giovedì 30 dicembre 2010

L'Anticristo, di Joseph Roth


L'Anticristo è ovunque, l'Anticristo è in noi, l'Anticristo guida la storia. Siede sul trono dei re, allunga gli artigli sulla curia papale, vuole la distruzione dell'ebreo e vive nell'ebreo se questi brama la salvezza in esclusiva per il suo popolo. L'Anticristo ha gettato le fondamenta di Hollywood, la capitale delle anime perdute che hanno venduto l'ombra al diavolo per ottenere in cambio denaro e illusioni. E ora l'ombra governa il mondo.
La storia contemporanea con le sue più importanti manifestazioni esce dalle pagine de L'Anticristo di Joseph Roth (Editori Riuniti) come una storia di Ombre, attraversata dal baco dell'Illusione che frantumando ogni atavica consapevolezza, smangiucchiando le radici della coscienza storica, lascia in piedi costruzioni irreali, cioè Ombre, come quelle del cinema, e poi Menzogne, Ideologie, proiezioni di quella che Nietzsche chiamava la "volontà di potenza" . Per Roth, intriso di sofferta spiritualità ed infiammato da furore poetico, sono le forme ingannevoli di ogni nazionalismo, che disconosce la comunione della fratellanza risolvendola nel cameratismo patriottico o peggio ancora nel legame di sangue della razza. Forme ingannevoli del comunismo che uccide Dio e innalza la Macchina riducendo l'uomo stesso a macchina: perché un servo che non sa più nemmeno di essere servo, ma si crede padrone in nome di una impostura che agisce come un malefizio, non è forse il figlio naturale del Golem?
L'Anticristo di J. Roth è un libro che scrive sulla pelle. Il linguaggio è ispirato, la filosofia è profonda. La verità si fa strada tra infuocati arabeschi di immagini scaturite da una mente febbrilmente attiva, difficile da seguire. Il discorso è infarcito di geniali neologismi che avvolgono in una rete di segrete analogie realtà apparentemente lontane (ne è un esempio la scomposizione Holly-wood, letteralmente "bosco di agrifogli", accostata per assonanza al tedesco Holle-Wut, "furia d'inferno": e "furia d'inferno" sarà in tutto il testo la città dove l'umanità delle persone che vendono l'ombra svapora nella vacuità del personaggio). Perfino il mito entra in campo, laddove lo sguardo si fa abissale e rifiuta ogni mediazione, nel punto in cui la dialettica diventa vacuo cicaleccio: il Mostro è lì davanti a noi, con i suoi occhi di bestia mite e a noi spetta riconoscerlo. Roth stesso avvisa: "Ho scritto questo libro come un monito e un ammonimento, affinché l'Anticristo venga riconosciuto, in tutte le forme in cui si mostra".
Riconoscere l'Anticristo, laddove magari si ammanta di finta umiltà, vestendo perfino i panni della vittima sacrificale, può condurre alla peggiore delle solitudini. Quella di chi si sente lottare contro tutti e non vorrebbe, ma "deve". L'Anticristo sembra infatti scritto "contro tutti" e, come nota nella bella introduzione Flavia Arzeni, è "un testo anarchico, nichilista, intriso di profondo pessimismo". Impressione confermata dalla brava traduttrice Cristina Guarnieri che nella nota introduttiva aggiunge: "Il Roth che si manifesta in queste pagine, moderno Geremia, ha un timbro troppo acceso, troppo profetico, perché possa essere ricevuto con facilità. Con la sua irruenza oratoria e la sua verve teatrale non risparmia nessuno: né l'antisemita né l'ebreo, né la dittaura nazista né quella comunista, né il cinema né i giornali".
Ma siamo nei primi anni '30, come non essere pessimisti? come non cogliere nell'atmosfera stessa che si respira i segni della distruzione e la presenza del Male? I poeti hanno inoltre delle antenne particolari, come quelle degli insetti: traducono le vibrazioni dell'aria e ne ricavano immagini di quanto sta avvenendo nelle profondità, dove si forgiano i destini. Io aggiungerei che Roth avverte molto in anticipo sui tempi il potere demoniaco e distruttivo che la tecnologia cova in sé, avvolgendo nella sua ragnatela paesi, culture e sistemi politici molto diversi e distanti, perfino opposti. Il mito della macchina s'impone al bolscevico russo come all'uomo d'affari newyorkese. La macchina ruba l'ombra dell'attore o della semplice comparsa di Hollywood e la macchina costringe il povero minatore a lavorare sottoterra come una talpa estraendo carbone e carbone per quelli che il carbone lo commerciano e sotto terra non ci vanno mai.
Certo, la sola via d'uscita (se mai ce n'è una) che le pagine di Roth potrebbero suggerire è quella impossibile da percorrere ai più della santità. La via di chi rinuncia ad esercitare qualsasi seduzione, non cerca il potere e aderisce perfettamente alla propria fragilità riconoscendosi "figlio"del Creatore, bisognoso di grazia, fratello di tutti gli altri uomini. Ma non è esattamente così.
Questo esplosivo pamphlet si può certo comprendere meglio collocandolo nel contesto di tutta l'opera di Roth. Giobbe, La leggenda del Santo bevitore, ci parlano di un'umanità che è grande nel riconoscimento della propria naturale imperfezione. L'Anticristo agisce laddove l'uomo si ritiene immune dal peccato ed elabora una specie di forsennato idealismo che lo spinge a pensare di realizzare sulla terra la Perfezione celeste. L'Anticristo abita l'uomo che crede e nel momento in cui crede di essere Angelo. Gli isterici utopismi a base religiosa, nazionalista e ideologica (come quelli che sorreggono tutte le rivoluzioni, da quella francese a quella russa a quella tecnologica) portano con sé una lunga catena di crimini, commessa sempre in nome della Giustizia e del Progresso.
Il santo di Roth, colui che combatte l'Anticristo, non è quello "impossibile" delle agiografie. Non è San Giorgio vittorioso sul drago. Ma il santo peccatore che nella fragilità viva e vera della sua carne trova il miglior antidoto contro la gelida astrazione di un idealismo che agisce nel mondo come una mina anti-uomo. Disintegrando l'irripetibile unità della forma e riducendo ogni ordine all'amorfa sostanza della materia. Come fa il denaro, come fa la guerra. Campane create per lodare e poi fuse e riplasmate per fabbricare proiettili (bellissimi i capitoli che accostano significativamente campane, o meglio "carcasse di campane", e artiglieria). Perché c'è terra da conquistare e soldi da guadagnare. E la mano che disfa plasma ridisfa è la mano dell'Anticristo.

L'Anticristo di Joseph Roth, Editori Riuniti, 2010

Leggere a questo proposito la bella recensione di Claudio Magris sul Corriere della sera del 17 dicembre 2010. Puoi trovarla qui

martedì 7 dicembre 2010

Il testamento di Raoul Follerau


Raoul Follerau è morto il 6 dicembre del 1977, al termine di un'esistenza interamente dedicata alla cura dei lebbrosi. Cura fatta anche di profonda amicizia e vicinanza spirituale. Lo scopo perseguito fino alla morte, lottando contro l' indifferenza generale , è quello di affrancare questi "sepolti vivi" da una vita che è una condanna "senza appello e senza amnistia". Nel 1954 scrive ai potenti governi degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica supplicandoli di destinare all'assistenza dei lebbrosi l'equivalente in denaro di un aereo da bombardamento: si possono curare tutti i lebbrosi del mondo, dice. Non viene ascoltato. Nel 1963 chiede per il suo sessantesimo compleanno sessanta autoambulanze per i lebbrosi: ne ottiene 105!
Ancora nel XXI secolo circa 700 persone si ammalano ogni giorno di lebbra. Di molte altre non si sa nulla perché vivono in posti così lontani e poveri da sfuggire ad ogni controllo sanitario. Ma sono numerose e ben radicate le associazioni che, sull'esempio di Follerau, lavorano per portare sollievo e aiuto a questi poveri malati, gli ultimi degli ultimi. Sono i segni di quella che Raoul ha definito "l'epidemia del bene".

