domenica 2 agosto 2009

La speranza e il perdono. I versi disperati di Georg Trakl


Chi non spera, dispera. Nessuna forma di lietezza è possibile in assenza della speranza.
Chi non spera dispera. Magari di una disperazione tranquilla. “Rassegnata”, dice Leopardi, identificando l’acquisizione della consapevolezza tipica dell’età adulta con la disperazione non più “renitente”: talmente stanca, delusa, da rinuciare alla lotta.
Lui vi sia abbandona per poco, dopo una delusione d’amore feroce, ma presto cerca altre strade: troppo lontana dalle sue corde, sensibilissime al dolore, alla protesta, alla rivolta metafisica. Ma timorose dell’angusto deserto che la disperazione rassegnata stende davanti allo sguardo di chi la vive. Una visione che in lui suscita un disgusto così forte da spingerlo a reazioni quasi eroiche. Trovando dapprima nella reazione e poi nell’azione (La Ginestra) l’antidoto alla disperazione rassegnata.
La disperazione pura, che annulla il desiderio e si ritorce contro lo stesso cuore che la prova divorandolo (“taci per sempre stanco mio cor”), apre gelidi spazi di totale mancanza di amore. Lo sguardo dell’altro (sia esso Dio o l’”altro” in senso spirituale -la vita ad esempio con le
sue svolte improvvise e impreviste - che anche i non credenti possono avvertire) è assente. Oppure morto, come nel mondo poetico di Georg Trakl: pupille spente sotto palpebre fredde. Un mondo che pare un obitorio. Le creature non comunicano, al limite lanciano in un cielo vuoto versi o gridi finalizzati alla pura espressione di un’ angoscia incontenibile che nessuno può accogliere ( e sciogliere). L’espressione si risolve nello sfogo, non attende e non presuppone risposta.
Soprattutto si ha la sensazione, leggendo i versi di Trakl, di un universo di pura colpa, senza perdono, vuoto di speranza. un universo in cui ogni bellezza è perduta:
“...Un’ombra io sono lontana da tetri villaggi./ Dalla fonte silvana/ ho bevuto il silenzio di Dio./ Sulla mia fonte si posa freddo metallo./ Ragni mi frugano il cuore./ C’è un lume che nella mia bocca si spegne...” (da De Profundis, trad. di G. Ungaretti).
Sono versi bellissimi, straordinariamente efficaci nel rendere il vissuto allucinato dell’abbandono. Uomini,cose e animali, soffrono tutti la stessa tragica sorte. Ma ciascuno è solo. Solo, nella sua “disperazione rassegnata”. Ciascuno è freddo e silenzioso. Perfino Dio.
Sono versi bellissimi e mortali. Guai se mancassero (qualcuno deve pur riferire cosa c’è all’inferno, se c’è stato). Guai però se pretendessero di cogliere e di esaurire in se stessi il senso ultimo della realtà, il vissuto profondo dell’esistenza.

La poesia di Trakl mi ha fatto riflettere sul legame che lega strettamente speranza e perdono. Non ci può essere uno senza l’altro. Il perdono è la forma più alta, forse, dell’amore. Amare significa essere disposti al perdono. Sentirsi amati significa sentirsi accolti con i propri limiti, le proprie colpe, e comunque accettati. Senza condizioni.
Di Trakl, è noto, si sussurra a proposito di una colpa particolarmente grave: l’infrazione di un tabù. Infrazione che forse la società non avrebbe potuto perdonare.
Eppure, di fronte a uno sguardo più misericordioso e più libero, uno sguardo davvero spirituale, anche l’infrazione di un tabù è perdonabile. Lo spirito è giovane. Giovane come l’acqua: non trattiene alcuna forma. Lo Spirito è libero. Libero come l’aria: non rimane prigioniero o legato a nulla che non sia se stesso. Fedele a se stesso e superiore alle regole e alle condanne sociali. Non indifferente: superiore. Lo Spirito non rifiuta le regole: ma quelle a cui si richiama sono altre, "celesti".
Il mondo di Trakl, più che quello dell’ateo confesso Leopardi, ci fa toccare con mano il cadavere gelato della disperazione, lasciandoci intuire ciò che a quel cadavere avrebbe potuto infondere nuova vita: il perdono, l’amore.

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