo scopo viene raggiunto a prezzo di enormi sacrifici, mediante dimostrazioni di amore eroico e di sconvolgente ferocia. A tenere in piedi i due, è l’esperance, tra istinto di sopravvivenza e slancio d’amore, che però si fa guida e punto di riferimento solo nella misura in cui si articola giorno per giorno in un programma di pochi e semplici punti da raggiungere.
La disperazione nasce quando una simile capacità “organizzativa” viene meno. Quando dall’alto manca il comando che struttura l’enorme energia della esperance, modulandone sforzi, tensioni e mire.
Mi ha affascinato scoprire le spiegazioni che il medico e studioso Pier Mario Biava ha fornito a proposito dell’origine e della natura del cancro (Il cancro e la Ricerca del senso perduto,Springer e Verlag, 2008) il quale si manifesterebbe in assenza di indicazioni che normalmente, in una certa fase di sviluppo post-embrionale, “dicono” alle cellule quale strada percorrere, quale struttura assumere per diventare pelle, piuttosto che ossa o muscolo. Ogni cellula, infatti, secondo Biava, nella sua infinita vitalità è potenzialmente cancerogena, scoordinata e confusa. Sono le informazioni ricevute a metterla al servizio non semplicemente della vita, ma della forma, in cui la vita si offre come struttura complessa, unità, ente.
La forza vitale della vita nella sua dimensione minima, cellulare, spinta a ulteriorizzarsi con tanta generosità, mi ha fatto pensare per analogia all’esperance, che nel livello più basso è istinto di pura sopravvivenza, in quello più alto trascendenza e amore: forma ultima. Il che mi fa pensare a quanto siano superficiali e grossolane le affermazioni di un certo volgare meccanicismo, il quale banalizza o ignora il finalismo che guida il divenire. In assenza di ordini, ci dice Biava, la vita rivolgerebbe contro si sé la sua stessa disordinata capacità generativa.
Allo stesso modo il contingente, il mondo delle finalità spicciole, dell’espoir, ci è indispensabile perché l’enormità dell’esperance (massimo di energia e massimo di senso) non ci bruci. Solo chi ha fatto molta strada sul piano dello spirito può “reggerne” l’intensa libertà. Il richiamo della filosofia e delle religioni a non abbandonarci ai desideri contingenti, che ci allontanano dal senso profondo e spirituale dell’essere, resta valido. Pur sapendo che quello che ci porta a liberarci dagli obblighi e dai pesi dell’espoir è un cammino che deve avere le sue tappe. La speranza di libertà spirituale o di vita ultraterrena passa attraverso il riconoscimento di obiettivi di realizzazione personale (non egoistici o individualistici) e la valorizzazione della vita terrena.
Un giornalista scrisse molto tempo fa che un bambino di strada della città brasiliana di san Paolo, invitato a non sniffare colla perché metteva a rischio la salute, rispose che morire per lui sarebbe stata solo una liberazione. Senso di trascendenza? Forse. Quello dei disperati però: quelli che non hanno proprio niente da perdere. Niente che abbia valore. Neanche la vita.
L’uomo ha bisogno dell’espoir per imparare l’esperance, come ha bisogno dell’amore contingente, e certo limitato della madre o degli amici, per conoscere l’Amore dello spirito. Guai a coloro che impediscono direttamente o indirettamente al loro prossimo di sperimentare le consolazioni dell’espoir, consegnandoli alla fiamma dell’esperance. A una simile fiamma ci si avvicina solo liberamente, spogliandosi volontariamente, e al momento giusto, dell’espoir.
Il liberalismo e il capitalismo hanno invece consegnato milioni di persone alla disperazione di chi è stato escluso dall’espoir: dalla possibilità di una vita dignitosa e di una completa realizzazione delle proprie facoltà fisiche, mentali e spirituali. Purtroppo ambienti eccclesiastici hanno spesso implicitamente appoggiato il sistema capitalistico invitando i poveri a disprezzare l’espoir (limitata e perciò ingannevole) per consegnarsi all’esperance. Sperare nel regno dei cieli e nient’altro. Ma questo atteggiamento non ha nulla a che vedere con quanto si ricava dal Vangelo e dalla stessa Incarnazione. I mistici, i santi, possono immergersi deliziosamente nella beatitudine dell’esperance, saltando sdegnosamente l’espoir. Ma Gesù Cristo non è venuto per loro.
Vivere senza espoir, di pura esperance, è come scalare un monte inaccessibile,con il respiro corto per il troppo ossigeno: qualcuno lo fa. Nessuno però dovrebbe esserci costretto.