IL TESTAMENTO DI RAOUL FOLLEREAU
Giovani di tutto il mondo, o la guerra o la pace sono per voi. Scrivevo, venticinque anni fa: “O gli uomini impareranno ad amarsi o, infine, l’uomo vivrà per l’uomo, o gli uomini moriranno. Tutti e tutti insieme. Il nostro mondo non ha che questa alternativa: amarsi o scomparire. Bisogna scegliere. Subito. E per sempre. Ieri, l’allarme.Domani, l’inferno. I Grandi – questi giganti che hanno cessato di essere uomini – possiedono, nelle loro turpi collezioni di morte, 20.000 bombe all’idrogeno, di cui una sola è sufficiente a trasformare un’intera Metropoli in un immenso cimitero. Ed essi continuano la loro mostruosa industria producendo tre bombe ogni 24 ore. L’Apocalisse è all’angolo della strada.
Ragazzi, Ragazze di tutto il mondo, sarete voi a dire “NO” al suicidio dell’umanità.
“Signore, vorrei tanto aiutare gli altri a vivere”. Questa fu la mia preghiera di adolescente. Credo di esserne rimasto, per tutta la mia vita, fedele… Ed eccomi al crepuscolo di una esistenza che ho condotto il meglio possibile, ma che rimane incompiuta. Il Tesoro che vi lascio, è il bene che io non ho fatto, che avrei voluto fare e che voi farete dopo di me. Possa solo questa testimonianza aiutarvi ad amare. Questa è l’ultima ambizione della mia vita, e l’oggetto di questo “testamento”.
Proclamo erede universale tutta la gioventù del mondo. Tutta la gioventù del mondo: di destra, di sinistra, di centro, estremista: che mi importa! Tutta la gioventù: quella che ha ricevuto il dono della fede, quella che si comporta come se credesse, quella che pensa di non credere. C’è un solo cielo per tutto il mondo.
Più sento avvicinarsi la fine della mia vita, più sento la necessità di ripetervi: è amando che noi salveremo l’umanità. E di ripetervi: la più grande disgrazia che vi possa capitare è quella di non essere utili a nessuno, e che la vostra vita non serva a niente.
Amarsi o scomparire. Ma non è sufficiente inneggiare a: “la pace, la pace”, perché la Pace cessi di disertare la terra. Occorre agire. A forza di amore. A colpi di amore. I pacifisti con il manganello sono dei falsi combattenti. Tentando di conquistare, disertano. Il Cristo ha ripudiato la violenza, accettando la Croce.
Allontanatevi dai mascalzoni dell’intelligenza, come dai venditori di fumo: vi condurranno su strade senza fiori e che terminano nel nulla. Diffidate di queste “tecniche divinizzate” che già San Paolo denunciava.
Sappiate distinguere ciò che serve da ciò che sottomette. Rinunciate alle parole che sono tanto più vuote quanto sonore. Non guarirete il mondo con dei punti esclamativi. Ciò che occorre è liberarlo da certi “progressi” e dalle loro malattie, dal denaro e dalla sua maledizione.
Allontanatevi da coloro per i quali tutto si risolve, si spiega e si apprezza in rapporto ai biglietti di banca.
Anche se sono intelligenti essi sono i più stupidi di tutti gli uomini. Non si fa un trampolino con una cassaforte. Bisognerà che dominiate il potere del denaro, altrimenti quasi nulla di umano è possibile, ma con il quale tutto marcisce. Esso, Corruttore, diventi Servitore. Siate ricchi della felicità degli altri.
Rimanete voi stessi. E non un altro. Non importa chi. Fuggite le facili vigliaccherie dell’anonimato.
Ogni essere umano ha un suo destino. Realizzate il vostro, con gli occhi aperti, esigenti e leali.
Niente diminuisce mai la dimensione dell’uomo. Se vi manca qualcosa nella vita è perché non avete guardato abbastanza in alto. Tutti simili? No. Ma tutti uguali e tutti insieme!
Allora sarete degli uomini. Degli uomini liberi. Ma attenzione! La libertà non è una cameriera tuttofare che si può sfruttare impunemente. Né un paravento sbalorditivo dietro il quale si gonfiano fetide ambizioni.
La libertà è il patrimonio comune di tutta l’Umanità. Chi è incapace di trasmetterla agli altri è indegno di possederla. Non trasformate il vostro cuore in un ripostiglio; diventerebbe presto una pattumiera.
Lavorate. Una delle disgrazie del nostro tempo è che si considera il lavoro come una maledizione. Mentre è redenzione. Meritate la felicità di amare il vostro dovere. E poi, credete nella bontà, nell’umile e sublime bontà. Nel cuore di ogni uomo ci sono tesori d’amore. Spetta a voi, scoprirli. La sola verità è amarsi.
Amarsi gli uni con gli altri, amarsi tutti. Non a orari fissi, ma per tutta la vita. Amare la povera gente, amare le persone infelici, amare lo sconosciuto, amare il prossimo che è ai margini della società, amare lo straniero che vive vicino a voi. Amare. Voi pacificherete gli uomini solamente arricchendo il loro cuore.
Spaventati da questa gigantesca corsa verso la morte di coloro che confiscano i nostri destini, asfissiati da un “progresso” folgorante, divoratore ma paralizzante, con il cuore frantumato da questo grido “ho fame!” che si alza incessante dai due terzi del mondo, rimane solo questo supremo e sublime rimedio: Essere veramente fratelli. Allora… domani? Domani, siete voi.

AIFO

venerdì 26 novembre 2010

Gli stupri collettivi del 1944 e il silenzio della memoria


Il 25 novembre è un giorno che il 17 dicembre del 1999 l'Onu ha voluto dedicare alla lotta contro la violenza sulle donne.
In questa particolare occasione io voglio perciò ricordare una vicenda storica particolarmente drammatica, che ha per protagoniste non solo ma soprattutto le donne. Una vicenda ormai lontana nel tempo, pressoché ignorata dai manuali di storia e sottovalutata dalla storiografia, per quanto copiosa, del secondo conflitto mondiale. Una vicenda che non ha mai riempito le pagine dei giornali, non ha mai scosso le coscienze. Mi sto riferendo alle "marocchinate", gli stupri collettivi a cui negli anni 43-44 furono sottoposti soprattutto donne, ma anche uomini (e perfino bambini) in alcune zone dell'Italia centro meridionale, durante l'avanzata dell'esercito coloniale francese maghrebino. Violenze che lasciarono dietro di sé una scia di dolore, solitudine, angoscia, che nessuno cercò di alleviare e curare. Al contrario: da smaltire in silenzio, in un contesto fatto di vergogna, umiliazione e condanna. Per tenere l'onta della violenza subita nascosta, anche a quei mariti che tornando a casa dalla guerra volevano riprendere la vita di prima.
Nel 1943 l'esercito alleato sbarcato in Sicilia, avendo subito perdite che potevano comprometterne l'avanzata, chiese aiuto alle forze francesi che inviarono il Corpo di Spedizione Francese, al comando del generale Alphonse Juin: 130 mila uomini, tra cui 12 mila soldati marocchini e algerini (i goumiers). Per entusiasmarli al compimento dell'impresa sembra che il generale Juin inviasse ai suoi goumiers questo proclama (della cui autenticità però, che scaricherebbe la responsabilità dei fatti quasi interamente sulle sue spalle alcunii storici dubitano): "«Soldati!...Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c'è un vino tra i migliori del mondo, c'è dell'oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all'ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per 50 ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete» ( vedi "Il Corpo di spedizione francese in Italia 1943-1944", di Fabrizio Carloni, ed. Mursia).
Ai goumiers venne affidata la conquista della dorsale dei monti Aurunci. I villaggi che essi incontrarono precipitarono nell'incubo: umilazioni e violenze inenarrabili: "circa 2.000 donne oltraggiate," denuncia una relazione degli anni '50 (sottostimando il numero delle vittime, molte delle quali per una sorta di pudore preferirono non denunciare) "affette da sifilide, il 90 per cento da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose - Il 40% degli uomini contagiati dalle mogli. L'81% dei fabbricati distrutto, sottratto il 90 per cento del bestiame, gioielli, abiti e denaro» .
Il Vaticano dovette chiedere agli alleati di far entrare a Roma solo forze cristiane, sperando di evitare così le violenze peggori e ritenendo forse che in quei comportamenti vi fosse una componente "culturale" tipica dello spirito guerriero maghrebino, ancora legato a un'idea tribale di guerra: razzia, bottino, stupro, strumenti per fiaccare il nemico "corrompendone" il sangue. Un'idea che male si accordava con quella dell'esercito alleato come di una forza liberatrice.
Questi stupri di massa, preceduti da comportamenti primitivi già sul percorso Licata-Gela, esplosero nella provincia di Frosinone, colpendo particolarmente il paesino di Esperia, e continuarono in alcune zone del Lazio e della Toscana. Laddove non vi erano sufficienti donne, i goumiers si sfogarono sui bambini e perfino sui vecchi. Un sacerdote (Don Alberto Terilli: lo nomino perché è un eroe. Chissà se gli hanno intitolato una scuola, una piazza...) cercò di difendere tre donne: le sevizie a cui fu sottoposto per vendetta nel corso di un' intera notte lo uccisero. Molti uomini, accorsi a proteggere le loro donne, vennero impalati. Le madri che cercano di difendere le figlie furono uccise a fucilate e magari violentate: Elisabetta Rossi, Margherita Molinari ... ricordiamole! Ma i nomi sono tanti, la Liberazione in posti comeEsperia è stata la liberazione degli istinti, l'orgiastica esaltazione del diritto dei vincitori. Ci pensino bene quelli che sottovalutano il contributo della resistenza partigiana attribuendo al solo esercito il merito della caduta del fascismo. L'esercito alleato è stato anche questo: le marocchinate.
Negli atti parlamentari relativi alla seduta del 7 aprile 1952, scrissero che "questo è uno dei casi più dolorosi della guerra; uno di quei casi che è meglio dimenticare". Infatti è stato dimenticato, perché non se n'è parlato per molti anni. Moravia vi ha fatto esplicito riferimento nel romanzo La ciociara, che ha poi ispirato un celebre film, ma neanche questo ha saputo tradursi in consapevolezza storica. Io credo invece che sarebbe compito di chi scrive la storia anche risarcire chi la storia l'ha dovuta subire.Chi ne è stato risucchiato e maciullato. Si tratta in fondo di un risarcimento "manzoniano": lo stesso cioè che ha ispirato allo scrittore milanese la "Storia della colonna infame".
Purtroppo non potremo far pagare ai responsabili di questo massacro il peso delle colpe commesse: né allo stramaledetto generale francese Juin (ma è certo che anche personaggi ben più influenti, come lo stesso De Gaulle, fossero al corrente delle violenze dei maghrebini, tanto da provvedere ad inviare alcune decine di prostitute africane, che però non giunsero in tempo per calmare i loro bollenti spiriti). Anzi, la Francia mantiene ancora secretate tutte le informazioni relative alla vicenda. Noi possiamo solo ricordare le donne (tante morirono in seguito alle violenze e alle infezioni contratte, tante ebbero la vita rovinata), gli uomini, i bambini...tutti innocenti davanti ai carnefici di turno armati dall'indifferenza del potere. Li ricordiamo tutti perché non accada mai più.
Una domanda: perché se ne continua a parlare così poco? La rielaborazione del trauma da parte delle popolazioni colpite (non da parte degli individui che dal dolore non si libereranno mai più) avrà certo richiesto molto tempo e questo, accanto al moralismo reticente e un po' sessuofobico imperante negli anni cinquanta e sessanta, può bastare a spiegare l'iniziale silenzio sui fatti (una vera e propria rimozione collettiva). Ma adesso?

