lunedì 23 novembre 2009

Incipit di fiabe famose: Hänsel e Gretel


Ai margini del bosco abitava un povero taglialegna con la moglie e i bambini: un maschietto e una femminuccia, rispettivamente di nome Hänsel e Gretel. Capitò che un’annata più dura del solito li privò tutti del poco pane di cui si nutrivano, gettandoli nella disperazione e nel bisogno. Il povero taglialegna non sapeva che fare, finché, nel corso di un’angosciosa notte insonne, la moglie gli propose, come unica possibile soluzione, di condurre l’indomani i due figlioli nel bosco abbandonandoli alla loro sorte. Inizialmente il taglialegna inorridì al pensiero di lasciare i propri figli in balia delle bestie feroci del bosco, ma la matrigna tanto disse e tanto fece che infine acconsentì.


La storia di Hänsel e Gretel si cala nel regno dell’assenza della madre. Della sua morte non si parla, è già avvenuta. Il padre ne è stato intaccato nel profondo tant’è vero che di professione fa il taglialegna (figura sinistra in epoche passate): per vivere uccide, come un macellaio. Più infido però: l’assenza del sangue e la solitudine silenziosa del bosco coprono i suoi misfatti, consentendogli anche di non prenderne coscienza, di aggrapparsi a una comoda e infingarda sensazione di innocenza.
Il taglialegna uccide alberi, vittime inermi e senza colpa che non si possono ribellare. E tuttavia l’ombra della distruzione incombe su di lui e sulla sua famiglia, che in fondo vive della morte del bosco: sopravvive nutrendosi dei figli della terra e collocandosi più direttamente di altri nella catena "alimentare" che lega tutte le crature fra loro. La legge della necessità è il pilastro e il motore della vicenda.
Il male è prima di tutto la miseria, la fame più nera. Le vittime principali sono Hänsel e Gretel, considerati dai genitori (padre naturale e madre evidentemente acquisita, peché viene chiamata matrigna) alla stregua di rami secchi: portano via nutrimento alla pianta (alla coppia infernale), perciò vanno tagliati. Una sorta di darwinismo sociale che scandalizza solo quando viene messo in atto all’interno del clan familiare, non quando colpisce lo straniero, l’ “altro”. E la matrigna, che non ha legami di sangue con i due fratllini, è un po’ “altro”. Lei può arrivare a praticarlo senza mandare in corto circuito la nostra coscienza morale e sociale.
La responsabilità insomma viene fatta cadere sulla matrigna: la non madre. Troppo duro sarebbe per i poveri fanciulli ammettere la compartecipazione del padre nel crimine di abbandono. Il taglialegna ha la pelle del cuore un po’ spessa, ecco tutto: una pelle simile alla ruvida scorza degli alberi che ogni giorno uccide. Forse è un po’ sciocco. Non sente e di conseguenza non sa: per i figli prova quella vaga e inefficace compassione che lo lascia inetto e apparentemente incolpevole. La sua insipienza lo salva dalla gravità colpa.
In casi come questi, si sa, la colpa si deve addossare tutta alla cattiva madre, alla cattiva moglie, alla donna che seduce. Non è così diverso oggi, nella civiltà delle “pari opportunità”: per l’opinione pubblica, tra Olindo e Rosa, non è Rosa la peggiore?...e tra Erica e Omar? (e, ab ovo, tra Adamo ed Eva?).
Il taglialegna e la moglie non hanno per fortuna il sadismo, la furia devastatrice di certe coppie infernali. Abbandonare nel bosco conserva in sé qualcosa di positivo: abbandonare non è ancora uccidere. Comporta una briciola di fiducia nella provvidenza, nella natura-madre: il bosco ha soccorso tante volte i nostri antenati nelle ore tremende della fame: noci, bacche, funghi...chissà che non soccorra anche i bambini.
Forse questa matrigna teme lei stessa la malvagità che la fame ha scatenato il lei, malvagità che in fondo è cieco istinto di sopravvivenza animale. Allontanarli da sé è forse il modo di mettere i bambini al riparo, di affidarli a una madre naturale, istintivamente buona perché immune dalla fame, fruttifera e fonte di puro nutrimento: alla Grande Madre della rigogliosa foresta.
E poi c’è la notte. La terribile notte insonne di chi ha lo stomaco vuoto. Ecco che la fame si fa sentire rabbiosa. Diventa, come l’ira, cattiva consigliera. Neanche la matrigna di giorno, alla luce del sole, saprebbe elaborare un progetto tanto malvagio. Ma, fra le tenebre, quando l’ombra si sveglia più lunga, più nera che mai, si possono dire e fare tante cose di cui mai si pensava di potersi macchiare.

