venerdì 7 agosto 2009

Per un' estetica della Speranza


La speranza si preannuncia nel regno della carne. Che non è “materia”, essendo fin dal suo principio finalizzata a una meta superiore e spinta da un’ansia di “struttura” senza la quale non si dà percezione, unità minima del “sentire sensato”.
I sensi sono infatti le porte attraverso cui la speranza ci si annuncia, quando ancora la nostra razionalità non ha modo di espletarsi.

Prima è il sentire che qualcosa c’è.
Qualcosa di buono, per cui vale la pena di estendere fuori di sé l’attenzione e il desiderio. Qualcosa che viene “annusato”, “tastato”, “intravisto”. Qualcosa che fa venire l’acquolina e di cui il silenzio è anticipazione.
Poi questo qualcosa si precisa, si organizza nel tempo e nello spazio. Si organizza. Diventa “cosa buona”: seno che scalda, latte che spegne fame e sete, voce che mette a tacere l’enormità del silenzio.
L’esperienza di ciò che è buono rinforza, giustifica e potenzia l’attesa. L’uomo non ne ha mai abbastanza (di forma) che comporta un incessante rinascere, ri-formarsi, rinnovarsi.
Il nascere non cambia, ma ciò che nasce è sempre nuovo. La sua assoluta novità lo rende “miracoloso”, diverso da qualunque altro ente, irripetibile. Per le creature spiritualmente più infime il principio di differenziazione, la novità, dipende molto dalle coordinate spazio temporali (categorie umane). L’uomo invece è nella sua più profonda essenza irripetibile. C’è qualcosa in lui che lo segna indelebilmente e che non dipende semplicemente dall’hic et nunc in cui si cala.
L’esperienza del bene ( che si dà nella forma), il credere insomma che ci sia qualcosa di buono, costituisce il fondamento della speranza. La speranza presuppone la fede nella bontà del reale e al tempo stesso, in quanto attesa fiduciosa che il bene si offra di nuovo, nutre la fede nei confronti dell’essere rinfrescandone il ricordo, anticipando la forma prima che il reale la manifesti e garantendo così l’intellegibilità del reale. Fissandone l’”umanità”: il suo essere cioè compatibile con l’uomo.
L’arte esprime forse nella sua maniera più alta la speranza, sotto la cui spinta l’esistenza si fa continua ricerca di forma. Esistenza che ha a suo fondamento l’esperienza sensibile.
La luce che sconfigge il buio non a caso è spesso presa a metafora della speranza: dopo un brutto periodo si “intravede un filo di luce”, la “fine del tunnel”. Chi spera “vede rosa”. Ha il “sentore” che le cose siano sul punto di cambiare. La speranza è “verde”.
Il pittore traduce l’esperienza in forma: colori, orizzonti, sfondi, volti.
Il poeta in immagini, parole, suoni.
La speranza è forma generatrice di forme nel regno dell’arte. E’ la matrice del verbo, il quale non avrebbe senso senza di lei. Il verbo è speranza. Speranza dell’ascolto anzitutto. Nessun poeta, per quanto consapevolmente possa dichiararsi materialista, può esimersi dal credere nel verbo. Non ci credesse, se ne starebbe zitto.
E il verbo esige l’ascolto, presentendo un Tu che lo accoglie riconoscendone il senso.
Un Tu che certo non è il lettore in carne e ossa o il lettore ipotetico. Il poeta scrive a prescindere dall’avere o meno un pubblico. Scrivere o dipingere è per lui una necessità. Non trovare la forma adatta a cominicare il suo sentire è fonte di grande sofferenza. La speranza che lo guida è quella di trovare la forma adatta ad incontrare il Tu. Una forma nuova, irripetibile, capace di infiammare il cuore dell’essere come nessuno ha mai fatto prima. Per poco magari e restando senza spettatori. Se non quell’unico che sta all’origine di ogni ascolto: il Tu.
La speranza è assenso all’urgere del verbo non ancora formato ma che preme per farsi forma e venire alla luce. Che dolore danno i versi di Antonia Pozzi:
”...oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!...”
(da Una porta si chiude, in Parole (1939)
Questo chiudersi spietato dell’anima è ostinata e volontaria invocazione di tenebra. Rattrista terribilmente. Ma si tratta di un’immagine (potentissima, bellissima) con cui la poetessa esprime il suo stato d’animo prostrato. La prostrazione non giunge tuttavia a intaccare la sostanza del fare poetico che si realizza nel verbo, nella relazione spirituale fra un Io e un Tu.
La poesia, e con essa l’arte tutta, è insomma nella sua essenza Speranza, forma delle forme.
Espressione ultima di quel sentire che si annuncia dal principio nei sensi e nella carne, sublimandosi poi nell’agire: che sia lavoro, scienza o poesia.

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