F. Carloni - Il corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944 - Milano, Mursia, 2006

Atti parlamentari - 37011 - Camera dei Deputati, "Seduta notturna di lunedì 7 aprile 1952"

martedì 9 novembre 2010

L'amore mannaro


Secondo l'OMS la prima causa di mortalità nella popolazione femminile tra i 25 e i 44 anni è la violenza. E' calcolato che ogni otto minuti, nel mondo, una donna viene uccisa. In Europa spetta all'Italia il triste primato del più alto numero di omicidi in famiglia. Un primato che sembra aver ispirato sceneggiatori e scrittori, i quali hanno attinto a piene mani alla cronaca nera mettendo insieme storie di facile impatto, buone per romanzi e serial televisivi di successo. Il vecchio oraziano carpe diem, insomma. Una trasmissione televisiva svolgeva su Rai 3 il tema declinandolo intorno ai casi di cronaca nera, quelli di donne uccise dall'uomo che amavano: si intitolava "Amore criminale". Un titolo riuscito (al di là della qualità del programma che non posso giudicare non avendolo seguito). Perché spesso il movente di maltrattamenti, soprusi, omicidi è l'amore, o qualcosa di vicino all'amore. E in particolare all'idea che l'amore ( quello erotico) sia tutta la vita. E il resto solo un corollario. Un'aiuola fiorita intorno alla Maison d'Amore, il potente Signore armato di arco e freccia.
L'idea non è affatto nuova. E' il prodotto dell'Amor cortese dei romanzi bretoni. Tristano e Isotta trasudano tragedia, sangue, morte. La idealizzazione della donna, signora e padrona del cuore del cavaliere, trasforma i seguaci d'amore in fedeli al servizio di una specie di Iside castellana. L'amore è una fede, con le sue cerimonie, il suo simbolismo, i suoi sacerdoti. La Chiesa non ha osteggiato a caso la diffusione dell'amore cortese, riconoscendo in esso il rischio di una regressione idolatrica. E Dante, preceduto in questo da Chretien de Troyes, non l'ha condannato invano.
Ma la sublimazione della donna non fa bene neanche a lei, anzi. Perché la costringe a rinunciare alla sua umanità: agli slanci, alla rabbia, alla lotta, imbalsamandola nella forma di una bambola di cera, bella e distante. Facendone un polo d'attrazione completamente identificato nell'archetipo del femminile, che, proprio in quanto archetipo, può esprimere al suo massimo grado il femminile ma non la donna. E con la donna perciò non va confuso.
In rapporto con la donna archetipale (femminilità nuda e cruda) l'uomo si configura necessariamente come il suo polo opposto, identificandosi tout court nell'archetipo del maschile, ben finalizzato, sempre in missione, proteso nella conquista attraverso cui portare a compimento la realizzazione di sé. La conquista di cosa? Ma di tutto quanto conduce al femminile, ovvio, provocando nel femminile l'eccitazione che a sua volta provoca l'orgogliosa esaltazione (-erezione) del maschile. E' una polarità che ha il suo senso e il suo equilibrio finché rimane confinata nel mondo disincarnato dei modelli archetipali. Applicata alla realtà dei rapporti umani è folle e distruttiva. Perché non tiene conto della complessità del mondo reale. E certo Dante l'aveva capito: dietro alla stilizzazione dell'amore tipica della cultura cortese e provenzale, c'è di fatto una stilizzazione dell'esistenza e un rifiuto del suo carattere personale come pure dell'incarmazone. E questo in nome di una riduzione del reale ai suoi principi primi, intellettuali ed astratti. Agli arché, scambiati per spirito.
Ma se la donna è il solo fulcro e il solo scopo di quest'uomo così maschilizzato, perderla significa per l'uomo cadere nel baratro della disperazione. Restare senza centro e senza fondamento, un po' come il mistico che perde la fede. Una sorta di follia colpisce gli innamorati delle storie di amore cortese quando si trovano privati dell'oggetto del loro amore. Si pensi alla storia di Troilo e Criseide narrata da Chaucer. Troilo, che si è messo completamente al servizio di Criseide, onorandola come una dea, smarrisce letteralmente la ragione quando viene a sapere della relazione che la donna ha intreccciato con Diomede. Accecato dal dolore, cerca in battaglia di uccidere il rivale gettandosi da folle nella mischia e finendo invece ucciso da Achille.
L'origine della violenza che l'uomo ferito dall'abbandono scatena contro la donna,e non raramente contro se stesso (l'omicidio-suicido del marito che non riesce ad accettare la separazione), si annida già nella concezione di amore erotico che in Occidente si è affermata attraverso la letteratura buona e cattiva, le canzoni, il cinema. E' facile per una donna lasciarsi ingannare da chi, vestendo i panni del principe innamorato e carico di doni, nasconde (spesso senza saperlo) un cuore da lupo. Cortesia, rose, belle parole... perché resistere? Intanto il bel principe provvede a enfatizzare la magia della relazione che lo unisce alla sua dama, tanto che presto ogni altra relazione finisce per apparire scialba, inutile, prosaica. Le amicizie, i rapporti di lavoro, gli interessi che finora hanno riempito bene o male la vita della donna sbiadiscono fino a scomparire. Adesso ci sono solo lui e lei. Yin e yang. Non più due persone ma due "forze": la loro reciprocità è fatale. Scritta nel destino. E dopo l'entusiasmo, la passione, la poesia, fa capolino a poco a poco la tristezza, frutto dell'impoverimento esistenziale provocato dalla rinuncia. Dalla rinuncia alla carne, all'impegno a realizzare la propria personale irripetibile complessità. E anche alla "ciccia" delle passioni, degli interessi magari un po' puerili, degli hobbies. L'amore è criminale ancora prima di degenerare in tragedia, quando annulla la personalità di uno dei partners, o magari di entrambi, benché generalmente ce ne sia uno in grado di trarre dalla situazione più vantaggi. Il manipolatore, il più furbo o quello che è abituato per cultura a sfruttare le ambiguità di una situazione squilibrata. L'uomo perciò. E' lui quello che, generalmente parlando ( e con tutte le possibili eccezioni) ricava i maggiori vantaggi dalla solitudine e dalla stigmatizzazione della coppia. Lui infatti, in quanto polo maschile, tradizionlamente attivo, mantiene l'iniziativa e anche una certa intraprendenza. Per questo non è raro che il cavaliere abbia anche altre avventure di carattere erotico o viva imprese esaltanti, mentre la dama nel suo castello attende e "attira". E tuttavia la sua presenza è vissuta come salutare e necessaria all'uomo che non può in nessun modo accettare di perderla.
Oviamente questa analisi si applica laddove l'amore criminale non ha altre giustificazioni, come quelle di una cultura profondamente arretrata e maschilista, volutamente oppressiva e umiliante verso la donna. Ma dove l'aggressione maschile giunge per così dire inaspettata e l'amore, strappandosi di dosso le penne e le piume dell'angelo, si rivela "mannaro".

domenica 7 novembre 2010

Un punto della tua luce


Ecco la mia breve silloge "Un punto della tua luce", segnalata al Premio Gozzano nella sezione silloge inedita. Ieri ho partecpato alla cerimonia di premiazione che si è tenuta alla Sala Benzi di Terzo, un gioellino di architettura medievale posto sopra una lieve collina, non lontano da Acqui Terme. Tanta poesia e sensibilità. Tanta raccolta bellezza.
L'Italia è anche questo.


un punto della tua luce mi ha sognata

I

quella è alba
per me


II

rimangono dentro gli osanna
memorie di quando
il troppo candore non feriva

fioriture dolci
placano i pori
amari della scorza


III

io
e queste bestiole che fiutano
siamo qui per vedere il tuo silenzio

il vento
ci butta in faccia il velo
della sposa rapita

(vede solo chi non vede niente,
è questo che vuoi dire?)


IV

fuochi bagnati dal verbo
scaldano le anime a venire

non bruciano
muovono essenze

V

dio apri
ho le nocche rotte dal picchiare

questa porta di legno immarcescente
è dura

fa male

la sua sostanza regna sulle soglie
dove dovresti essere tu

usurpa te
che lasci fare

VI

a volte sbaglio

tocco il fiore del male a mano aperta
e mi rimane sul palmo
una lanugine chiara
malvagia

tutto il fiato del mondo non basta
a staccarla


VII

è fisica della trasparenza

l’essere
che sgrava in controluce

vedi la rossa filigrana
come conduce all’altro
allo straniero mite

la giornata è di ghiaccio e chiara
le montagne spalancano il confine

tu soffi la lana dell’anima
verso ovili flautati
dove la carne è mandorla

(spezzata, si sguscia)


VIII

l’alta marea delle tue stelle

sfiora gli orli
dell’anima addormentata

prodigio del latte che tracima...

nel cielo ancora in boccio
scorre il divenire


IX

dovrò restituirmi a te (lo so)

e mi sarebbe piaciuto
esser ramo d’aprile


X

insisti nel tuo amore che ramifica
oltre i varchi
della trasmigrazione

la pietra va nel sogno
come nuvola belante
e le notti raggrumano
in neri scintillii
indivisibili


XI

è bosco il tuo risorgere:
odore d’ erbe profonde
porta alla luce il daino

stanno i morti in bilico sul filo
cinguettando


XII

incontriamoci qui
nel liquido segreto delle vie
sono o non sono
asole d’acqua dolce
quelle in cui ti sei legato a noi

per sempre?

domenica 17 ottobre 2010

"Il libro degli haiku bianchi" di Nadia Agustoni

da qui

Parole scritte con il tocco lieve di una piuma, oppure con la punta di un diamante:  gli haiku. Perché la bellezza accarezza e ferisce.
Gli haiku di Nadia Agustoni (Il libro degli haiku bianchi, ed. Gazebo Verde, 2007) sono bianchi. Ricami d'acqua tenuti sospesi da uno sguardo ansioso di vita vera, strappata al  labirinto in cui si ha solo l'illusione del divenire. Sottratta a uno spazio morto senza trasformazione.

diciotto
Ciò che ci tormenta!
Ciò che non è
ci illude.

Vita vera. Via dall'opacità della parola che copre il silenzio e non lo cova come dovrebbe. Via dalla parola che non sa farsi rivelazione, epifania  dell'essere. Via dal dire mortifero che ci dissangua.

diciassette
Com'è atroce non rivelarsi!
Copio il rumore
parlando.

