venerdì 23 ottobre 2009

Il fanciullo con la lente e la scienza


Candore e meraviglia del bambino che va con la sua lente di ingrandimento a caccia di rane, insetti, foglie, piume.... Fascino del piccolo che rivela le sue minuzie segrete: timide antenne, arabeschi vegetali, gemme di brina.
Molto tempo fa immaginai che la sete di conoscenza dello scienziato sgorgasse proprio da lì: dal bambino con la lente. L’uomo di scienza come un fanciullo imprigionato nell’ambra chiara della meraviglia e come tale immortalato. L’uomo insomma innamorato del piccolo, caleidoscopio della grandezza.
A scuola scoprii che non era così. Il percorso dell’uomo di scienza dell’età moderna parte sì con il passo leggero della danza, in un tripudio di suoni festosi. Ma presto, troppo presto la cadenzata leggiadria dei passi degenera nei ritmi fatali, inarrestabili della marcia: un passo dopo l’altro, un passo dopo l’altro. L’attenzione alle minuzia si fa senso esasperato del particolare, oltre il quale c’è un altro particolare e poi un altro. La miope analisi, il nozionismo che del sapere fa un bagaglio (quello culturale, che piace ai papà degli studenti liceali) trionfa, rinunciando al grande, allo spirito generoso e sublime del Tutto. Soltanto un passo dopo l’altro. Avanti, avanti...verso cosa, verso dove, non si sa. Conta solo progredire, fare un passo, ancora uno. E poi, chissà...
La medicina si specializza diramandosi intorno agli organi o alle patologie: tanti, troppi estuari in cui il sapere langue e muore. La biologia incappa nelle cellule e lì resta, stralunata come i paladini di Francia nel palazzo di Atlante: inseguendo un’unità fatta di briciole che, appena sfiorata, si disfa. La Fisica e la chimica braccano Dio nell’atomo. La genetica nel DNA.
Proprio Dio, dai nomi arcani, impronunciabili, intorno al quale migliaia di gnostici si sono invano alambiccati; Dio, sfuggito alle fini astuzie di tanti agguati, dovrebbe concedere una sua bella fotografia, possibilmente formato tessera. Piccola, come l’orizzonte dell’uomo di scienza dei giorni nostri. Colui che ha abbandonato la lente di ingrandimento (capace di ingigantire il piccolo senza perdere la cornice del Tutto) saldandosi addosso il microscopio da laboratorio. Fonte di meraviglia e di diletto intellettuale inzialmente, scaduto presto nella fissità della maschera. La maschera di Dart Fener ovviamente.

martedì 20 ottobre 2009

Nuove figure di Endimione. _La tenerezza



Fa tenerezza il somalo di 32 anni che due giorni fa è stato sorpreso “tra le braccia di Morfeo”, nell’appartamento in cui era entrato per rubare, comodamente sdraiato sul divano. Gli agenti della polizia lo hanno trovato così, con l’esperessione beata di chi naviga a piene vele nel mondo dei sogni.
Intontito, o meglio, “addolcito” dal vino, sostanza ipnotica, notturna, fatale, Endimione non ha resistito al richiamo del riposo e alle seduzioni della Luna, goduta per qualche ora alle spalle dei ricchi e preferita a un vile bottino in denaro o gioielli.
“Matador tranquillo” nostalgico del grembo, il "topo d’appartamento" è stato svegliato dagli agenti che ovviamente gli hanno chiesto i documenti. E lui, con le idee ancora impastate dal sonno, ha obbedito quieto, esibendo infantilmente il provvedimento di espulsione. L’ultimo commovente istante da bambino: simpatico birichino che, mostrando la lingua sporca di mirtilli, si autodenuncia: “sono io, proprio io, il ladro di marmellata”
Arrestato e rispedito a casa ovviamente.
Chissà che non ne avesse tanto desiderio anche lui, in fondo. In quella zona oscura, inconscia, dove si formano le nostalgie e le brame segrete.

