domenica 11 ottobre 2009

La mamma di Auschwitz e la tenerezza



“...Una donna, con il petto scoperto, allatta il figlio. Finisce nel fuoco con il bimbo al seno. Una sorsata di latte materno fino all’eternità.”
E’ solo una delle immagini tremende dell’incipit grandioso e sconvolgente de Il farmacista di Auschwitz di Dieter Schlesak. E’ l’immagine che mi ha colpito maggiormente, forse perchè mi riporta alla tenerezza, forse perché possiede la potenza espressiva dell’ossimoro: ostinata, eroica, nobilmente vana affermazione di vita, e del dare la vita, nell’attimo estremo dell’annientamento.
E’ un’immagine di tenerezza, benché particolarissima. Sublime, con quel tanto di terribile che il sublime ha in sé. Tenerezza inchiodata nel legno della croce dalla ferocia tutta umana e cosciente (niente natura matrigna, niente pestilenze frutto dell’ignoranza e dell’incuria), benché oscura nelle sue cause e nei suoi disegni.
Ho letto da qualche parte che, fra i fanciulli, i futuri bulli si possono individuare mediante test in grado di misurare la capacità personale di indovinare i lati nascosti (numero, forma, colori ...) di una figura solida, per esempio un cubo, sulla base delle caratteristiche osservabili sui lati visibili. I candidati al bullismo esibiscono insufficienti capacità di tipo immaginativo: non riescono proprio a visualizzare mentalmente quanti siano i lati non visti, di che forma e colore ecc. L’immaginazione carente manifesterebbe, secondo gli psicologi ideatori del test, una generale difficoltà a percepire o a interpretare correttamente realtà non identificabili immediatamente attraveso i sensi, quindi tutta la sfera emozionale, i sentimenti... Il bullo non si sa identificare nelle sofferenze altrui perché non le immagina, e non immaginandole non riesce “sentirle”: la sim-patia non ha luogo. Senza sim-patia nessuna tenerezza per il più piccolo e il più debole. Resta soltanto il desiderio di sopraffazione. Spinta alle sue estreme conseguenze la sopraffazione diventa profanazione: offesa arrecata all’intimità sacra dell’altro, laddove tutto di lui si fa “persona”.
Penso alle donne, costrette a denudarsi e poi ad assistere allo spettacolo di migliaia di corpi gettati ad ardere nel fuoco.E questo per poterle osservare, “ per vedere il loro orrore abissale” prima di “finirle con un colpo di pistola e spingerle nella fossa”. Nude, inermi, bestiole da offrire in pasto all’orco, quello che ha bisogno di succhiare le emozioni dallo sguardo altrui per poterne sentire il sapore, non essendo più in grado di provarne. Bullo al milionesimo grado e non più uomo.
La donna di Auschwitz, precisa l’ebreo Adam che è stato “là”, non si cura di coprire il petto. A che scopo? Ogni pudore è già stato violato.. Non è rimasto più nulla da difendere. Il nemico ha preso la città e il tempio, ha distrutto gli altari e violato la vestale.
E tuttavia la donna di Auschwitz non cede, fedele alla sua essenza fino all’ultimo. La sua ostinata tenerezza batte la mortifera distanza del selezionatore che la destina al rogo opponendo ad essa la fluida circolarità del seno che offre e prende vita.
E poi, che la violenza del persecutore e l’ingiustizia prendano pure il sopravvento. E’ già successo. Succederà ancora.
“Che moga figlio e mate
d'una morte afferrate,
trovarse abbraccecate
mat'e figlio impiccato!»

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