Vita vera. Riconsegnata all'animale della favola tanto più saggio di noi. Perfezione senza superbia. Splendore inconsapevole. Canto d'allodola.

trentatrè
L'uccelletto sa
che la legge del volo
è l'equilibrio

Vita vera. Fatta di gesti lenti, francescani. Uno spogliarsi che libera il boccio.

Venti
Sono vicina a credere
al fiore che si apre,
non a grammatiche

E tuttavia la poesia non è delle creature semplici, senza mythos e senza logos. Ma del "coso con due gambe" dei versi di Gozzano. Alla donna e all'uomo la gloria e il peccato di affacciarsi sul "dopo". Rilkianamente potremmo dire ("e dove noi vediam futuro lui -l'animale- vede invece il tutto/ e in quel tutto se stesso e salvo sempre",  R.M Rilke, Elegie duinesi, trad. di E. e I. De Portu, Einaudi)

Venticinque
Ma ogni radice
non sa che la terra...
il significato è dopo

Gli haiku bianchi di Nadia Agustoni dicono che verità e bellezza non seguono strade separate. Anzi, per uno sguardo che osa l'innocenza, coincidono.
Questo è un libro che è un dono. Leggetelo e, vi prego, donatelo.

giovedì 14 ottobre 2010

La gatta Dharma

 Mi hanno inviato questi versi di un noto poeta giapponese. Sono freschissimi, eccoli qua...



ばか猫や縛れながら恋を鳴く
( nete okite episemate-akubi shite neko no koi)

si sveglia
e sbadiglia, il gatto;
poi, l’amore


Kobayashi Issa (1763-1828)

lunedì 11 ottobre 2010

Fiabe dell'anima. La fata tradita.

Una bella fiaba balcanica racconta la malinconica storia d'amore fra un giovane principe e una piccola fata incontrata di notte dentro una radura di tigli che profumano dolci sotto la luna. A palazzo c'è stata una festa in onore del principe che compie vent'anni. Il re suo padre ha invitato le dame più interessanti che esibiscono la loro grazia in mille modi per ricevere l'attenzione del principe. La fatina invece lo ha aspettato nel bosco, dove lui si reca al termine dei festeggiamenti, annoiato e inquieto. Vuole porgergli i suoi auguri lontano da palazzo, dove, dice, non è degna di entrare a causa della minuscola statura. Il principe resta invece catturato dalla sua speciale bellezza, preferendola di gran lunga a quella delle altolocate dame di corte che ha appena conosciuto. E anche la fata prova dell'attrazione per lui, perché, prima di lasciarlo, gli lascia il suo guantino: un guanto che il principe non potrà mai indossare tanto è piccolo, ma che ha un grande significato.
L'indomani il principe torna a cercare la fatina che gli ha toccato il cuore, la incontra e parla con lei di cose che gli sembrano meravigliose e così i giorni successivi. Si accorge intanto che la sua piccola amica ha una strana caratteristica: giorno dopo giorno, accanto a lui che si sta innamorando di lei, aumenta di statura fino quasi a raggiungerlo. Una sera il principe prende coraggio e le chiede di essere sua sposa. La fatina accetta chiedendo in cambio un amore lungo e fedele, nient'altro. "Se ti innamorerai di un'altra donna" dice molto seriamente "non mi vedrai più". Al principe sembra perfino troppo facile acconsentire a una richiesta che collima perfettamente con le sue aspettative. Perciò promette e la conduce a palazzo dove con il suo fine splendore entusiasma tutti. I giorni, i mesi, gli anni si susseguono uno dopo l'altro e sembrano felici, finché...
Finché giunge il momento in cui il vecchio re muore e il principe si trova ad ereditarne il trono. Prima di assumere i pieni poteri organizza ovviamente la cerimonia funebre per salutare il caro padre. E lì, fra i molti notabili che partecipano al corteo funebre, nota una bella donna dai capelli rosso fiamma che lo guarda sorridente e per tutta la durata della cerimonia non gli stacca gli occhi di dosso. Il nuovo re, camminando alla testa del corteo, non cessa a sua volta di ammirarla e intanto si scorda della sposa che le cammina al fianco. Non si accorge nemmeno che si va facendo via via più piccola, inciampando nell'abito via via troppo grande. Non la saluta neppure quando, giunta all'altezza del bosco, sparisce fra i tigli. Il re si è abbandonato totalmente alla nuova inebriante esperienza d'amore. Dimenticata la piccola fata presto sposa la donna dai capelli di fiamma e si dedica ai compiti del regno. Ma un'amara sorpresa lo attende. La nuova moglie rivela un carattere ambizioso e prepotente. La vita mondana, il successo, la ricchezza sono le cose che l'hanno attirata a corte, non certo l'amore per il re. Il quale adesso ha modo di pentirsi di averla sposata, tanto che le intima di lasciare la corte e di andarsene. Adesso sì che ripensa alla piccola fata e torna nel bosco a cercarla. E' potente, ricco e il suo nome riempie di fama il mondo, ma la sua anima è infelice e affamata. Cerca fra le vecchie cose del passato il guantino della fata. Lo trova e torna a stringerlo sul cuore, consumandolo di lacrime e di baci. Ogni giorno si reca nel bosco a supplicare perché la prima moglie ritorni. Invano. Così trascorre tutto il tempo che gli resta da vivere, fino alla vecchiaia che rende bianchi e curvi, giorno dopo giorno. La piccola fata però non torna più.

Questa fiaba dal finale triste ( o semi-triste, come vedremo) si può leggere in molti modi. Anche in quelli cosmo-astrologici: la piccola fata, che cresce cala svanisce, rammenta fin troppo da vicino la luna con tutti i suoi cicli. E la donna di sfolgorante bellezza, connessa a tutti i fasti del potere, è facile metafora della luce solare. Dietro a questo eclissarsi della fatina-luna potrebbe celarsi la fine di quelle società di cacciatori che avevano al loro centro i culti lunari, soppiantati non senza dolore e senza strascichi da quelli solari.
Ma la fiaba può essere letta anche in altri modi. Il principe, che vaga nel bosco disgustato dagli artificiali splendori del palazzo (con le sue feste e le sue dame efficacemente "presentabili"), ci appare fin dall'inizio come un giovane annoiato e viziato ma interiormente nobile. Consapevole che la vera bellezza ha un piede nell'invisibile. L'incontro con la fatina lo strappa alla sua insensibilità e lo rende consapevole della poesia dei sentimenti. E' un incontro "fatale" e infatti avviene in una radura illuminata dalla luna: un luogo intimo, palpitante di vita misteriosa. Un tempio. Anzi, la zona più sacra del tempio: quella del tabernacolo, il Mihrab, il Sancta sanctorum
La fatina non è solo l'essere medianico che eleva l'animo all'amore, in una dimensione di autenticità raccolta. E' anche un'immagine bellissima dell'anima del principe. Negletta e trascurata per troppo tempo dal principe (che i genitori educano pensando solo al suo futuro di re), non ha consapevolezza di sé e non ha fiducia nelle sue capacità. La fiducia le viene dalle attenzioni del principe che trovando inadeguate alle sue aspirazioni profonde le magnificenze della vita di corte, si è finalmente inoltrato nel bosco-tempio dove ha potuto incontrarla. Per questo accanto a lui l'anima-fata cresce e prende coscienza dei suoi desideri. Al punto che davanti alla proposta di matrimonio del principe, osa formulare una chiara richiesta. Benché questa stessa richiesta, formulata con tanta circospetta determinazione, faccia pensare che la fatina dubiti almeno in parte delle promesse d'amore che le sono state rivolte. Forse ha avuto delle esperienze negative in passato, o forse ha visto qualcosa di oscuro nel cuore del principe? Questo bisogno di conferma si riscontra non di rado nelle persone tradite, le quali temendo di subire la stessa ferita cercano di farsi scudo esigendo ogni sorta di giuramenti, che hanno una funzione quasi apotropaica e somigliano più a scongiuri. L'obiettivo cui mirano infatti è quello di tener sotto controllo l'ombra maligna del traditore di cui l'altro è inevitabilmente portatore. Fatica inutile perché non sarà certo un giuramento, per giunta coatto, a trattenerla. Come non saprà cancellare la paura e il sospetto da parte di chi teme di soffrire. Nella fatina si avverte fin da subito la paura dell'abbandono, una paura che vuole assoluta rassicurazione. (E quanto si deve sentire abbandonato, e piccolo, l'uomo delle società liberali che in assicurazioni contro ogni tipo di imprevisto spende un capitale!)
La fatina del resto non ha affatto torto. Quando il principe si trova ad essere un uomo adulto, pronto ad assumere i compiti del regno, ecco che il suo cuore comincia (o torna?) a indurirsi. Fino a sentire che per un re ci vuole una donna che splenda ( gli uomini ricchi e potenti hanno sempre mogli belle e vistose, no?), non una fatina pallida e un po' selvatica. Ora a lui serve una donna che sappia ricevere, trattare con gente di riguardo e capace di reggere i compiti dell'estroversione e della realizzazione di sé nel mondo. Ecco la donna dai capelli di fiamma: giusta per le cerimonie e lo sfarzo delle esibizioni pubbliche. Ma neanche lei regge a lungo perché non è facile trovare un donna simile che non sia anche opportunista e calcolatrice. Le sue ambizioni sono fuori misura e chiedono inoltre una soddisfazione sostanzialmente personale che entra in concorrenza con l'egocentrismo del re. Il re la ripudia e torna a ricordare con nostalgia la piccola fata-anima. Recupera il guanto.
La fatina, morta al mondo a causa dell'infedeltà del principe, non risponde però alle sue chiamate. E' tornata a regnare nel bosco fra creature piccole come lei, cioè vicine alla terra (umili). Esporsi a un nuovo tradimento significa rischiare la polverizzazione totale del suo essere e questo non sarebbe giusto. Sottrarsi al mondo diventa a questo punto una questione di sopravvivenza. Non solo della sua sopravvivenza. Lei è l'anima del re. Se morisse, lui non avrebbe più speranza né vita. Diventerebbe una macchina senza sentimento.
La fatina non ha mai smesso di amarlo ma sa di poterlo fare solo restando lontana, attraverso i suoi intermediari. Il guantino posato sul cuore permette al principe di tornare a sentire con e nella carne (Signore dammi un cuore di carne). E' un cuore destinato soprattutto a soffrire, perché chi tradisce espia. Ma è meglio un cuore lacerato di un cuore di pietra. Meglio patire di non sentire. Il guantino è il simbolo del perdono della fatina che di più non può fare. Al suo posto ha lasciato il guanto, un simbolo (una sorta di "oggetto transizionale" per dirla alla Winnicott) dell'anima. In effetti come pensare a un guanto senza pensare a una mano, a una carezza (nelle cerimonie d'investitura del cavaliere, l'investito offriva al signore il suo guanto, cioè la fedeltà e l'aiuto), alla tenerezza?
Il principe-re può anche rappresentare la personalità del narcisista. Attento ai suoi bisogni, vigile di fronte alle occasioni di realizzazione personale, poco propenso a comprendere la sofferenza altrui, opportunista. Lui non è migliore della donna dai capelli di fiamma, anzi per certi versi è anche peggiore. La sua richiesta di una moglie vanitosa e mondana al punto giusto, "su misura", è una richiesta di self-control borghese che non contesta la vacuità di uno stile di vita superficiale ed effimero ma chiede solo che resti socialmente accettabile. E come spesso accade al narcisista, solamente l'esperienza dell'abbandono, della delusione, del tradimento ( esperienza ora vissuta nel nuovo ruolo di vittima) può ridestare il re al senso della sua precaria umanità, strappandolo all'arroganza e al cinismo della vita di palazzo. Un cambiamento espresso anche dal suo portamento e dallo stato d'animo: all'inizio lo vediamo vagare nel bosco insonne e malinconico ma con l'atteggiamento regale di chi si sente padrone del mondo. Dopo l'esperienza dolorosa e frustrante della negazione (il negarsi della fatina) è curvo, sconsolato, sempre più distante dal mondo. Secondo questa interpretazione la fatina è come sono spesso le donne che l'uomo narcisista cerca come compagne. Donne perseguitate dalla disistima e dal timore di comparire in pubblico. Donne che nell'infanzia si sono spesso sentite ingombranti e di peso. Donne che reiterano l'esperienza del tradimento primario (quello della madre) sperando prima o poi di poterla risolvere e "sciogliere" definitivamente. Sperando nella catarsi finale. L'alternativa per loro è tra il vivere per sempre nell'ombra di un uomo, nascondendo la propria luce. Tra l'uscire allo scoperto, sotto i raggi del sole, rischiando di scottarsi. O, infine, lo scomparire letteralmente, nella follia, nella morte, oppure, se la sofferenza ha saputo farsi percorso iniziatico, nel tempio. Nella vita mistica, senza legami umilianti, dove brilla la vera luce. La piccola fata opta per questa ultima opportunità. Ma lei è già una creatura già mistica. Viene dal bosco di tigli odoroso. Una basilica a cielo aperto.
In verità questa fiaba dice che sole e luna, maschio e femmina, persona mondana e anima, possono raggiungere la perfezione solamente insieme, senza prescindere l'una dall'altra, e che il cammino è difficile, la meta spesso (o sempre?) oltre il confine, fuori dalla nostra vista. Il guanto è il segno di un legame che la donna-sole (abbaglio della coscienza che fa coincidere la bellezza con la seduzione, il benessere, il prestigio, e niente di più) non può spezzare perché è il segno di un toccare profondo, di un congiungersi celeste, maturato nel silenzio della notte al di là del tempo e delle leggi in vigore nel giorno.