mercoledì 18 novembre 2009

I tre capelli d'oro del diavolo e l'acqua



L’eroe de I tre capelli d’oro del diavolo, il “ figlio della fortuna”, “nato con la camicia”, ha davanti a sé grandi prove da superare e molti enigmi da risolvere, prima di giungere al trono. Uno riguarda una misteriosa fontana, da cui sgorga acqua e vino. Un’esplosione di pura vitalità, rigoglio, tripudio a cui l’intera città attinge benessere, felicità e abbondanza.
La fontana, com’è noto, smette di zampillare, la popolazione si dispera: il figlio della fortuna è chiamato a risolvere il problema...
Sentiamo la fiaba:
“La strada lo condusse a una gran città; sulla porta la sentinella le chiese quale fosse il suo mestiere e che cosa sapesse.
- So tutto - rispose il figlio della fortuna
- Dicci allora per favore - replicò la sentinella - perché si è prosciugata la fontana della piazza...”

Il figlio della fortuna deve dare una risposta, non può fallire. E’ nato con la camicia, non è un uomo comune. E infatti è il diavolo in persona a fornirle la soluzione:
“... nella fontana, sotto una pietra, c’è un rospo; se l’uccidono, riprenderà a scorrere...”.

Il rospo è un animale ambiguo (terra-acqua-aria), viscido, legato ai segreti corridoi del fango. E’ parente delle divinità sotterranee, notoriamente risentite e invidiose. Il rospo ha infatti sulla pelle tutti i colori dell’invidia, del risentimento che brama il rovesciamento del potere regale: il giallo e il verde (si dice giallo o verde di invidia, di rabbia...). Pensiamo alla fontana della vergine di Bergman: il rospo sta dalla parte della donna bruna, violata e risentita, gonfia di invidia per la bella vergine bionda come il sole. Nel rospo si solidifica tutto l’astio e il desiderio di morte di chi desidera possere la bellezza e la purezza concesse ad altri. Non dimentichiamo che le pozioni infernali delle streghe spesso hanno come ingrediente sangue o saliva di rospo!
Il rospo è collegato all’avidità tipica di Ade: la metamorfosi dell’eroe delle fiabe in rospo è quasi sempre una punizione fatale scesa dall’alto a colpire dimostrazioni di avarizia (negare l’elemosina al povero, l’ospitalità al pellegrino...), durezza di cuore, egoismo.

La siccità e il rospo da un lato; l’acqua, l’abbondanza e la fecondità dall’altro.
Il potere buono è, da prima del neolitico, quello che garantisce innanzitutto l’acqua. La regalità è lo splendore del rabdomante, prima certezza del nutrimento e della equa distribuzione delle risorse, la cui natura non può che esserematerna, fluida, acquatica. Il rabdomante è padre e madre dell’ordine sociale fondato non sulla tracotanza di una oligarchia, ma sulla sapiente risposta ai bisogni in cui si gioca il destino dell’intera comunità. In un contesto quindi di “trascendenza”, in qualsiasi senso la si voglia intendere. Magari semplicemente come capacità di andare oltre i confini del proprio ego, degli “affari” biecamente individuali o familiari (oggi diremmo clientelari, mafiosi).
Questa trascendenza è la base della civiltà. L’orientamento storico dell’umanità. Sarà per questo che “il figlio della fortuna” delle fiabe, mentre cerca l’autoaffermazione personale, genera benessere, semina salvezza sul suo cammino, rendendo la comunità partecipe dei suoi successi.
L’archetipo del figlio della fortuna è scritto nella nostra mente e certo è questa la ragione per cui la politica spesso abilmente lo sfrutta. Non caschiamoci. E riconosciamo i rospi che si sanno nascondere sotto apparenze da principe. Riconosciamo anche il rospo che abita in noi e che ha reso possibile un sistema in cui l’acqua, prima di sgorgare vergine dalla roccia, è già stata pesata, comprata, venduta.

