martedì 8 settembre 2009

Racconti dello specchio


Alzarono lo specchio in cima alla collina. Operai con addosso tute gialle portarono sui camion pezzi di specchio e scale. Uomini vestiti di bianco bisbigliarono guardinghi pochi secchi ordini, e gli operai eseguirono senza fiatare. Lo specchio fu montato e fissato con grosse funi nel giro di una settimana. Poi gli operai e gli uomini vestiti di bianco se ne andarono. Rimasero soltanto alcuni militari in uniforme: fumavano e tacevano.
Io fui il solo a rimanere fuori dal raggio dello specchio, a parte quelli sulla collina naturalmente. L’unico a rimanere intatto. Fedele alla sua forma.
Avevano rastrellato la serra da cima a fondo per sei lunghi giorni; scovato e incatenato i pochi refrattari: guardiacaccia, allevatori di capre, apicultori... gente che un’antica solitudine aveva reso strana e selvatica. Gente con cui avevo trascorso le sere davanti alle stelle. Gente che amavo.
Me, per fortuna, non seppero prendermi. Troppo astuto per loro, conoscevo la foresta palmo a palmo.
Per prima cosa confusi il mio odore avvoltolandomi nel fango come fanno le bestie che si sanno braccate. Poi mi acquattai sotto le felci cresciute sul torrente, nel punto terribile in cui l’acqua si getta con rabbia di lupo sopra le rocce.
Scampai alle guardie e ai cani, che mi latrarono addosso senza vedermi, senza sentirmi.
Io invece vidi e sentii tutto. Dapprima senza capire, poi...
Poi ogni cosa fu chiara.

Vidi la valle nello specchio come non l’avevo mai veduta: alberi e prati di un unico colore livido, simile a quello del lago d’inverno. I rami dei faggi rattrappiti, gli uccelli ridotti a schegge scure gettate nel cielo cavo.
Ma il peggio furono gli uomini. Alzavano sull’orizzonte volti deformati da un ghigno che una volta era un sorriso. Vagavano con le schiene piegate, costrette perpetuamente a un inchino. Mani quadre negate alle carezze frugavano nel fango. Li seguivano donne istupidite e squallide: alcune secche, col mento adunco e gli occhi a spillo. Altre gonfie, dondolanti sui piedi come tacchini, oscene.
Dapprincipio fu il terrore, la disperazione, l’angoscia. Alti gridi a spezzarono l’aria che si era fatta densa e tragica. Qualcuno cercò di capire, qualcuno osò ribellarsi. Cos’era accaduto? Che ne era stato della bella valle, e degli alberi, degli uccelli, delle donne che cantavano pettinandosi i capelli?
Ma ciascuno vide la sua immagine riflessa nello specchio e cadde a terra piangendo. Quello era lui. Quello era i figlio. Quella la donna che amava. La bellezza di un tempo era sogno, sogno. E questo invece il più atroce dei risvegli.
Passarono i giorni, i mesi, gli anni. Il tempo limò il dolore e mescolò la sua polvere al sangue. Le ferite si chiusero, benché malamente, e ovunque si fece silenzio.

Io restai in disparte a guardare il mondo nello specchio. Un mondo in cui fortunatamente non c’ero. Vidi quello che gli uomini erano diventati. Perennemente curvi sulla terra, senza più uno sguardo al cielo. Contorte figure senza sogni. Facili da dominare.
Invecchiai solo. Gelidamente fiero del mio portamento eretto. Del mio occhio luminoso, della fronte alta e i modi franchi. Ero l’unico scampato allo specchio. E tuttavia, nella mia assoluta e forzata solitudine, non molto diverso da loro, confusi e stregati.
Del molto sperare, dei grandi ideali e delle attese di un tempo non mi restava infatti che un’immagine, sfocata e senza storia. Il sasso capace di abbattere lo specchio, la fionda capace di scagliarlo, la mano capace di tenderla.
La mano, il salvatore.
Il figlio dell’uomo tornato sulle nubi.

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