venerdì 8 ottobre 2010

Fiabe della Luna

La Luna morta
Da Fiabe popolari inglesi. K. Briggs - Einaudi

Tanto tempo fa la zona del Car era piena di paludi, e attraversarla signifìcava morte, tranne che nelle notti di luna, perché danni e disgrazie e tormenti, spiriti malvagi e cose morte e orrori striscianti, nelle notti senza luna venivano tutti fuori.
Alla lunga la Luna venne a sapere cosa succedeva in quella terra di paludi appena lei girava la testa, e pensò di andar giú a dare un'occhiata di persona e a vedere se poteva essere d'aiuto. Cosí alla fine del mese si avvolse in un mantello nero, nascose i suoi capelli splendenti sotto un cappuccio nero, e discese nella terra delle paludi. Era tutto molto buio e umido, il fango faceva cic ciac, i ciuffi d'erba ondeggiavano e non c'era neanche un po' di luce tranne quella proveniente dai suoi piedini bianchi. Andò avanti, si addentrò fra le paludi ed ecco che le streghe cavalcavano attorno a lei sui loro grandi gatti, e i fuochi fatui danzavano con le lanterne appese alla schiena, e i morti sorsero dalle acque, e la fissavano con occhi feroci, e mani morte viscide le facevano dei cenni e cercavano di afferrarla. Ma la Luna andò avanti, camminando sui ciuffi d'erba, leggera come il vento d'estate, finché alla fine una pietra le si spostò sotto ai piedi, e lei si afferrò con entrambe le mani ad un ramo per non perdere l'equilibrio; ma appena lo toccò quello le si attorcigliò attorno ai polsi come un paio di manette e la immobilizzò. Si dibatté e lottò ma non riuscí a liberarsi. Poi, mentre stava lí tutta tremante udí un grido pietoso, e capí che un uomo si era perso nel buio, e ben presto lo vide, correva dietro ai fuochi fatui sollevando spruzzi di fango, gridando loro di aspettarlo, mentre le mani morte gli tiravano la giacca, e gli orrori striscianti gli si affollavano attorno, e lui si allontanava sempre piú dal sentiero.
La Luna era cosí preoccupata ed arrabbiata che lottò con tutte le sue forze, e anche se non riuscí a sciogliersi le mani, il cappuccio ricadde all'indietro, e dai suoi meravigliosi capelli dorati sgorgarono fiotti di luce, cosí l'uomo vide le buche limacciose che lo attorniavano e il sentiero sicuro in lontananza quasi come alla luce del giorno. Con un grido di gioia si slanciò barcollando verso la salvezza, via dalla palude mortale, mentre gli spiriti malvagi e le altre cose malefiche scappavano a nascondersi lontano dalla luce lunare. Ma la Luna lottò invano per liberarsi e alla fine cadde in avanti, sfinita dalla lotta, e il cappuccio le scivolò di nuovo sulla testa, ma lei non aveva piú la forza di buttarlo indietro. Allora tutti gli esseri maléfici tornarono strisciando, e risero al pensiero di avere finalmente in loro potere la Luna nemica. Per tutta la notte litigarono schiamazzando sul modo migliore di ucciderla, ma quando comparve quella prima luce grigiastra che preannuncia l'alba si spaventarono, e la spinsero giú giú sott'acqua. I morti la tennero ferma, mentre gli spiriti maligni andavano a prendere una grossa pietra da metterle sopra, e poi scelsero due fuochi fatui per farle la guardia a turno, e quando il giorno arrivò la Luna era sepolta sul fondo, e lí sarebbe rimasta finché qualcuno non l'avesse trovata, e chi mai sapeva dove andarla a cercare? Passarono i giorni, e la gente faceva profezie e scommesse su quando sarebbe apparsa la Luna nuova, che non arrivava mai.
Una notte buia dopo l'altra, le malvagie creature della palude vennero a ululare e a strillare addirittura sulla porta delle case, cosí di sera nessuno poteva fare un passo fuori, e alla fine la gente passava la notte seduta accanto al fuoco, tremante e terrorizzata, temendo che a luci spente le creature si sarebbero spinte oltre la soglia.
Finalmente andarono dalla saggia che viveva nel vecchio mulino, e le chiesero cos'era successo alla loro Luna. Lei guardò nello specchio, e guardò nel pentolone della birra, e guardò nel libro, e vide solo buio, cosí disse ai paesani di mettere paglia e sale e un bottone sulla soglia, di notte, per essere al sicuro dagli orrori, e poi di tornare appena avessero avuto qualche novità da riferirle.
E potete star sicuri che ne parlarono, riuniti attorno al camino, ne parlarono in campagna e in città. E cosí un giorno capitò che mentre erano seduti su una panca all'osteria, un uomo che abitava all'altro capo della palude all'improvviso gridò: - Credo di sapere dov'è la Luna, solo che ero cosí stordito che non ci ho piú pensato -. E raccontò di come una notte si era perduto, e stava per morire nelle buche della palude, quando all'improvviso era comparsa una luce chiara e splendente che gli aveva mostrato la via di casa. E corsero tutti dalla saggia del mulino a raccontarle cosa aveva detto l'uomo. La saggia guardò nel libro, e nel pentolone, e alla fine intravide un barlume di luce e disse agli uomini cosa dovevano fare. Dovevano uscire tutti insieme nel buio con un sasso in bocca e un ramoscello di nocciolo in mano, e non dovevano dire una sola parola finché non fossero tornati a casa; e dovevano cercare per tutta la palude finché non avessero trovato una bara, una croce e una candela, e lí avrebbero trovato la Luna. Avevano una gran paura, ma la notte successiva uscirono e camminarono inoltrandosi sempre piú nel cuore della palude.
Non vedevano niente, sentivano sospiri e sussurri attorno a loro e mani viscide che li toccavano, ma andarono avanti, tremanti e spaventati, finché si fermarono all'improvviso, perché videro una lunga pietra mezza dentro e mezza fuori dall'acqua, e sembrava in tutto e per tutto una bara, e a una estremità aveva un grosso ramo nero da cui spuntavano due ramoscelli come una specie di macabra croce, su cui guizzava una fiammella. Allora si inginocchiarono e si fecero il segno della croce e dissero una preghiera dal principio alla fine per amore della croce, e dalla fine al principio per sconfiggere gli spiriti malvagi, ma la dissero solo col pensiero, perché sapevano di non dover parlare. Poi tutti insieme sollevarono la pietra. Per un attimo videro un viso strano e meraviglioso che li guardava, poi balzarono all'indietro storditi dalla luce e da un atroce lamento stridulo emesso dagli orrori che si rifugiavano nelle loro tane, e l'attimo dopo la Luna piena era nei cieli e splendeva luminosa su di loro, in modo che potessero trovare il sentiero quasi come alla luce del giorno.
E da allora la Luna è sempre stata particolarmente splendente sulla terra delle paludi, perché conosce bene le creature malvagie che si nascondono lí e non dimentica che gli uomini del Car vennero a cercarla quando era morta e sepolta.

domenica 3 ottobre 2010

Perdonare. Lo spirito contro la carne.

