venerdì 13 novembre 2009

Incipit di fiabe famose con note: Biancaneve



Un magico pomeriggio d’inverno, mentre la neve copriva con dolcezza il mondo, una giovane regina cuciva accanto alla finestra ammirando il paesaggio. Neri corvi zampettavano nella neve alla ricerca delle briciole che poco prima lei aveva sparso dalla finestra per gli uccelli. Distratta dalla bellezza che la circondava, la regina si punse un dito. Caddero tre gocce di sangue color rubino, spiccando nell’abbagliante chiarore della neve. “Sarebbe bello pensò la regina avere una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue, nera di capelli come i corvi”. Poco dopo la regina partorì una bambina bianca come la neve, gote color rubino e capelli neri come l’ebano. La chiamarono Biancaneve. Purtroppo, mettendola alla luce, la reginamorì.

Una nevosa giornata invernale. Bella ma fredda. La regina è sola e lavora. Lo splendore silenzioso che la circonda la distrae e la regina si punge un dito. Ne sgorga del sangue: tre gocce, per la precisione. Tre, un numero sacro. Magico. Qui non si tratta della semplice puntura di un ago. Le tre gocce di sangue fanno pensare a un sacrificio, ad un dolore accettato nella misura in cui si carica di presagio.
Così è. La vista del sangue suscita nella regina l’acuto desiderio di una bambina che, infatti, viene di lì a poco concepita. Una bambina “pensata” dalla madre, senza nessun contributo da parte del re che non c’è nel momento cruciale in cui la moglie si punge. Biancaneve nasce in un mondo tutto femminile. Il principio maschile legato alla paternità (che sostiene, contiene e protegge) risulta assente.
I colori di cui Biancaneve viene dotata, secondo il desiderio della mamma, hanno ciascuno un significato importante. Bianco è il colore dell’innocenza inerme, dell’infinita duttilità; rosso il colore della regalità, della passione e dell’elezione meritata; nero il colore del lutto, della mortificazione, dell’abbandono. Biancaneve ha in sé tutti questi elementi.
E’ una fanciulla davvero speciale, ma è evidente che il suo destino, sarà costellato di dolore. Ce lo dice quel “rosso come il sangue”, quel “nero come le penne del corvo” che contrastano con la luce innocente del bianco.
Infatti la mamma muore, probabilmente di parto. Non sorprende. Le tre gocce di sangue lo lasciavano presagire. Un sacrificio accettato e consumato sino alla fine. Per mettere al modo la predestinata: Biancaneve. Colei che elaborerà il sacrificio e il lutto, attraversandoli e splendendo infine in tutta la sua immacolata bellezza.

Dopo un anno il re si risposò, scegliendo come moglie una donna bella ma fredda e superba, alla quale non bastava essere bella. Lei voleva essere la più bella, la più bella del regno. Uno specchio magico in suo possesso la rassicurava ogni giorno, rispondendo alla consueta domanda “Nel regno chi è la più bella?” con la solita formula “Nel regno maestà tu sei quella”.

Colpisce che il re, risposandosi, non prenda minimamente in considerazioni le virtù interiori della nuova sposa. Freddezza, superbia, vanità sono gravi difetti. Eppure al re non devono sembrare tali. La bellezza della nuova moglie, l’immagine sociale di successo e di sterile perfezione che proietta intorno a sé (gli uomini importanti sposano donne belle, no?) lo appaga completamente. Anche lui è un uomo freddo e vacuo. Non c’era quando Biancaneve è stata concepita. Neppure quando la sua prima moglie stava davanti alla finestra sola, con l’unica compagnia dei pensieri. L’ha dimenticata in fretta e non si è curato di dare alla figliola una vera madre. Il dramma di Biancaneve si consuma in un mondo in cui il principio maschile è assente. Suo padre è davvero l’ “assente inaccettabile” di cui parla Risè. Lui solo potrebbe salvare Biancaneve, proteggendola, e magari guarire la cattiva regina dal suo narcisismo, ricordandole ad esempio che nessuna creatura può sottrarsi allo scorrere del tempo. Meglio ancora potrebbe sposare una donna dal cuore più dolce, capace di dare a Biancaneve tutta la tenerezza di cui ha bisogno. Ma il re probabilmente non sa cosa sia la tenerezza. E Biancaneve è sola davanti alla regina.
La nuova regina ha uno specchio. Forse è una di quelle persone (uomini o donne) per le quali tutto il mondo è uno specchio. Ogni cosa esiste unicamente per confermare la loro bellezza, il loro valore, la loro misura. E ovunque posino lo sguardo domandano “sono bella?”, o meglio “sono la più bella?”. Bella non basta a questi cuori affamati. Non mette al riparo dal confronto, dalla possibilità di una sconfitta. Troppa paura dietro questa arroganza.


