lunedì 5 ottobre 2009

Un cuore di carne, la tenerezza



Luce argentata sopra il frutteto. Un silenzio irreale tiene sospesa la terra nello spazio.
Dall’erba alta cresciuta sotto il fico viene un ciakciak pieno di dolcezza. Qualcosa di piccolo, alieno, antico, fissa immobile il mondo con occhi velati di mitezza, e intanto... ciakciak, mangiucchia la polpa di un frutto caduto, facendo un rumore soffice e primordiale. Dell’Essere se ne sono dette tante (è rotondo, sovrabbondante, si nasconde...): nessuno mai l’aveva ancora definito commestibile. Eppure stasera l’Essere è morbida pappa. Parola di porcospino.
Non si è spaventato di me, non si è rannicchiato a palla: forse ha sentito che non avevo alcuna intenzione di fargli del male. Ha sentito la mia tenerezza per lui (o per lei, chissà), l’ultimo degli innocenti.
Tenerezza, sentimento obliato, di cui si sa ancora qualcosa nel mondo segreto racchiuso fra le pareti domestiche. Sentimento socialmente morto. Incompreso. Mal praticato da uomini troppo occupati a guardarsi addosso, a cercare il grande. Troppo digiuni del piccolo, per il quale, fuori dall’infanzia (che purtroppo finisce sempre più in fretta) non c’è più interesse. Ma senza l’esperienza del piccolo, senza il candore che dal piccolo emana, il cuore si fa di pietra. E tutti ci troviamo nella condizione del profeta che prega: “cambiami Signore il cuore di pietra e dammi un cuore di carne”.
Un cuore di pietra è la peggiore delle maledizioni: un cuore di pietra è destinato a morire di fame e di sete. Nulla può bastargli né può apparirgli sufficientemente bello, degno di essere amato. Perchè un cuore di pietra non si lascia penetrare dalla rugiada della bellezza e non si lascia attraversare dallo splendore che l’essere emana. Leopardi ne ha denunciato tutto il raggelante potere, fondamento affettivo del nichilismo. Ma neppure lui ha potuto liberarsene al punto da riuscire ad approdare alla tenerezza, un sentimento che la glaciale Adelaide gli aveva negato.
La tenerezza risulta poco o quasi per nulla rappresentata nell’arte e nella letteratura degli ultimi due secoli. La madre di Cecilia la evoca, ma con quanto strazio! E in pittura non va meglio, anzi: le madonne con bambino hanno un che di luttuoso e morboso che lascia disorientati. Come se l’arte contemporanea avesse scelto di oscillare tra il soggettivismo impressionistico, il vertiginoso dinamismo futuristico, l’implacabile sguardo della dissezione cubistica: troppo chiuso in se stesso il primo e troppo veloce il secondo, troppo freddo e cerebrale il terzo per potere percepire e soprattutto amare il piccolo davanti a sé. L’arte contemporanea, dal punto di vista della tenerezza, sembra uscire dalle mani di Erode. Con alcune importanti eccezioni: molta arte naive di provenienza slava e francese, molta arte etnica, fra i pittori Chagall e Rousseau il doganiere ad esempio.
Non manca la tenerezza nei versi dei nostri poeti, ma raramente in quelli che vengono ricordati e più spesso citati. Come si trattasse di un sentimento minore: l’ultimo dei fratelli, quello che veste la roba usata lasciata indietro dagli altri e nelle foto di gruppo sta in fondo Mai abbastanza elegante da comparire nelle occasioni speciali.
Le stesse scrittrici spesso cercano di evitare la tenerezza: troppo connessa all’essere madre, all’intimità del contatto e all’umiltà della carne. La tenerezza, la cui radice ten rimanda al tendere e al tenere (e ricorda il tendersi nell’abbraccio, come il tenere, il custodire presso di sé ciò che viene ritenuto degno di essere conservato, il tenerci, la cura), è infatti gemella dell’umiltà, virtù che non a caso tutte le culture religiose del passato hanno riconosciuto come centrale e forse l’unica in grado di fondare un’etica dell’amore.
Concludo questa prima riflessione sulla tenerezza con una poesia di Eugenio Montale, compito finché si vuole ma non immune alla pudica seduzione del piccolo:

A pianterreno
Scoprimmo che al porcopsino
piaceva la pasta al ragù.
Veniva a notte alta, lasciavamo
il piatto a terra in cucina.
Teneva i figli infruscati
vicino al muro del garage.
Erano molto piccoli, gomitoli.
Che fossero poi tanti
il guardia, sempre alticcio, non n’era sicuro.
Più tardi il riccio fu visto
nell’orto dei carabinieri.
Non c’eravamo accorti
di un buco tra i rampicanti.

(Satura II, Tutte le poesie, I Meridiani, Mondadori)

7 commenti:

  1. ... e a volte anche la tenerezza non si manifesta apparentemente come tale. La tenerezza a volte è in uno schiaffo, come in un abbraccio e un bacio; nella spintone che mamma passero impone al suo piccolo quando è il momento di lasciare il nido.

    In vita di Milarepa:
    Ecco che allora Marpa (il maestro) respinge le richieste di Milarepa, ogni volta lo rimanda ad una prova successiva, ogni volta gli rifiuta il suo affetto ed il suo insegnamento perché ogni volta è la pretesa di avere che parla per bocca di Milarepa: «… tu me lo avevi promesso…» dice con arroganza. Sino a che non si manifesta il cuore di chi, sapendo di non avere alcun diritto, pur tuttavia chiede: ecco il vero discepolo. Marpa è inflessibile, al limite del sadismo. Ma poi, dopo che in Mila l’umiltà ha ceduto all’arroganza, spiega: «… non ti potevo aiutare di più…».