venerdì 13 novembre 2009

Incipit di fiabe famose con note: Biancaneve



Un magico pomeriggio d’inverno, mentre la neve copriva con dolcezza il mondo, una giovane regina cuciva accanto alla finestra ammirando il paesaggio. Neri corvi zampettavano nella neve alla ricerca delle briciole che poco prima lei aveva sparso dalla finestra per gli uccelli. Distratta dalla bellezza che la circondava, la regina si punse un dito. Caddero tre gocce di sangue color rubino, spiccando nell’abbagliante chiarore della neve. “Sarebbe bello pensò la regina avere una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue, nera di capelli come i corvi”. Poco dopo la regina partorì una bambina bianca come la neve, gote color rubino e capelli neri come l’ebano. La chiamarono Biancaneve. Purtroppo, mettendola alla luce, la reginamorì.

Una nevosa giornata invernale. Bella ma fredda. La regina è sola e lavora. Lo splendore silenzioso che la circonda la distrae e la regina si punge un dito. Ne sgorga del sangue: tre gocce, per la precisione. Tre, un numero sacro. Magico. Qui non si tratta della semplice puntura di un ago. Le tre gocce di sangue fanno pensare a un sacrificio, ad un dolore accettato nella misura in cui si carica di presagio.
Così è. La vista del sangue suscita nella regina l’acuto desiderio di una bambina che, infatti, viene di lì a poco concepita. Una bambina “pensata” dalla madre, senza nessun contributo da parte del re che non c’è nel momento cruciale in cui la moglie si punge. Biancaneve nasce in un mondo tutto femminile. Il principio maschile legato alla paternità (che sostiene, contiene e protegge) risulta assente.
I colori di cui Biancaneve viene dotata, secondo il desiderio della mamma, hanno ciascuno un significato importante. Bianco è il colore dell’innocenza inerme, dell’infinita duttilità; rosso il colore della regalità, della passione e dell’elezione meritata; nero il colore del lutto, della mortificazione, dell’abbandono. Biancaneve ha in sé tutti questi elementi.
E’ una fanciulla davvero speciale, ma è evidente che il suo destino, sarà costellato di dolore. Ce lo dice quel “rosso come il sangue”, quel “nero come le penne del corvo” che contrastano con la luce innocente del bianco.
Infatti la mamma muore, probabilmente di parto. Non sorprende. Le tre gocce di sangue lo lasciavano presagire. Un sacrificio accettato e consumato sino alla fine. Per mettere al modo la predestinata: Biancaneve. Colei che elaborerà il sacrificio e il lutto, attraversandoli e splendendo infine in tutta la sua immacolata bellezza.

Dopo un anno il re si risposò, scegliendo come moglie una donna bella ma fredda e superba, alla quale non bastava essere bella. Lei voleva essere la più bella, la più bella del regno. Uno specchio magico in suo possesso la rassicurava ogni giorno, rispondendo alla consueta domanda “Nel regno chi è la più bella?” con la solita formula “Nel regno maestà tu sei quella”.