Ma col passar del tempo le cose mutarono. Biancaneve aveva raggiunto i sette anni e si era fatta talmente graziosa che un giorno lo specchio fatato dovette dare alla regina una risposta diversa: “Regina ancora bella sei tu ma Biancaneve lo è molto di più”.
La regina divenne verde e gialla d’invidia. Prese in odio Biancaneve al punto da non avere più pace. Chiamò perciò un cacciatore al quale chiese di prendere con sé la bambina, portarla nel bosco e ucciderla. A dimostrazione della sua fedeltà l’uomo avrebbe dovuto portarle i polmoni e il fegato di Biancaneve.

La bellezza della bambina ha superato quella della matrigna. Lo specchio lo rivela alla regina, spietato e senza tentennamenti. E’ uno specchio crudele come sa esserlo a volte la verità.
Due figure femminili si confrontano. L’una di fronte all’altra.
Da un lato c’è una fanciulla bianca, rossa, nera: colori contrastanti di un’iniziazione sofferta, una sorta di configurazione astrale in cui luna, sole e saturno si congiungono. Dall’altro il verde e il giallo, colori che nel Medioevo venivano utilizzati accostati per indicare i sovvertitori dell’ordine, rei e devianti. Non si tratta dell’hildegardiano “verde”, meraviglioso principio di vitalità. E’ il verde del bilioso presso il quale la vita s’ingorga e ristagna. E il giallo non è quello oro, scintillante e solare, ma un giallo sporco, asfittico, opaco.
Il confronto, che finora la regina aveva voluto sicura della propria superiorità, ora si volge contro di lei. Il confronto è diventato affronto. La regina non lo può sopportare. Accettarlo significherebbe rompere il guscio del narcisimo. Riattingere alle fonti della propria sensibilità. Soffrire, scoprendo la propria vulnerabilità. Ammettere, magari, di non essere mai stata veramente amata. Proprio lei, che pensava di avere avuto gli amanti migliori, i più devoti…
Una possibilità che la regina non vuole prendere neanche in considerazione. Ne scaturirebbe un dolore tropo grande. Il narcisismo l’acceca.
Biancaneve deve morire. Nel modo più cruento, come una bestia. La vocazione sacrificale di Biancaneve viene confermata dall’immagine degli organi interni che la regina domanda come prova, figura sinistra di aruspice che scrutando le viscere dell’animale sacrificato, cerca la conferma dell’ evitato pericolo. Non sia mai che qualcuno la superi in splendore.
La regina non capisce che non si può confrontare, misurare lo splendore, la bellezza delle creature. Perché lo splendore è qualcosa che compete all’essere non all’avere. Difendendo ciecamente la superiorità della propria bellezza come una “cosa” la regina comunque si destina alla sofferenza. Il confronto è sempre squalificante quando pretende di valutare le persone nella loro interezza. Chiunque vinca.


Il cacciatore però non ebbe il coraggio di uccidere Biancaneve. La condusse, è vero, nel bosco. Ma, di fronte al pianto spaventato della piccola che lo vide estrarre un coltellaccio, disse: “Va piccola, corri. Ucciderò un cinghialetto e porterò alla regina i suoi polmoni e il suo fegato. Lei non si accorgerà dell’inganno”.
Dentro di sé l’uomo pensava con tristezza che la fanciulla, poveretta, presto sarebbe finita in pasto a qualche belva feroce del bosco. Era sollevato però di non essere lui il suo assassino.

Il cacciatore abitualmente uccide per vivere, per questo la regina pensa di poter contare su di lui. Ma diverso è uccidere per vivere dal farlo per pura malvagità. Il cuore del cacciatore non ha del tutto smarrito il senso della tenerezza. Ha dentro qualcosa di morbido che Biancaneve riesce a toccare.
L’uomo pensa che il suo gesto probabilmente non varrà a salvare Biancaneve. Il bosco è pieno di pericoli. Tuttavia si assume il rischio di disobbedire alla regina, contando sulle proprie conoscenze. Ucciderà il cucciolo di un animale poderoso: cuore e fegato avranno le dimensioni giuste. La tecnica, il mestiere possono talvolta fornire uno scudo sufficiente alle arti magiche della distruzione. Ogni lavoro ha una sua bontà (un mettere ordine nel caos) che può salvare l’anima.
Il cacciatore è un buonuomo, certo non un eroe: non combatte a viso aperto il male, però neanche l’avvalla. E’ il soldato che non getta la bomba sul villaggio innocente. Il primo timido passo sul sentiero della salvezza.
La vita di Biancaneve(futura regina) viene scambiata con quella di un piccolo cinghiale. Ancora un sacrificio. Un innocente che paga. E’ il marchio della storia, impresso con il fuoco da tempi immemorabili.

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