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  2. purché ci si fermi sempre un passo prima del limite oltre il quale comincia il sadismo e non si perda di vista lo scopo: aiutare l'altro ad essere migliore secondo la sua natura. Preciso questo perché di schiaffi che pretendevano di essere educativi e invece esprimevano solo desiderio di squalifica ne ho visti dare tanti. A volte ne ho presi e, ahimé, a volte ne ho dati. E non finirò mai di pentirmene.

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  3. la tenerezza è un sentimento al confine con l'amore, un tentennamento, un lieve tremore, un sorriso dolce, vi sono più inclini le donne, perchè le donne principalmente fanno dell'amore il nucleo centrale della propria esistenza, eppure un uomo che non sa provare tenerezza probabilmente non sa nemmeno amare.

    L. Semantica

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  4. Credo che la differenza tra l'uomo e la donna non stia tanto nella presenza o nell'assenza della tenerezza, e neppure nel grado di importanza che essa riveste, ma piuttosto nella sua visibilità. Mi sembra che nell'uomo giaccia negli strati più interni e meno consapevoli dell'essere, anche per motivi culurali, ma non solo. E che l'uomo abbia bisogno di un "aiutino" per scoprirla e attingervi. O no?

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  5. Anche la visibilità c'entra, nel senso che gli uomini non manifestano con semplicità la tenerezza tutte le volte che la provano, spesso la provano e la nascondono, un po' come fanno con le lacrime. Perchè di sè intendono sempre dare un'idea di forza, impermeabilità alle emozioni, durezza. Più facilmente la esternano con coloro che amano. In questo senso ho collegato amore e tenerezza. Per la ragione che essi spesso riservano questi gesti a coloro che amano. E solo attraverso questi gesti piccoli, discreti gesti si precepisce un amore che essi non sanno altrimenti manifestare nè a parole, nè con appariscenti gesti passionali. Gesti che perciò sono tanto più preziosi quanto rari. Ma forse questo è solo un mio pensiero...
    L. Semantica

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  6. e tenero e...fa un frrutteto bnello

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  7. 6 commenti:
    aiace ha detto...
    ... e a volte anche la tenerezza non si manifesta apparentemente come tale. La tenerezza a volte è in uno schiaffo, come in un abbraccio e un bacio; nella spintone che mamma passero impone al suo piccolo quando è il momento di lasciare il nido.

    In vita di Milarepa:
    Ecco che allora Marpa (il maestro) respinge le richieste di Milarepa, ogni volta lo rimanda ad una prova successiva, ogni volta gli rifiuta il suo affetto ed il suo insegnamento perché ogni volta è la pretesa di avere che parla per bocca di Milarepa: «… tu me lo avevi promesso…» dice con arroganza. Sino a che non si manifesta il cuore di chi, sapendo di non avere alcun diritto, pur tuttavia chiede: ecco il vero discepolo. Marpa è inflessibile, al limite del sadismo. Ma poi, dopo che in Mila l’umiltà ha ceduto all’arroganza, spiega: «… non ti potevo aiutare di più…».

    06 ottobre 2009 22:58
    niamh ha detto...
    purché ci si fermi sempre un passo prima del limite oltre il quale comincia il sadismo e non si perda di vista lo scopo: aiutare l'altro ad essere migliore secondo la sua natura. Preciso questo perché di schiaffi che pretendevano di essere educativi e invece esprimevano solo desiderio di squalifica ne ho visti dare tanti. A volte ne ho presi e, ahimé, a volte ne ho dati. E non finirò mai di pentirmene.

    07 ottobre 2009 15:42
    Anonimo ha detto...
    la tenerezza è un sentimento al confine con l'amore, un tentennamento, un lieve tremore, un sorriso dolce, vi sono più inclini le donne, perchè le donne principalmente fanno dell'amore il nucleo centrale della propria esistenza, eppure un uomo che non sa provare tenerezza probabilmente non sa nemmeno amare.

    L. Semantica

    07 ottobre 2009 21:54
    niamh ha detto...
    Credo che la differenza tra l'uomo e la donna non stia tanto nella presenza o nell'assenza della tenerezza, e neppure nel grado di importanza che essa riveste, ma piuttosto nella sua visibilità. Mi sembra che nell'uomo giaccia negli strati più interni e meno consapevoli dell'essere, anche per motivi culurali, ma non solo. E che l'uomo abbia bisogno di un "aiutino" per scoprirla e attingervi. O no?

    08 ottobre 2009 19:30
    Anonimo ha detto...
    Anche la visibilità c'entra, nel senso che gli uomini non manifestano con semplicità la tenerezza tutte le volte che la provano, spesso la provano e la nascondono, un po' come fanno con le lacrime. Perchè di sè intendono sempre dare un'idea di forza, impermeabilità alle emozioni, durezza. Più facilmente la esternano con coloro che amano. In questo senso ho collegato amore e tenerezza. Per la ragione che essi spesso riservano questi gesti a coloro che amano. E solo attraverso questi gesti piccoli, discreti gesti si precepisce un amore che essi non sanno altrimenti manifestare nè a parole, nè con appariscenti gesti passionali. Gesti che perciò sono tanto più preziosi quanto rari. Ma forse questo è
    Anonimo ha detto...
    e tenero e...fa un frrutteto bnello

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