martedì 10 novembre 2009

incipit di fiabe famose con note: Rosaspina



Rosaspina e la tredicesima fata

C’era una volta un re e una regina che desideravano tanto un bambino. Ma il bambino non veniva mai. Un giorno però, mentre la regina faceva il bagno, saltò fuori dall’acqua una rana che le disse: “prima che si compia l’anno darai alla luce una figlia”.
La figlia nacque ed era “tanto bella che il re non capiva in sé dalla gioia e ordinò una gran festa”. La bambina fu chiamata Rosaspina.

Rosaspina, un nome in cui bellezza e regalità si mescolano stranamente a dolore, ostacolo, impenetrabilità. Un nome che è un destino, fissato ( con un po’ di sadismo mi sembra) dai genitori, più consapevolmente dal padre. La madre rimane infatti sullo sfondo, una figura scialba che si limita a desiderare un bambino, ma è talmente poco consapevole della sua corporeità e del legame che la unisce alla creaturina concepita da aver bisogno dell’intervento soprannaturale di una rana (animale freddo e anfibio, “tra i due mondi”) per prendere coscienza del proprio stato.
Ma che dire del padre, il quale provvede a celebrare una festa solo dopo aver ottenuto la certezza delle qualità estetiche della figlia. Poiché era bella, poiche era di per se stessa, oggettivamente amabile (al di là di ogni ubbio) il re decise di dedicarle una festa.
C’è da chiedersi: se non fosse stata così bella? Se Rosaspina covasse per il futuro, come ogni essere umano, un lato spiacevole, poco addomesticabile magari, istintivo, lontano dall’etichetta della sala del trono, che ne sarebbe di lei? La festa verrebbe annullata?


Il re non invitò solo i parenti e gli amici ma anche le fate perché ciascuna recasse in dono qualcosa di speciale alla bambina. Nel suo regno vivevano ben tredici fate, ma, possedendo soltanto dodici piatti d’oro per il pranzo, il re non invitò la tredicesima.
La festa fu davvero magnifica e quando stava per concludersi le fate decisero di svelare quali meravigliosi doni avevano in serbo per la piccola, benedicendola ed accrescendo in lei bellezza, bontà, intelligenza…
Prima che la dodicesima fata si pronunciasse, giunse però improvvisamente la tredicesima, terribilmente irata per l’offesa ricevuta e decisa a vendicarsi.

Il destino di eccezionalità di Rosaspina è fissato dal padre, che evidentemente desidera molto dalla figlia. La sua bellezza non è sufficiente. Deve avere di più: virtù, intelligenza, ricchezza, una dose ancora maggiore di bellezza… per questo invita le fate.
L’amore paterno si accompagna sempre all’ambizione, si sa. Anche la mobilitazione delle forze magiche attraverso l’invito può essere il gesto apotropaico di chi desidera garantire alla propria figlioletta una superiore protezione dal male. Ma qui qualcosa non quadra: il re trascura di convocare una fata, che, si sa, non sopporta le offese. E’ infatti la tredicesima e il tredici è un numero particolare, simbolo della trasformazione e del processo di individuazione e di differenziazione (va oltre il dodici, primo grande numero della totalità) ma anche della morte e del tradimento (l’ultima cena vede la presenza di tredici commensali). Tredici sono i mesi dei calendari lunari, femminili, notturni, e la morte costituisce la tredicesima carta dei tarocchi.
Il padre avrebbe insomma dovuto fare un po’ di attenzione, magari procurandosi un altro piatto da pranzo. Questo padre cova in sé qualcosa di scorpionico, punge con la coda: sarà per questo che non ha abbastanza piatti d’oro: l’ombra che lo abita sotterraneamente limita la sua magnanimità (la natura augusta del potere regale, quella che fa crescere, nutre) e il suo splendore. La fata infatti non si sente solamente umiliata. Esclusa dal banchetto, è anche affamata, e la fame, si sa, rende cattivi, ciechi, insensibili, incapaci di sentire le ragioni e il dolore degli altri.


“ A quindici anni la principessa si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta”: pronunciate queste parole di maledizione la tredicesima fata lasciò la sala per sempre. Ed ecco, tra la gente pallida di terrore, si fece avanti la dodicesima fata, la cui magia non era in grado di annullare il decreto crudele appena pronunciato, ma poteva contenerlo, addolcirlo: “Rosaspina non morirà, cadrà soltanto in un sonno tanto profondo che durerà cent’anni”.

La maledizione della tredicesima fata è diversa da quella che pronunciano generalmente le streghe. Esprime una rabbia tanto fredda da poter attendere anche 15 anni la sua soddisfazione. E’ la rabbia di certi animali mitologici, che uccidono, con lo sputo o con il semplice sguardo a distanza. La vendetta è un piatto che si serve freddo e anche la tredicesima avrà il suo pranzo. Non trasforma la bambina in un rospo, non la pietrifica all’istante.
Chissà perché…Per un eccesso di malvagità? Vuole colpire la fanciulla quando è in fiore, pronta ad affacciarsi alla vita rigogliosa e impetuosa dell’amore? Oppure non può fare diversamente? E’ possibile che l’infanzia con il suo inerme candore costituisca un guscio protettivo che la sua maledizione non può penetrare?Può essere che la fata non sia poi così malvagia e non osi infierire sui bambini. Forse, è solo una povera fata umiliata,“trascurata”, condannata a vivere in mezzo all’oscurità anche nel giorno meraviglioso del “riconoscimento”, dell’epifania della bellezza.
Ed ecco farsi strada la dodicesima fata, la fata della convivialità (la tavola meglio imbandita e più lieta è quella che prevede dodici commensali, la Tavola Rotonda dei cavalieri di re Artù ad esempio). Lei non è terrorizzata, cammina sicura tra la folla degli invitati inebetiti. Ha la regalità che al re ed alla regina (la grande assente!) manca. E’ anche intelligente. Non cerca di combattere invano contro la cattiveria della sua collega. Accetta il destino della sua protetta, ma vi introduce due elementi nuovi: la speranza ed il tempo.
Cent’anni sono lunghi, ma non sono eterni. Dando un tempo la dodicesima fata dissolve l’atmosfera tragica evocata dalla tredicesima.
Nella tragedia infatti si parla per assoluti. Il tempo è quello del sempre, del mai, del mai più. Una mortale rigidità cristallizza le esistenze e raggela qualsiasi cambiamento.
La dodicesima fata la scioglie semplicemente “dando il tempo”. E col tempo il ritmo, la musica. La vita insomma.

1 commento:

  1. Adoro la fiaba di Rosaspina. Grazie per avermi dato una nuova chiave di lettura.

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