Colpisce che il re, risposandosi, non prenda minimamente in considerazioni le virtù interiori della nuova sposa. Freddezza, superbia, vanità sono gravi difetti. Eppure al re non devono sembrare tali. La bellezza della nuova moglie, l’immagine sociale di successo e di sterile perfezione che proietta intorno a sé (gli uomini importanti sposano donne belle, no?) lo appaga completamente. Anche lui è un uomo freddo e vacuo. Non c’era quando Biancaneve è stata concepita. Neppure quando la sua prima moglie stava davanti alla finestra sola, con l’unica compagnia dei pensieri. L’ha dimenticata in fretta e non si è curato di dare alla figliola una vera madre. Il dramma di Biancaneve si consuma in un mondo in cui il principio maschile è assente. Suo padre è davvero l’ “assente inaccettabile” di cui parla Risè. Lui solo potrebbe salvare Biancaneve, proteggendola, e magari guarire la cattiva regina dal suo narcisismo, ricordandole ad esempio che nessuna creatura può sottrarsi allo scorrere del tempo. Meglio ancora potrebbe sposare una donna dal cuore più dolce, capace di dare a Biancaneve tutta la tenerezza di cui ha bisogno. Ma il re probabilmente non sa cosa sia la tenerezza. E Biancaneve è sola davanti alla regina.
La nuova regina ha uno specchio. Forse è una di quelle persone (uomini o donne) per le quali tutto il mondo è uno specchio. Ogni cosa esiste unicamente per confermare la loro bellezza, il loro valore, la loro misura. E ovunque posino lo sguardo domandano “sono bella?”, o meglio “sono la più bella?”. Bella non basta a questi cuori affamati. Non mette al riparo dal confronto, dalla possibilità di una sconfitta. Troppa paura dietro questa arroganza.


Ma col passar del tempo le cose mutarono. Biancaneve aveva raggiunto i sette anni e si era fatta talmente graziosa che un giorno lo specchio fatato dovette dare alla regina una risposta diversa: “Regina ancora bella sei tu ma Biancaneve lo è molto di più”.
La regina divenne verde e gialla d’invidia. Prese in odio Biancaneve al punto da non avere più pace. Chiamò perciò un cacciatore al quale chiese di prendere con sé la bambina, portarla nel bosco e ucciderla. A dimostrazione della sua fedeltà l’uomo avrebbe dovuto portarle i polmoni e il fegato di Biancaneve.

La bellezza della bambina ha superato quella della matrigna. Lo specchio lo rivela alla regina, spietato e senza tentennamenti. E’ uno specchio crudele come sa esserlo a volte la verità.
Due figure femminili si confrontano. L’una di fronte all’altra.
Da un lato c’è una fanciulla bianca, rossa, nera: colori contrastanti di un’iniziazione sofferta, una sorta di configurazione astrale in cui luna, sole e saturno si congiungono. Dall’altro il verde e il giallo, colori che nel Medioevo venivano utilizzati accostati per indicare i sovvertitori dell’ordine, rei e devianti. Non si tratta dell’hildegardiano “verde”, meraviglioso principio di vitalità. E’ il verde del bilioso presso il quale la vita s’ingorga e ristagna. E il giallo non è quello oro, scintillante e solare, ma un giallo sporco, asfittico, opaco.
Il confronto, che finora la regina aveva voluto sicura della propria superiorità, ora si volge contro di lei. Il confronto è diventato affronto. La regina non lo può sopportare. Accettarlo significherebbe rompere il guscio del narcisimo. Riattingere alle fonti della propria sensibilità. Soffrire, scoprendo la propria vulnerabilità. Ammettere, magari, di non essere mai stata veramente amata. Proprio lei, che pensava di avere avuto gli amanti migliori, i più devoti…
Una possibilità che la regina non vuole prendere neanche in considerazione. Ne scaturirebbe un dolore tropo grande. Il narcisismo l’acceca.
Biancaneve deve morire. Nel modo più cruento, come una bestia. La vocazione sacrificale di Biancaneve viene confermata dall’immagine degli organi interni che la regina domanda come prova, figura sinistra di aruspice che scrutando le viscere dell’animale sacrificato, cerca la conferma dell’ evitato pericolo. Non sia mai che qualcuno la superi in splendore.
La regina non capisce che non si può confrontare, misurare lo splendore, la bellezza delle creature. Perché lo splendore è qualcosa che compete all’essere non all’avere. Difendendo ciecamente la superiorità della propria bellezza come una “cosa” la regina comunque si destina alla sofferenza. Il confronto è sempre squalificante quando pretende di valutare le persone nella loro interezza. Chiunque vinca.