Perdonare: “atto di donazione per eccellenza”. Qualcosa di talmente libero che non si può esigere e neppure chiedere come un diritto. Nobilita chi lo fa e rende migliore chi invece ne beneficia.
Sembra tutto chiaro e facile, luminoso. Ma l’uomo è complicato. Tante sono le nature che lo abitano: sensitiva, animale, razionale, spirituale. Il perdono si muove nelle ultime due sfere. E’ atto di estroversione, che segue a un percorso interiore volto al mutamento e al “salto” esistenziale che solo l’uomo (sembra) può fare. Il perdono è davvero la “buona novella”, la libertà e l’autentica rivoluzione. La luce. Ma gli uomini, si sa, non sempre amano la luce. Qualcosa in loro preferisce invece intrattenersi nelle zone ombrose e umide dell'essere. Dove appunto si ”trattiene”. Dove si “ricorda”, nel senso di trattenere nel cuore. E fra i ricordi ci sono quelli belli e commoventi, che suscitano echi di rimpianto, e altri invece dolorosi, spinosi, trafiggenti. Soprattutto ci sono le ferite che altri ci hanno inflitto. Ma anche le ferite che abbiamo inflitto, e spesso (strano vero!) tutte queste ferite si collegano e formano un’unica grande ferita. Perdonare gli altri e perdonare noi stessi è lo stesso movimento: s-cordare, di-menticare: strappare fuori dal cuore e gettare nell’oblio, privarsi della mente dove è dolorosa per non provare più ri-sentimenti, ri-morso. E il prefisso di queste parole “ri” (dal latino “re”, con valore di ripetizione) basti a farci capire quanto ci sia di puramente conservativo e di meccanicamente ripetitivo in queste condizioni dello spirito.
Per quale ragione perdonare (e perdonarsi) è così difficile se ri-cordare è così penoso? Non sarebbe facile e bello spogliarsi di tutto quel passato che in fondo non esiste più e gettarlo fuori da sé, lontano, lasciandolo morire alla luce del sole come uno di quegli spiriti immondi che possono sopravvivere soltanto nel buio?
Perché tornare ad arrovelarsi sui torti patiti, su quelli commessi, perché quell’oscuro e morboso piacere di farsi del male e macerarsi nel vittimismo e nella colpa? Andare a toccare le vecchie ferite e scoprire con un senso di macabra rassicurazione che sono ancora lì, pronte a riaprirsi e a trascinarci nel passato?
Forse perché il cambiamento a cui aspiravamo perdonando non è avvenuto. Forse non abbiamo davvero perdonato o forse l’altro, cui andava il nostro perdono, non ha accettato il dono, lo ha respinto indietro al mittente. Perché gli uomini a volte, come abbiamo rammentato, preferiscono le tenebre alla luce, per continuare a nascondersi, a mentire e a mentirsi, per fingere di essere ciò che non sono.
A volte la ferita ricevuta nel passato è troppo grande. Solo un miracolo potrebbe chiuderla. E il miracolo è un atto di eccellenza ancora superiore. Lo spirito è debole e la carne resiste, ogni tanto si fa sentire. Preme sull’anima, ci costringe a fissare lo sguardo sul ricordo umiliato dalla di-menticanza (un “ri” contro un “di”: due movimenti opposti: l’uno conservativo e castigante, l’altro distruttivo e liberante) e come Medusa ci paralizza con la memoria, annullando l’effetto benefico del cambiamento innescato dal perdono. Nonostante l’atto di eccellenza che ha nobilitato e come liberato la nostra anima, resta la ferita: la spina nel fianco di cui forse non ci si potrà mai del tutto liberare. Noi siamo fissi sulla memoria. O almeno una parte di noi: quella più tenebrosa e torva, legata al sangue e alla carne. E’ quella della “nera dea che guarda i cattivi”. Dove i cattivi sono i fantasmi delle offese ricevute o date nel passato. Le umiliazioni, le crudeltà che senza perdono hanno bisogno della vendetta. Infatti l’uomo antico pre-cristiano esigeva la vendetta. Rimedio indispensabile per curare un’anima offesa con il risarcimento. Ma la vendetta non faceva che perpetrare l’offesa e spesso un solo torto costituiva il primo anello di una catena sconfinata di delitti. Oggi ci troviamo a vivere in un mondo in cui vendicare o vendicarsi è giudicato dalla società illecito o almeno squallido. Il perdono però non ha riconoscimenti. Nessuno chiede perdono per il male fatto e perdonare diventa difficile. Viene in mente quell’episodio dei Promessi Sposi in cui un giovane fra Cristoforo chiede perdono ai parenti dell’uomo che in un impulso di rabbia e per vendicare l’amico ha ucciso. E’ così pentito e addolorato che gli offesi, quasi immedesimandosi nel suo dolore, perdonano, rimunciando ai propositi di vendetta. Ed è bellissimo. Una meravigliosa festa del perdono che ha i fasti di una grande cerimonia. Perché perdonare completamente in sordina, con il perdonato che magari fa addirittura l’offeso (cosa che in questo mondo confuso può anche accadere), è molto molto difficile. Non che ci vogliano cerimonie ma almeno riconoscimenti. Anche solo un grazie, ho capito, senza tante solennità.
"Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno" è esemplare e resta per sempre nella storia. Perdonare pensando alla miseria degli altri. Come se la legge dello spirito possa ammettere ignoranza. E l'ignoranza perdonata salva. E' qui che il perdono sconfina nella santità un po' folle. Smisurata. Oppure nell'assurdo. Dipende dai punti di vista.

venerdì 27 agosto 2010

Catarsi

All’inizio l’acqua non sembrava un problema. Era cambiata la distribuzione, per il resto funzionava tutto come prima, anzi, meglio. Adesso se ne occupavano imprese specializzate, facevano tutte capo alle “Magnifiche Sette”. Roba grossa, multinazionali.
Pensate alle “Sette Sorelle” dicevano in tele, come hanno portato il petrolio fin dentro le nostre case. Al posto del petrolio metteteci l’acqua, il senso è quello, solo che di acqua ce n’è molta di più del petrolio. Perciò è tutto più bello.
Le Magnifiche in effetti avevano aggiustato le migliaia di tubature rotte della rete idrica, eliminato sprechi e intoppi migliorando la distribuzione. Per troppo tempo città e province, perfino intere regioni, stati, avevano dovuto fare i conti con la penuria d’acqua. In certi posti a regolarne i movimenti erano state organizzazioni mafiose, e i Governi avevano spiegato che bisognava assolutamente combatterle e sconfiggerle. Le Magnifiche servivano anche a questo. Chi voleva lasciare un bene tanto prezioso nelle mani di delinquenti e assassini?
E così la gente si era convinta. Efficienza e trasparenza. Che in questo caso signficava tubature a posto e acqua in quantità. L’eliminazione delle fontanelle pubbliche, annoverate tra gli sprechi, suscitò qualche fiacca protesta, subito placata.
Pochi però avevano saputo prevedere che il prezzo dell’acqua sarebbe lievitato in maniera così esagerata. L’aumento (fino al 70%) giunse ai più inaspettato e traumatico, provocando mille allarmate contestazioni.
“L’aumento è più che giustificato” intervenne il Ministro dell’Economia di un paese che le Magnifiche avevano appena preso sotto l’ala. Stava con la sua bella faccia rosa come il culetto di un bambino davanti a un meeting di industriali, che lo fissavano adoranti (e una, dalle gote gonfie di botulino, si slacciò il terzo bottone della camicetta dalla contentezza). “Le aziende non fanno beneficenza. I soldi spesi sono capitale d’investimento, si recuperano con profitto. In cambio abbiamo trasparenza, efficienza, razionalità. Vi piaceva di più quando a controllare l’acqua era la mafia?”.
Qualcuno – il solito giornalista saccagnino - gli fece notare che i manager delle grandi aziende – le Magnifiche- cenavano negli stessi ristoranti dei mafiosi. Che erano stati visti prendevere l’aperitivo e giocare a tennis insieme. “E alura”, sbottò il Ministro affidandosi alla sua lingua dorata di celtica derivazione, ottima per evidenziare un’incazzatura: “Adess sa pö pü bée l’aperitiv insema a chi cassu sa vör?” (Ma più tardi la sua portavoce chiese scusa per il “cassu”: gli era scappato).
Il costo dell’acqua andò aumentando per tre anni di fila. Un litro d’acqua arrivò a costare quanto un litro d’olio. Si emanarono dei decreti che proibivano la raccolta di acqua piovana. Soldati a cavallo passavano a controllare lungo le strade di campagna eventuali serbatoi clandestini, nascosti da dita subdole tra la vegetazione o in qualche anfratto, dove l’occhio avido dei congegni satellitari non può giungere..
Il costo dell’acqua cresceva ogni semestre anche del 300%. La gente si mobilitò e decise di scendere in piazza. Masse urlanti e confuse - e soprattutto maleodoranti (lavarsi era diventato un lusso)- riempirono le piazze delle grandi città. Erano un concentrato di furia. Dell’acqua non si può fare a meno. L’acqua è un bene di tutti, gridavano. C’erano perfino delle suore che alzavano enormi striscioni con scritto: “L’acqua è di Dio”.
“Sem da fa?” chiese il Ministro tutto tremante. Perché anche lui, come l’eterno personaggio manzoniano, “non era nato con un cuore da leone”.
“Per ‘sti carrusi ci vuole ‘nna risposta da ommini” rispose quello alla Difesa.
Fu allora che si fecero avanti i Generali, aspettavano da una vita e furono scontri duri. Bastoni, fionde, barricate da un lato. Lacrimogeni, bombe a mano, cannonate dall’altro. Accaddero cose mirabili: soldati che sparavano addosso al fratello, all’amico, alla mamma. Nonne che incendiavano le auto e sfasciavano le vetrine dei grandi magazzini rubando intere casse d’acqua.
L’esercito ebbe la meglio, lasciò sulla strada migliaia di morti, presto smaltiti dentro le bocche di enormi inceneritori. Un odore dolciastro stazionò per giorni nell’aria, peggio di una maledizione. Come se non bastasse, di lì a poco l’acqua rincarò di nuovo. Protestare non si osava più, semplicemente non ci si lavava. Tornarono i parassiti e la gente apprese a tollerarli, combattendo il fastidio come poteva. Si rividero sui balconi, nei cortili, davanti alla soglia di casa, le cosiddette spidocchiatrici.
Piano piano, con il passare del tempo, sulla terra si fece un gran silenzio. Uomini, piante, animali soffrivano muti, la vita era molto più triste che in passato. Solo i ricchi erano contenti. Adesso sì che potevano riempire fino all’orlo le loro piscine.

