giovedì 24 settembre 2009

nomi che fanno soffrire


Tarquinio. Un nome illustre ha detto la maestra, “perciò bambini non dovete ridere”. Ci son di mezzo gli etruschi e anche un pezzo di storia di Roma. Cosa sarebbero i romani senza gli etruschi? Poco. Hanno inventato le cloache, e l’arte aruspicina. Che cos’è? E’ l’arte di leggere il futuro nelle viscere degli animali. Nel fegato ad esempio. Non ridete sciocchini.
Nome importante nome ingombrante. Non ti sei mai riconosciuto. Abituato sì, con gli anni. Come ad un brutto naso. Lo si porta di necessità. Senza amarlo.
Quei suoni duri, fatti di spigoli. Consonanti opache, ottuse, t-r-q, rintoccano una dopo l’altra come campane a morto. E’ una condanna. L’esilio da te stesso, dall’unica parola che ha la pretesa di definire la tua essenza. Guarda come sei, dice “Tarquinio”. Irto di ostacoli. Spigoloso, ingombrante. Sorpassato.
E tu invidi i Luca, i Simone, i Danilo…perché i loro nomi scivolano via dolci e mansueti come trote iridate nel fiume. Cerbiatti che corrono alla fonte. Destinati all’amore. Ignari e felici. Ridono beati ad ogni appello, soprattutto quando, al numero tredici dell’elenco, spunta Tarquinio.
Perfino la maestra sotto sotto ci ride. Sa che il nome l’ha scelto la mamma. E alla maestra, ci scommetti, la tua mamma non piace. Troppa eleganza. Troppo profumo. E quella ridicola pretesa di discendere dagli etruschi. Di essere diversa. Forestiera. Con qualcosa di più che invece, per te, è molto molto di meno.
Tu insisti che Nino ti chiami. Tarquinio è solo il nome sulla carta. Ma anche la maestra insiste, Tarquinio. “Che dirà la mamma se ti chiamo Nino?”.
Perfida. Strega. Manico di scopa e labbra di latte cagliato.
A te piaceva più l’altra insegnante, quella della A. Grandi tette materne e fard sulle guance. Un’Heidi matura, vagamente obesa. La voce come un pasticcino. Chissà se si lascia mangiucchiare qualche volta…I suoi alunni sembrano migliori. Più buoni.
Un giorno durante l’intervallo ti trovi a rosicchiare una renetta triste e asciutta sopra una panchina. Merenda alternativa offerta dalla cooperativa Solevinci al posto della fiesta. Accanto, una bambina di seconda, occhioni verdi contemplativi. Si chiama Amalasunta, poveraccia.
“La mamma è convinta di discendere dagli ultimi ostrogoti. Mio fratello grande infatti si chiama Totila. Lui fa il liceo e dice che mamma è stupida perché gli ostrogoti sono stati tutti ammazzati. Dai bizantini mi pare. Non ne è restato neanche uno. Ma mamma non ci crede.”.
Ti dicono che uno di quarta si chiama Lenin. Lenin è strano però non è male. Vuol dire che sei comunista, può starci. Comunista va bene, ma etrusco... Dicono che Lenin è un tipo tosto. Scommetti che quando la maestra fa l’appello e arriva al piccolo Lenin nessuno ride.
Decidi di aspettarlo alla fine delle lezioni, sul portone. Vuoi vederlo per sapere com’è uno che si chiama Lenin. Ma soprattutto come si fa a essere tosti chiamandosi Lenin.
Lui arriva, ti guarda e capisce. E’ più grande di te, più in gamba. Non più alto però. Anzi, è minutino, una specie di furetto dai canini piccoli e sapienti. Intelligente anche, si vede.
“Sono io Lenin” dice “Volevi conoscermi?”.
Tu stai per scappare ma lui ti afferra per un braccio. Vuole soltanto che resti con lui a suonare le sbarre della cancellata di ferro della scuola con un bastone. E’ divertente in effetti, suoni una specie di xilofono. Lenin racconta che suo padre voleva addirittura chiamarlo Mao di secondo nome. L’impiegato del comune però si è rifiutato. E poi, abbassando la voce, ti confida che sua nonna l’ha battezzato di nascosto, in cantina, con l’acqua benedetta di Lourdes. Battezzato Giuseppe, col nome del nonno.
Tu vorresti dirgli di come ti casca male addosso il tuo nome. Un abito vecchio troppo pesante. Ma non ci riesci. Chissà perché, non riesci mai a parlare di te.
Il piccolo Lenin intanto non ha nessuno che lo aspetta a casa. Genitori operai, in tessitura tutto il giorno. Invece tu hai la mamma, casalinga colta e benestante. Dopo un po’ arriva trafelata e arrabbiata e ti chiama Tarquinio un migliaio di volte. Vergogna vergogna vergogna, senti di odiarla.
Lenin rimane a guardarti divertito e perplesso. Poi se ne va via fischiando, libero come un uccello. Trasgressivo come vorresti essere tu.
Ma uno che si chiama Tarquinio non può avere lo stesso destino dei Lenin.
Un Tarquinio se ne va nella vita accigliato e introverso, con un ciuffo scuro che sbatte sulla fronte come uno schiaffo. Sfiora le cose senza farsi notare. E quando ama lo fa col cuore rattrappito esangue di chi presto, lo sa, verrà a noia. Perché un Tarquinio pesa più di qualunque altro.
E a te la cacciata dei Tarquini dice fin d’ora molto di più che ai tuoi compagni. Loro ne ridono soltanto con la lingua macchiata d’inchiostro, sbirciandoti incoscienti e cattivi. Tu resti a guardare la pagina illustrata a pagina 52 del sussidiario. L’ultimo Tarquinio fugge inseguito dalle spade brandite dai romani. Estromesso per sempre dal regno. Ramingo in eterno oltre il confine.

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