Chi fosse interessato alle teorie scientifiche di Biava può trovare informazioni qui

domenica 2 agosto 2009

La speranza e il perdono. I versi disperati di Georg Trakl


Chi non spera, dispera. Nessuna forma di lietezza è possibile in assenza della speranza.
Chi non spera dispera. Magari di una disperazione tranquilla. “Rassegnata”, dice Leopardi, identificando l’acquisizione della consapevolezza tipica dell’età adulta con la disperazione non più “renitente”: talmente stanca, delusa, da rinuciare alla lotta.
Lui vi sia abbandona per poco, dopo una delusione d’amore feroce, ma presto cerca altre strade: troppo lontana dalle sue corde, sensibilissime al dolore, alla protesta, alla rivolta metafisica. Ma timorose dell’angusto deserto che la disperazione rassegnata stende davanti allo sguardo di chi la vive. Una visione che in lui suscita un disgusto così forte da spingerlo a reazioni quasi eroiche. Trovando dapprima nella reazione e poi nell’azione (La Ginestra) l’antidoto alla disperazione rassegnata.
La disperazione pura, che annulla il desiderio e si ritorce contro lo stesso cuore che la prova divorandolo (“taci per sempre stanco mio cor”), apre gelidi spazi di totale mancanza di amore. Lo sguardo dell’altro (sia esso Dio o l’”altro” in senso spirituale -la vita ad esempio con le
sue svolte improvvise e impreviste - che anche i non credenti possono avvertire) è assente. Oppure morto, come nel mondo poetico di Georg Trakl: pupille spente sotto palpebre fredde. Un mondo che pare un obitorio. Le creature non comunicano, al limite lanciano in un cielo vuoto versi o gridi finalizzati alla pura espressione di un’ angoscia incontenibile che nessuno può accogliere ( e sciogliere). L’espressione si risolve nello sfogo, non attende e non presuppone risposta.
Soprattutto si ha la sensazione, leggendo i versi di Trakl, di un universo di pura colpa, senza perdono, vuoto di speranza. un universo in cui ogni bellezza è perduta:
“...Un’ombra io sono lontana da tetri villaggi./ Dalla fonte silvana/ ho bevuto il silenzio di Dio./ Sulla mia fonte si posa freddo metallo./ Ragni mi frugano il cuore./ C’è un lume che nella mia bocca si spegne...” (da De Profundis, trad. di G. Ungaretti).
Sono versi bellissimi, straordinariamente efficaci nel rendere il vissuto allucinato dell’abbandono. Uomini,cose e animali, soffrono tutti la stessa tragica sorte. Ma ciascuno è solo. Solo, nella sua “disperazione rassegnata”. Ciascuno è freddo e silenzioso. Perfino Dio.
Sono versi bellissimi e mortali. Guai se mancassero (qualcuno deve pur riferire cosa c’è all’inferno, se c’è stato). Guai però se pretendessero di cogliere e di esaurire in se stessi il senso ultimo della realtà, il vissuto profondo dell’esistenza.

La poesia di Trakl mi ha fatto riflettere sul legame che lega strettamente speranza e perdono. Non ci può essere uno senza l’altro. Il perdono è la forma più alta, forse, dell’amore. Amare significa essere disposti al perdono. Sentirsi amati significa sentirsi accolti con i propri limiti, le proprie colpe, e comunque accettati. Senza condizioni.
Di Trakl, è noto, si sussurra a proposito di una colpa particolarmente grave: l’infrazione di un tabù. Infrazione che forse la società non avrebbe potuto perdonare.
Eppure, di fronte a uno sguardo più misericordioso e più libero, uno sguardo davvero spirituale, anche l’infrazione di un tabù è perdonabile. Lo spirito è giovane. Giovane come l’acqua: non trattiene alcuna forma. Lo Spirito è libero. Libero come l’aria: non rimane prigioniero o legato a nulla che non sia se stesso. Fedele a se stesso e superiore alle regole e alle condanne sociali. Non indifferente: superiore. Lo Spirito non rifiuta le regole: ma quelle a cui si richiama sono altre, "celesti".
Il mondo di Trakl, più che quello dell’ateo confesso Leopardi, ci fa toccare con mano il cadavere gelato della disperazione, lasciandoci intuire ciò che a quel cadavere avrebbe potuto infondere nuova vita: il perdono, l’amore.