Del resto la diseguaglianza è legge di natura. Anche fra gli animali infatti c’erano i privilegiati: quelli che potevano sguazzare quanto gli pareva. Gli uccelli ad esempio.
Andavano e venivano come se nulla fosse. Con quel tanto di impertinenza che fa incazzare gli individui oppressi. Superavano le enormi mura che circondavano le dighe e si tuffavano nei loro bacini celesti uscendone freschi, vittoriosi e solari. Pescavano dai fiumi arborelline argentee, scivolavano come velieri sugli specchi delle paludi e facevano tutto quello che avevano fatto dal principio della loro leggera esistenza, nei secoli dei secoli. Percorrevano il cielo tracciando i soliti segni a zig zag, sbandando e riunendo geometrici stormi rumorosi e felici.
"Vanno e vengono un po’ troppo intensamente" notò uno.
Ma cosa stai a guardare, sono uccelli, gli risposero. Se devi stare con il naso all’insù ci sono altri problemi da risolvere. La colonizzazione di Marte, ad esempio. La grande avventura spaziale, altro che uccelli.
Andavano e venivano e intanto il cielo si coprì di nubi. Spesse, scure, legnose d’aspetto. Avevano forme astruse e minacciose, mai viste, e scoppiettavano di lampi.
Cominciò a piovere: gocce grosse, non spesse.
Si videro allora misere tribù – la rimanenza di antiche popolazioni che la globalizzazione aveva schiacciato ai margini del bel vivere- uscire dalle loro catapecchie, raccogliere i quattro stracci che ancora possedevano e dirigersi verso la montagna. Sparute colonne di gente affamata e assuefatta alla sete, coperta di croste e pidocchi, marciavano verso le cime. E al fianco migliaia di animali, randagi pulciosi per lo più. Curioso, commentò qualche giornale. Meno male che si tolgono dalle palle fu la risposta più benevola.
Poi accade. Quello che nessuno avrebbe voluto. Straziante. Inspiegabile. I bambini.

Anche i bambini facevano lo lo stesso, come gli zingari, i pellerossa, gli aborigeni. S’incolonnavano lungo le strade e camminavano in uno stato di trance verso le montagne. Guidati, dicevano, da una voce. Anzi, da una musica.
Partivano anche i più piccoli. Camminavano appena e scappavano di casa al seguito di altri, già grandi, che sembravano animati da uno spirito profetico. Se li prendevano e li portavano a casa con la forza, scappavano di nuovo. Ragazzi e ragazze di 13-14 anni facevano da padre e da madre ai più piccoli, come non avessero mai fatto altro. Una voce, dicevano. Ci chiama.
- Che voce, chi è stato?-
Non proprio una voce, spiegavano ancora i bambini senza mai smettere di camminare. Sembra più una musica.
-Quale musica?- E tutti a cercare il pifferaio magico.
Adesso sì che le cose si facevano difficili, anche per il ministro dell’Economia e quello alla Difesa e il Capo del Governo e i Generali e i Signoroni delle Magnifiche Sette. Perché sparare su quattro tribù di merda si può sempre fare. Anzi, è un piacere. Ma tra i bambini c’erano anche i loro figli, i figli dei loro amici, i nipoti. Quelli del Ministro dell’Economia, del Ministro alla Difesa, del Capo del Governo, dei Generali, dei Potenti e dei Ricchi.
Una notte cominciò a piovere forte. Pioveva pioveva senza interruzione e le rane gridavano invasate come fossero diventate loro le signore del mondo. Giorno e notte era tutto un gracidare mentre il pianeta se ne andava in pappa. I laghi e i fiumi straripavano e c’era tanta acqua ma tanta che non valeva più niente. Per bere o per lavarsi bastava scendere in strada. Aprire la bocca, spalmarsi di shampoo. Le Magnifiche Sette potevano anche chiudere i battenti.
I Potenti si rivolsero allora agli uomini di scienza, piangevano quasi. Ma gli scienziati rimasero muti. Fino a una settimana prima, i loro pensieri erani tutti rivolti a Marte, il pianeta rosso. Colonizzarlo, si può o non si può? Questa cosa (il Diluvio, perché cos’altro era?) non se l’aspettavano.

Infine qualcuno parlò. Non si trattava di un uomo di scienza e neanche di un uomo importante. Era anzi un pastore di renne siberiano dalla pelle di colore indecifrabile tanto era incrostata di sporcizia. Rugoso come una prugna secca, con due soli denti traballanti e un occhio dalla pupilla spenta che faceva pensare a un mucchietto di cenere, residuo di qualche falò acceso sotto le stelle in una notte di solstizio.
“Gli uccelli” disse, indicando il cielo con un gesto vago.
“GLI UCCELLI?” tuonarono insieme il Ministro dell’Economia e quello alla Difesa e il Capo del Governo e i Colonnelli e tutti i Potenti della Terra.. La loro domanda echeggiò stranamente sotto il velo di pioggia grigia, come il grido di un minatore perduto nel labirinto di una cava.
“Hanno danzato” rispose l’ometto, allargando un sorriso spoglio e timido. Gli altri non capivano ma avevano le labbra che tremavano. Perciò spiegò: “La danza della pioggia”.
Non capivano ancora.
“Hanno danzato per un mese intero, tutto un giro di luna. E’ stato facile per me riconoscere i loro passi, sono figlio di sciamani io. E vi posso assicurare: i loro passi erano quelli di mio padre e del padre di mio padre su su fino al padre di tutti gli sciamani. Il primo cercatore d’acqua. Lo sciamano delle piogge da cui nacquero le foreste e i fiumi e...”.
“Tagliategli la testa!” gridò un generale schiumante di rabbia. Gli altri annuirono. Perché, non l’avrebbero saputo spiegare.
Scintillò una sciabola, zac, e la testa dell’ometto rotolò sulla piazza, un po’meravigliata a dire il vero, ma non dispiaciuta. Era una testa saggia, sapeva che era giunta l’ora della Grande Catarsi. Il Diluvio. L’uomo aveva punto il mondo con la sua coda velenosa, invisibile, scorpionica Adesso il mondo doveva vomitare fuori le tossine, per questo pioveva e pioveva. Della morte non era più il caso di avere paura.

Dopo tre giorni si spalancarono le nubi e scaricarono miliardi di tonnellate d’acqua. I mari e i laghi riempirono la terra, i fiumi uscirono dal loro letto e si gettarono sulle valli come giganti bianchi impazziti. Soltanto chi si era rifugiato sui monti più alti scampò. I bambini, e qualche sparuta tribù che scomparve nelle pieghe delle vette con la magia di un sapere da custodire in silenzio.
Quando tornò il sole, i sopravvissuti uscirono a guardarlo. Le cime si riempirono di fiori e corse furtive di animale, risate, canzoni, grida. E poi canti di caccia, d’amore, di lotta. Di inizio.

mercoledì 30 giugno 2010

Dolci, alcol, rabbia, sesso senza eros. L'emancipazione difficile.


Vittoria vive e lavora da diversi anni in Scozia. Ha conosciuto molta gente, allacciando numerosi rapporti. Si è affezionata al paese che la ospita, apprezzando molti aspetti di uno stile di vita che all’inizio le è sembrato, immaginiamo, estraneo. Si è innamorata di un giovane che descrive come meraviglioso, attento e sensibile, lontano dal machismo di molti maschi italiani. In Italia aveva lasciato un convivente grossolano, pigro e viziato. Insensibile alla mole di lavoro di cui Vittoria doveva sobbarcarsi per mandare avanti lavoro e casa. Un campione di "italianità", insomma.
Nel nuovo paese, però, Vittoria ha anche trovato qualcosa che l’ha sorpresa spiacevolmente, talvolta perfino disgustata. Si aspettava donne emancipate e felici. Soddisfatte delle condizioni di parità fra i sessi in cui uomini e donne collaborano, nel rispetto delle reciproche diversità. Soddisfatte di uno stato sociale attento ai bisogni delle madri (lavoratrici e no) e dell’infanzia.
La realtà invece è piuttosto diversa, racconta Vittoria, niente affatto compatta e risolta come ci piace pensarla. E ascoltandola noi sentiamo come molti nostri pregiudizi sulla stabilità e l’efficienza dei paesi del nord siano da rivedere. Sopratutto per quanto riguarda la condizione femminile. Perché emerge un quadro di grande sofferenza, disorientamento, rabbia. Constatiamo desolati l'effetto devastante del carrierismo e del conseguente disconoscimento della identità femminile, considerata una forma di debolezza, quasi una "malattia", un marchio d'infamia. O più semplicemente una fregatura.
Ascoltiamo però le storie che Vittoria ha voluto raccontare per noi. Storie reali, di vita vissuta. Si potrà obiettare che sono comunque "particolari", e come tali non rendono la complessità della condizione femminile nell'Europa del nord. Vero. Ma se i governi e i mass media cominciano ad occuparsi molto seriamente di certi comportamenti, progettando eventuali interventi e misure, allora signifca che quei comportamenti non sono più tanto rari. Sono già diventati un "fenomeno".