Vie della tenerezza, siete infinite. Non meno di quelle della provvidenza. E altrettanto ricche di sorprese e di sotterranei insegnamenti.
Parola di Endimione.

domenica 11 ottobre 2009

La mamma di Auschwitz e la tenerezza



“...Una donna, con il petto scoperto, allatta il figlio. Finisce nel fuoco con il bimbo al seno. Una sorsata di latte materno fino all’eternità.”
E’ solo una delle immagini tremende dell’incipit grandioso e sconvolgente de Il farmacista di Auschwitz di Dieter Schlesak. E’ l’immagine che mi ha colpito maggiormente, forse perchè mi riporta alla tenerezza, forse perché possiede la potenza espressiva dell’ossimoro: ostinata, eroica, nobilmente vana affermazione di vita, e del dare la vita, nell’attimo estremo dell’annientamento.
E’ un’immagine di tenerezza, benché particolarissima. Sublime, con quel tanto di terribile che il sublime ha in sé. Tenerezza inchiodata nel legno della croce dalla ferocia tutta umana e cosciente (niente natura matrigna, niente pestilenze frutto dell’ignoranza e dell’incuria), benché oscura nelle sue cause e nei suoi disegni.
Ho letto da qualche parte che, fra i fanciulli, i futuri bulli si possono individuare mediante test in grado di misurare la capacità personale di indovinare i lati nascosti (numero, forma, colori ...) di una figura solida, per esempio un cubo, sulla base delle caratteristiche osservabili sui lati visibili. I candidati al bullismo esibiscono insufficienti capacità di tipo immaginativo: non riescono proprio a visualizzare mentalmente quanti siano i lati non visti, di che forma e colore ecc. L’immaginazione carente manifesterebbe, secondo gli psicologi ideatori del test, una generale difficoltà a percepire o a interpretare correttamente realtà non identificabili immediatamente attraveso i sensi, quindi tutta la sfera emozionale, i sentimenti... Il bullo non si sa identificare nelle sofferenze altrui perché non le immagina, e non immaginandole non riesce “sentirle”: la sim-patia non ha luogo. Senza sim-patia nessuna tenerezza per il più piccolo e il più debole. Resta soltanto il desiderio di sopraffazione. Spinta alle sue estreme conseguenze la sopraffazione diventa profanazione: offesa arrecata all’intimità sacra dell’altro, laddove tutto di lui si fa “persona”.
Penso alle donne, costrette a denudarsi e poi ad assistere allo spettacolo di migliaia di corpi gettati ad ardere nel fuoco.E questo per poterle osservare, “ per vedere il loro orrore abissale” prima di “finirle con un colpo di pistola e spingerle nella fossa”. Nude, inermi, bestiole da offrire in pasto all’orco, quello che ha bisogno di succhiare le emozioni dallo sguardo altrui per poterne sentire il sapore, non essendo più in grado di provarne. Bullo al milionesimo grado e non più uomo.
La donna di Auschwitz, precisa l’ebreo Adam che è stato “là”, non si cura di coprire il petto. A che scopo? Ogni pudore è già stato violato.. Non è rimasto più nulla da difendere. Il nemico ha preso la città e il tempio, ha distrutto gli altari e violato la vestale.
E tuttavia la donna di Auschwitz non cede, fedele alla sua essenza fino all’ultimo. La sua ostinata tenerezza batte la mortifera distanza del selezionatore che la destina al rogo opponendo ad essa la fluida circolarità del seno che offre e prende vita.
E poi, che la violenza del persecutore e l’ingiustizia prendano pure il sopravvento. E’ già successo. Succederà ancora.
“Che moga figlio e mate
d'una morte afferrate,
trovarse abbraccecate
mat'e figlio impiccato!»

venerdì 9 ottobre 2009

Anima celtica: reading di poesia e musica



*Domenica 11 OTTOBRE 2009 ore 11.45*
*A Cerchiate frazione di Pero (Mi), in piazza*
nell’ambito della rassegna “Leggere in tutti i sensi”
leggeremo poesie tratte dalla raccolta
*Il rosaio d’inverno
alternate a brani folk e blues eseguiti dagli Healers:
Dimitri De Franciscis – chitarra e basso
Clay Gatti – sax e armonica
Alberto Della Vedova – tastiere
Isabella Fusè e Valter Binaghi – canto

