martedì 4 agosto 2009

La Speranza come Forma



Gabriel Marcel, abbiamo già ricordato, distingueva tra esperance (speranza assoluta, al di là perfino di ciò che il buon senso o la ragione suggerisce) ed espoir, speranza contingente di questo e di quello, frantumata nelle molte speranze che ci guidano nel quotidiano. Abbiamo perciò sottolineato la superiorità e la natura spirituale della prima rispetto alla seconda. Eppure, riflettendoci, penso che anche l’espoir abbia una grande importanza nella vita dell’uomo. Le molte speranze danno forma e struttura all’esperance, di cui si nutrono, perdendone in diversa misura, è vero, la forza spirituale e il senso di trascendenza. Ma questa perdita di spiritualità potrebbe rendersi perfino necessaria nella prosa quotidiana della vita. Per portare ordine nei gradini ultimi dell’esistenza, salvandoci dall’angoscia che lo spirito, infinitamente libero, può suscitare in creature mortali e limitate come siamo noi.
L’ho pensato ad esempio riflettendo sul romanzo bellissimo La strada di Cormac McCarthy: l’esperance, che tiene in vita i protagonisti e li impegna nella spiritualità dell’agire in condizioni spaventosamente deprimenti, si articola in un susseguirsi di obiettivi minimi, piccole speranze che hanno a che fare con la sopravvivenza e il superamento di pericoli imminenti, giorno dopo giorno. Penso che la trama sia ormai nota a tutti: un padre viaggia con un figlio lungo le strade polverose in un mondo post-apocalittico. Lo scopo ultimo per questo padre è la salvezza del figlio, da consegnare prima che la morte lo colga a una comunità umana affidabile. Lo scopo viene raggiunto a prezzo di enormi sacrifici, mediante dimostrazioni di amore eroico e di sconvolgente ferocia. A tenere in piedi i due, è l’esperance, tra istinto di sopravvivenza e slancio d’amore, che però si fa guida e punto di riferimento solo nella misura in cui si articola giorno per giorno in un programma di pochi e semplici punti da raggiungere.
La disperazione nasce quando una simile capacità “organizzativa” viene meno. Quando dall’alto manca il comando che struttura l’enorme energia della esperance, modulandone sforzi, tensioni e mire.
Mi ha affascinato scoprire le spiegazioni che il medico e studioso Pier Mario Biava ha fornito a proposito dell’origine e della natura del cancro (Il cancro e la Ricerca del senso perduto,Springer e Verlag, 2008) il quale si manifesterebbe in assenza di indicazioni che normalmente, in una certa fase di sviluppo post-embrionale, “dicono” alle cellule quale strada percorrere, quale struttura assumere per diventare pelle, piuttosto che ossa o muscolo. Ogni cellula, infatti, secondo Biava, nella sua infinita vitalità è potenzialmente cancerogena, scoordinata e confusa. Sono le informazioni ricevute a metterla al servizio non semplicemente della vita, ma della forma, in cui la vita si offre come struttura complessa, unità, ente.
La forza vitale della vita nella sua dimensione minima, cellulare, spinta a ulteriorizzarsi con tanta generosità, mi ha fatto pensare per analogia all’esperance, che nel livello più basso è istinto di pura sopravvivenza, in quello più alto trascendenza e amore: forma ultima. Il che mi fa pensare a quanto siano superficiali e grossolane le affermazioni di un certo volgare meccanicismo, il quale banalizza o ignora il finalismo che guida il divenire. In assenza di ordini, ci dice Biava, la vita rivolgerebbe contro si sé la sua stessa disordinata capacità generativa.
Allo stesso modo il contingente, il mondo delle finalità spicciole, dell’espoir, ci è indispensabile perché l’enormità dell’esperance (massimo di energia e massimo di senso) non ci bruci. Solo chi ha fatto molta strada sul piano dello spirito può “reggerne” l’intensa libertà. Il richiamo della filosofia e delle religioni a non abbandonarci ai desideri contingenti, che ci allontanano dal senso profondo e spirituale dell’essere, resta valido. Pur sapendo che quello che ci porta a liberarci dagli obblighi e dai pesi dell’espoir è un cammino che deve avere le sue tappe. La speranza di libertà spirituale o di vita ultraterrena passa attraverso il riconoscimento di obiettivi di realizzazione personale (non egoistici o individualistici) e la valorizzazione della vita terrena.
Un giornalista scrisse molto tempo fa che un bambino di strada della città brasiliana di san Paolo, invitato a non sniffare colla perché metteva a rischio la salute, rispose che morire per lui sarebbe stata solo una liberazione. Senso di trascendenza? Forse. Quello dei disperati però: quelli che non hanno proprio niente da perdere. Niente che abbia valore. Neanche la vita.
L’uomo ha bisogno dell’espoir per imparare l’esperance, come ha bisogno dell’amore contingente, e certo limitato della madre o degli amici, per conoscere l’Amore dello spirito. Guai a coloro che impediscono direttamente o indirettamente al loro prossimo di sperimentare le consolazioni dell’espoir, consegnandoli alla fiamma dell’esperance. A una simile fiamma ci si avvicina solo liberamente, spogliandosi volontariamente, e al momento giusto, dell’espoir.
Il liberalismo e il capitalismo hanno invece consegnato milioni di persone alla disperazione di chi è stato escluso dall’espoir: dalla possibilità di una vita dignitosa e di una completa realizzazione delle proprie facoltà fisiche, mentali e spirituali. Purtroppo ambienti eccclesiastici hanno spesso implicitamente appoggiato il sistema capitalistico invitando i poveri a disprezzare l’espoir (limitata e perciò ingannevole) per consegnarsi all’esperance. Sperare nel regno dei cieli e nient’altro. Ma questo atteggiamento non ha nulla a che vedere con quanto si ricava dal Vangelo e dalla stessa Incarnazione. I mistici, i santi, possono immergersi deliziosamente nella beatitudine dell’esperance, saltando sdegnosamente l’espoir. Ma Gesù Cristo non è venuto per loro.
Vivere senza espoir, di pura esperance, è come scalare un monte inaccessibile,con il respiro corto per il troppo ossigeno: qualcuno lo fa. Nessuno però dovrebbe esserci costretto.

Chi fosse interessato alle teorie scientifiche di Biava può trovare informazioni qui

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