Il cacciatore però non ebbe il coraggio di uccidere Biancaneve. La condusse, è vero, nel bosco. Ma, di fronte al pianto spaventato della piccola che lo vide estrarre un coltellaccio, disse: “Va piccola, corri. Ucciderò un cinghialetto e porterò alla regina i suoi polmoni e il suo fegato. Lei non si accorgerà dell’inganno”.
Dentro di sé l’uomo pensava con tristezza che la fanciulla, poveretta, presto sarebbe finita in pasto a qualche belva feroce del bosco. Era sollevato però di non essere lui il suo assassino.

Il cacciatore abitualmente uccide per vivere, per questo la regina pensa di poter contare su di lui. Ma diverso è uccidere per vivere dal farlo per pura malvagità. Il cuore del cacciatore non ha del tutto smarrito il senso della tenerezza. Ha dentro qualcosa di morbido che Biancaneve riesce a toccare.
L’uomo pensa che il suo gesto probabilmente non varrà a salvare Biancaneve. Il bosco è pieno di pericoli. Tuttavia si assume il rischio di disobbedire alla regina, contando sulle proprie conoscenze. Ucciderà il cucciolo di un animale poderoso: cuore e fegato avranno le dimensioni giuste. La tecnica, il mestiere possono talvolta fornire uno scudo sufficiente alle arti magiche della distruzione. Ogni lavoro ha una sua bontà (un mettere ordine nel caos) che può salvare l’anima.
Il cacciatore è un buonuomo, certo non un eroe: non combatte a viso aperto il male, però neanche l’avvalla. E’ il soldato che non getta la bomba sul villaggio innocente. Il primo timido passo sul sentiero della salvezza.
La vita di Biancaneve(futura regina) viene scambiata con quella di un piccolo cinghiale. Ancora un sacrificio. Un innocente che paga. E’ il marchio della storia, impresso con il fuoco da tempi immemorabili.

martedì 10 novembre 2009

incipit di fiabe famose con note: Rosaspina



Rosaspina e la tredicesima fata

C’era una volta un re e una regina che desideravano tanto un bambino. Ma il bambino non veniva mai. Un giorno però, mentre la regina faceva il bagno, saltò fuori dall’acqua una rana che le disse: “prima che si compia l’anno darai alla luce una figlia”.
La figlia nacque ed era “tanto bella che il re non capiva in sé dalla gioia e ordinò una gran festa”. La bambina fu chiamata Rosaspina.

Rosaspina, un nome in cui bellezza e regalità si mescolano stranamente a dolore, ostacolo, impenetrabilità. Un nome che è un destino, fissato ( con un po’ di sadismo mi sembra) dai genitori, più consapevolmente dal padre. La madre rimane infatti sullo sfondo, una figura scialba che si limita a desiderare un bambino, ma è talmente poco consapevole della sua corporeità e del legame che la unisce alla creaturina concepita da aver bisogno dell’intervento soprannaturale di una rana (animale freddo e anfibio, “tra i due mondi”) per prendere coscienza del proprio stato.
Ma che dire del padre, il quale provvede a celebrare una festa solo dopo aver ottenuto la certezza delle qualità estetiche della figlia. Poiché era bella, poiche era di per se stessa, oggettivamente amabile (al di là di ogni ubbio) il re decise di dedicarle una festa.
C’è da chiedersi: se non fosse stata così bella? Se Rosaspina covasse per il futuro, come ogni essere umano, un lato spiacevole, poco addomesticabile magari, istintivo, lontano dall’etichetta della sala del trono, che ne sarebbe di lei? La festa verrebbe annullata?