lunedì 5 ottobre 2009

Un cuore di carne, la tenerezza



Luce argentata sopra il frutteto. Un silenzio irreale tiene sospesa la terra nello spazio.
Dall’erba alta cresciuta sotto il fico viene un ciakciak pieno di dolcezza. Qualcosa di piccolo, alieno, antico, fissa immobile il mondo con occhi velati di mitezza, e intanto... ciakciak, mangiucchia la polpa di un frutto caduto, facendo un rumore soffice e primordiale. Dell’Essere se ne sono dette tante (è rotondo, sovrabbondante, si nasconde...): nessuno mai l’aveva ancora definito commestibile. Eppure stasera l’Essere è morbida pappa. Parola di porcospino.
Non si è spaventato di me, non si è rannicchiato a palla: forse ha sentito che non avevo alcuna intenzione di fargli del male. Ha sentito la mia tenerezza per lui (o per lei, chissà), l’ultimo degli innocenti.
Tenerezza, sentimento obliato, di cui si sa ancora qualcosa nel mondo segreto racchiuso fra le pareti domestiche. Sentimento socialmente morto. Incompreso. Mal praticato da uomini troppo occupati a guardarsi addosso, a cercare il grande. Troppo digiuni del piccolo, per il quale, fuori dall’infanzia (che purtroppo finisce sempre più in fretta) non c’è più interesse. Ma senza l’esperienza del piccolo, senza il candore che dal piccolo emana, il cuore si fa di pietra. E tutti ci troviamo nella condizione del profeta che prega: “cambiami Signore il cuore di pietra e dammi un cuore di carne”.
Un cuore di pietra è la peggiore delle maledizioni: un cuore di pietra è destinato a morire di fame e di sete. Nulla può bastargli né può apparirgli sufficientemente bello, degno di essere amato. Perchè un cuore di pietra non si lascia penetrare dalla rugiada della bellezza e non si lascia attraversare dallo splendore che l’essere emana. Leopardi ne ha denunciato tutto il raggelante potere, fondamento affettivo del nichilismo. Ma neppure lui ha potuto liberarsene al punto da riuscire ad approdare alla tenerezza, un sentimento che la glaciale Adelaide gli aveva negato.
La tenerezza risulta poco o quasi per nulla rappresentata nell’arte e nella letteratura degli ultimi due secoli. La madre di Cecilia la evoca, ma con quanto strazio! E in pittura non va meglio, anzi: le madonne con bambino hanno un che di luttuoso e morboso che lascia disorientati. Come se l’arte contemporanea avesse scelto di oscillare tra il soggettivismo impressionistico, il vertiginoso dinamismo futuristico, l’implacabile sguardo della dissezione cubistica: troppo chiuso in se stesso il primo e troppo veloce il secondo, troppo freddo e cerebrale il terzo per potere percepire e soprattutto amare il piccolo davanti a sé. L’arte contemporanea, dal punto di vista della tenerezza, sembra uscire dalle mani di Erode. Con alcune importanti eccezioni: molta arte naive di provenienza slava e francese, molta arte etnica, fra i pittori Chagall e Rousseau il doganiere ad esempio.
Non manca la tenerezza nei versi dei nostri poeti, ma raramente in quelli che vengono ricordati e più spesso citati. Come si trattasse di un sentimento minore: l’ultimo dei fratelli, quello che veste la roba usata lasciata indietro dagli altri e nelle foto di gruppo sta in fondo Mai abbastanza elegante da comparire nelle occasioni speciali.
Le stesse scrittrici spesso cercano di evitare la tenerezza: troppo connessa all’essere madre, all’intimità del contatto e all’umiltà della carne. La tenerezza, la cui radice ten rimanda al tendere e al tenere (e ricorda il tendersi nell’abbraccio, come il tenere, il custodire presso di sé ciò che viene ritenuto degno di essere conservato, il tenerci, la cura), è infatti gemella dell’umiltà, virtù che non a caso tutte le culture religiose del passato hanno riconosciuto come centrale e forse l’unica in grado di fondare un’etica dell’amore.
Concludo questa prima riflessione sulla tenerezza con una poesia di Eugenio Montale, compito finché si vuole ma non immune alla pudica seduzione del piccolo:

A pianterreno
Scoprimmo che al porcopsino
piaceva la pasta al ragù.
Veniva a notte alta, lasciavamo
il piatto a terra in cucina.
Teneva i figli infruscati
vicino al muro del garage.
Erano molto piccoli, gomitoli.
Che fossero poi tanti
il guardia, sempre alticcio, non n’era sicuro.
Più tardi il riccio fu visto
nell’orto dei carabinieri.
Non c’eravamo accorti
di un buco tra i rampicanti.

(Satura II, Tutte le poesie, I Meridiani, Mondadori)