Il re non invitò solo i parenti e gli amici ma anche le fate perché ciascuna recasse in dono qualcosa di speciale alla bambina. Nel suo regno vivevano ben tredici fate, ma, possedendo soltanto dodici piatti d’oro per il pranzo, il re non invitò la tredicesima.
La festa fu davvero magnifica e quando stava per concludersi le fate decisero di svelare quali meravigliosi doni avevano in serbo per la piccola, benedicendola ed accrescendo in lei bellezza, bontà, intelligenza…
Prima che la dodicesima fata si pronunciasse, giunse però improvvisamente la tredicesima, terribilmente irata per l’offesa ricevuta e decisa a vendicarsi.

Il destino di eccezionalità di Rosaspina è fissato dal padre, che evidentemente desidera molto dalla figlia. La sua bellezza non è sufficiente. Deve avere di più: virtù, intelligenza, ricchezza, una dose ancora maggiore di bellezza… per questo invita le fate.
L’amore paterno si accompagna sempre all’ambizione, si sa. Anche la mobilitazione delle forze magiche attraverso l’invito può essere il gesto apotropaico di chi desidera garantire alla propria figlioletta una superiore protezione dal male. Ma qui qualcosa non quadra: il re trascura di convocare una fata, che, si sa, non sopporta le offese. E’ infatti la tredicesima e il tredici è un numero particolare, simbolo della trasformazione e del processo di individuazione e di differenziazione (va oltre il dodici, primo grande numero della totalità) ma anche della morte e del tradimento (l’ultima cena vede la presenza di tredici commensali). Tredici sono i mesi dei calendari lunari, femminili, notturni, e la morte costituisce la tredicesima carta dei tarocchi.
Il padre avrebbe insomma dovuto fare un po’ di attenzione, magari procurandosi un altro piatto da pranzo. Questo padre cova in sé qualcosa di scorpionico, punge con la coda: sarà per questo che non ha abbastanza piatti d’oro: l’ombra che lo abita sotterraneamente limita la sua magnanimità (la natura augusta del potere regale, quella che fa crescere, nutre) e il suo splendore. La fata infatti non si sente solamente umiliata. Esclusa dal banchetto, è anche affamata, e la fame, si sa, rende cattivi, ciechi, insensibili, incapaci di sentire le ragioni e il dolore degli altri.


“ A quindici anni la principessa si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta”: pronunciate queste parole di maledizione la tredicesima fata lasciò la sala per sempre. Ed ecco, tra la gente pallida di terrore, si fece avanti la dodicesima fata, la cui magia non era in grado di annullare il decreto crudele appena pronunciato, ma poteva contenerlo, addolcirlo: “Rosaspina non morirà, cadrà soltanto in un sonno tanto profondo che durerà cent’anni”.

La maledizione della tredicesima fata è diversa da quella che pronunciano generalmente le streghe. Esprime una rabbia tanto fredda da poter attendere anche 15 anni la sua soddisfazione. E’ la rabbia di certi animali mitologici, che uccidono, con lo sputo o con il semplice sguardo a distanza. La vendetta è un piatto che si serve freddo e anche la tredicesima avrà il suo pranzo. Non trasforma la bambina in un rospo, non la pietrifica all’istante.
Chissà perché…Per un eccesso di malvagità? Vuole colpire la fanciulla quando è in fiore, pronta ad affacciarsi alla vita rigogliosa e impetuosa dell’amore? Oppure non può fare diversamente? E’ possibile che l’infanzia con il suo inerme candore costituisca un guscio protettivo che la sua maledizione non può penetrare?Può essere che la fata non sia poi così malvagia e non osi infierire sui bambini. Forse, è solo una povera fata umiliata,“trascurata”, condannata a vivere in mezzo all’oscurità anche nel giorno meraviglioso del “riconoscimento”, dell’epifania della bellezza.
Ed ecco farsi strada la dodicesima fata, la fata della convivialità (la tavola meglio imbandita e più lieta è quella che prevede dodici commensali, la Tavola Rotonda dei cavalieri di re Artù ad esempio). Lei non è terrorizzata, cammina sicura tra la folla degli invitati inebetiti. Ha la regalità che al re ed alla regina (la grande assente!) manca. E’ anche intelligente. Non cerca di combattere invano contro la cattiveria della sua collega. Accetta il destino della sua protetta, ma vi introduce due elementi nuovi: la speranza ed il tempo.
Cent’anni sono lunghi, ma non sono eterni. Dando un tempo la dodicesima fata dissolve l’atmosfera tragica evocata dalla tredicesima.
Nella tragedia infatti si parla per assoluti. Il tempo è quello del sempre, del mai, del mai più. Una mortale rigidità cristallizza le esistenze e raggela qualsiasi cambiamento.
La dodicesima fata la scioglie semplicemente “dando il tempo”. E col tempo il ritmo, la musica. La vita insomma.

giovedì 5 novembre 2009

Fiabe in versi


Novembre, mese imbevuto di magia. L'aldilà ci soffia sul volto e la vita sta come sospesa.
Mi sembra il mese ideale per riflettere sull'immaginazione, sulla fantasia (immaginazione senza briglie). Sulle fiabe.
Riflettere si può fare anche in versi.

la bambina che amavi
la bambina che amavi
è rimasta indietro nel sogno

non soffre però fa la guardia al
selvatico e tesse
scialli d’ortica per i fratelli

l’arcigna li volle bestie
ma la bellezza
fu più forte di ogni incanto

furono cigni
sopra specchi d’acqua
fini vascelli dello splendore

ora la luna si ferma sul lago
fissa
le cose d’argento
dona il suo cuore ai fedeli d’amore

la bambina scende
con le sue mani gonfie
uno per uno nomina gli uccelli
ha pronti dodici mantelli
(a chi importa
se sono del filo delle ortiche?)

la ragazza che l'impuro fuggì
la ragazza
che l’impuro fuggì nella bara
e lì a lungo rimase
dimenticandosi
veniva da anni di fiaba
(per questo fu tanto savia)

conosci la storia?
inseguita da uno spirito immondo
(da uno che odiava e fiutava
l’odore del sangue
finanche nei boccioli
di biancospino)
lei si rifugia nella morte
(ma calda
di legno)
e si salva

io non avrei saputo fare tanto
domandare a una cosa
(alla materia gentile del Cristo)
la salvezza il regno dei vivi
è osare molto (non trovi?)

lo fa chi una volta da scalza
ha marciato sui fiori- sovrana

sconfinai nella stanza proibita
sconfinai nella stanza proibita
dove ogni cosa era bianca
dove la vecchia filava
fiori di lino
cantando

la sua bocca sdentata
era un antro di ninfe
io vi trovai
la liquirizia del sogno
toccai con l’indice
il mondo oltre l’ombra
ebbi cent’anni di conoscenza.

Cavalieri del roveto
uno solo avrà il sentiero
non restate
sulle spine...

vengono di notte
vengono di notte
lasciano le porte socchiuse
segnano le soglie ma non entrano

povere raccoglitrici d’insalate
ragazze maritate all’orco
tutte amate
una notte soltanto

che ne è stato domandano
che ne è stato della minore fra noi
della sorella che dà il vino e l’orco
addormenta
(sono anni che la si attende)
dove sei sorellina perché non vieni
adesso chi ci salva chi
finisce la storia chi taglia
il filo di sangue che lega
ai fatui fuochi dell’ombra
chi apre la porta insomma
della stanza numero tredici?

Povere sorelle
come siete sfortunate
la minore fra voi
ha scambiato radici di cicuta
per cicorie e ora va
nelle visioni
come un ragno nell’alba
trova il cuore di vetro dell’orco e
non lo rompe vi si specchia soltanto
trova immense sale voragini di scale e voi
non trova
chiamarvi dovrebbe ma i nomi
le fuggono ad uno ad uno dalle labbra
come uccelli impazziti
sopra un lago
ammorbato dall’aria

Vengono di notte
lasciano le porte socchiuse
si disperdono
al canto del gallo