Alice, Jess... e l’angelo italiano
“Jess vive con il sussidio di disoccupazione piu' quello per le madri single. Come molti qui ne approfitta e fa di tutto per non farsi confermare nessuno dei lavori che il Job Centre per disoccupati le offre per rimanere a spese dello stato. Conviene: casa gratis, sanita' gratis e un assegno settimanale con cui si puo' vivere. Jess ha 32 anni, sua figlia ne ha 8. Jess vuole fare l'attrice a qualsiasi costo. Alice invece vorrebbe solamente avere una mamma con cui cenare la sera, guardare la TV... le basterebbe sapere che mamma Jess c'e' e sa che anche lei, Alice, c'è. Per Jess invece esiste solo Jess, in tutte le versioni possibili. Marta, e' italiana, ha 40 anni, e' sposata con uno scozzese e ha una bambina di due anni. Si occupa di Alice come puo' e tutto il tempo che puo', le da' da mangiare alla sera e la tiene a guardare la TV fino a sera tardi in casa sua. Jess e' sempre fuori. E si porta gli uomini in casa. Alice va a scuola da sola alla mattina perche' Jess deve dormire fino all'una di pomeriggio. Dice che e' stanca. Alice non pranza e ha sempre freddo. Jess non lava, non stira, non pulisce, non cucina: dice che non e' una donna di 50 anni fa. Che conosce la parita', che ha i suoi diritti. Quando Marta le chiede perche' non si cerca un lavoro che potrebbe far star meglio sia lei che Alice, Jess le ride in faccia e le risponde. Ma perche' dovrei? A me ci pensa lo stato. Sono ancora giovane. Appena Alice avra' 14 anni faccio un altro figlio, cosi' sono a posto. E questo non e' un caso isolato. Jess vuol fare l'attrice, altre invece vogliono semplicemente bere”

La rabbia
“Come molte donne locali Louise e' severamente in sovrappeso ma ha l’aria fragile. Non ha una corporatura che da' l'idea di forza fisica. Sembra una bambina paffutella e timorosa. Credo sia per questo che è stata presa di mira. Si trovava in un locale di lusso, dove vanno i giovani professionisti della zona, al venerdi' sera. Louise ha i tacchi alti, adora le scarpe, soprattutto quelle di vernice. Mentre andava in bagno deve aver inavvertitamente pestato un piede o urtato qualcuno. Che l'ha seguita fino in bagno dove ha cercato di afferrarla buttando giu' con un calcio la porta del gabinetto in cui si è infilata Louise, per tirarla fuori. Attraverso la porta scardinata, la colpisce in pieno sulla fronte e le fa un taglio profondo che poi richiederà una sutura con diversi punti A causa dello spazio ristretto del gabinetto e della porta di traverso, la ragazza che l'ha attaccata non riesce per fortuna a prenderla, anche perche' Luoise grida. La ragazza scappa, fuori nessuno si e' accorto di niente.
Queste aggressioni sono meno rare di quanto si possa sperare. Tanto che, già qualche anno fa , una rivista femminile aveva messo in guardia le ragazze contro questo tipo di comportamenti e consigliava l'atteggiamento da tenere in caso di pericolo o di minaccia da parte di un'altra donna: scusarsi sempre anche se si ha ragione tendendo le mani in avanti con i palmi aperti e verso l'alto in modo da creare una distanza e non voltare mai le spalle dando l'occasione di essere afferrate per i capelli”

Mobbing al femminile

”Spesso negli uffici sono le donne con qualche potere le piu' crudeli nell'umiliare le altre impiegate, nel metterle in difficolta'. Lara e' una manager, Hannah lavora per lei con un ruolo elevato, "Advisor". Lara coglie ogni occasione per metterla in ridicolo o per farla sentire inadeguata. Una mattina Hannah viene al lavoro con la febbre, tossisce, starnutisce, ha gli occhi lucidi e durante la mattinata vomita. Al pomeriggio chiede di andare a casa prima tanto piu' che dalle 2 alle 5 c'e' una specie di aggiornamento su alcune norme aziendali. Nulla di importante, abbiamo gia' tutti letto il cartaceo. Lara le risponde che se va casa vuol dire che non e' interessata al suo lavoro. Hannah va a casa perche' non si regge in piedi. Lara non le parla per 10 giorni. Lara viene al lavoro alle 7 mattina tutti i giorni (l'ufficio apre alle 9), e trova ridicolo occuparsi del proprio marito e della famiglia (ha 2 figli) "roba da donnette, io voglio ben altro". Non sopporta Hannah perche' ha 3 figli e cerca di essere presente in famiglia piu' che puo'.
(Nota: Lara e' gentilissima con tutti gli uomini dell'ufficio, ma con me (anch’ io lavoro li') e' odiosa. Il perche'? Me l'ha detto (anzi: sibilato), ad una cena aziendale: "le donne devono finirla con le loro cretinerie pietose". Chissa' cosa intendeva...”

Dolci e alcol
“Nei due uffici in cui finora ho lavorato le colleghe non fanno che mangiare dalla mattina alla sera dolci, cioccolato e patatine. L'obesita', i disturbi cardiaci e correlati al diabete sono ormai fuori controllo tanto che il governo sta prendendo provvedimenti per educare la popolazione ad una corretta alimentazione. Molte donne bevono come gli uomini, si ubriacano, si sentono male per strada, cadono e si fanno male.
Alcune ragazze si sentono "al pari di un uomo" e si "offrono" senza evidentemnte comprendere nulla sull'origine del desiderio e dell'attrazione erotica. Nei locali non è difficile assistere alla patetica scena di una ragazza che, attaccata al braccio di qualche giovanotto sconosciuto, lo implora di passare la notte con lei, mentre lui, imbarazzatisimo, cerca di sottrarsi alla stretta. Ma gli uomini, in verità, non scelgono per compagna una che si comporta cosi', neppure qui, un paese del Nord”.

Uomini “alla pari”
“Eppure gli uomini qui sono veramente bravi. Aiutano in casa e spesso fanno di piu' delle donne. Sono bravi mariti e bravi papa' e sono amici rispettosissimi. Quando ero piu' giovane ho condiviso l'appartamento con dei ragazzi e poi con un amico per anni, non mi sono mai trovata a disagio. Generalmente sanno apprezzare la personalita' di una donna e sono piu' fedeli. Ascoltano. Se uno tradisce la moglie o la compagna, generalmente, non trova ne' l'appoggio ne' il compiacimento degli amici. Anzi, direi il contrario”

La fortuna dei SexyShop
Queste donne...”Hanno la possibilita' di lavorare, di avere dei mariti che le aiutano e le sostengono e uno stato che protegge la maternita'. Eppure spesso non mi sembrano contente. In molti casi mi sembrano rabbiose, sole, depresse (tutto quel ingurgitare dolci e cioccolata non e' solo dovuto al clima perche' i riscaldamenti funzionano). E' come se la donna, per acquisire indipendenza, finisse per cadere sempre nello stessa trappola: cerca di diventare uomo, di rinunciare alla propria identita' femminile...
Qui c'e' il negozio di "Anne Summers" proprio sulla via principale. E' tipo SexyShop, vendono indumenti intimi molto ose', completini per traverstimenti, sex toys etc... ed e' un negozio aperto a tutti. E la gente si compra anche quei completini. Tutto diventa un po' grottesco, un po' ridicolo, esagerato. Eppure i grandi assenti sembrano proprio essere la sensualita' e il desiderio”.

lunedì 21 giugno 2010

Lumina et semina di Enrico De Lea (note a margine)


Van Gogh, Il seminatore

Ogni poeta ha la sua musa, non dichiarata magari. La musa che ha ispirato la raccolta inedita (purtroppo) di Enrico de Lea Lumina et semina (in valle d’Agrò) somiglia a una di quelle Madonne nere, dal volto bello ma segnato. Una Madonna della rassegnazione, del latte che scarseggia e va tesaurizzato. Una “Mater dolorosa e fiacca”.
Il poeta fa invece pensare a un Perceval, che tale madre ha abbandonato, portandosi dietro un senso di colpa sottilmente straziante. E insieme alla colpa l’idea che solo lontano dal fiuto infallibile di una simile Era, “impastata notte di carbone e di latte”, vedova di splendore e di stelle, ci si possa sottrarre al richiamo mortale del mondo primordiale, atavico, in cui le cose si muovono solamente in circolo, e non c’è futuro che non sia identico al passato. Tutto ruota qui, intorno all’Omphalos, dove vivi e morti si incrociano senza stupore, salutandosi appena, fugacemente, come conoscenti abituali.
Di questo mondo il poeta è figlio, impietoso come sanno essere i figli, disvelatore di segrete contraddizioni (“scoprire il verminaio sotto il pietrame liscio, ora svelato”) e al contempo carico di colpe ereditate e nuove, ma sempre necessarie, da purificare attraverso il fuoco. “E poi, dilavaci paternamente/ il mestruo del vallone/ a liberarci da ogni colpa”.
Su questa terra “elementare”, dove tutto è "seme", anche la luce; su questa terra bianca, gialla, rossa e nera, aleggia spumosa e leggera l’infanzia, amica gentile di ogni rinascita e di ogni primavera: “Con la scienza capitaria del maggio/all’infanzia del regno floreale/ accadono la costanza dei gelsi/ e una seta del ritorno in vita”. La memoria, da ancestrale, tribale e mitica, si fa lirica e personale. Quasi (ma mai del tutto ) intima.
Le parole, il ritmo e i suoni si adattano via via al rappresentato, assumendone la forma ora cupa, secca, densa, ora pastosa e soffice, luminosa: di una luminosità fuori dal tempo, dolorosa. Alla Van Gogh.
Le scelte lessicali e le complesse, talvolta ardite costruzioni sintattiche si ergono sopra l’umile semplicità del mondo rappresentato, ripendendone però l’ architettura senza vezzi. Questo non è il mondo rurale pascoliano, pieno di rimandi e liquide corrispondenze, ma quello scolpito di un certo Quasimodo, essenziale e senza retorica. Vicino talvolta al Terribile, eco della tragedia.
Perceval sta cercando, come risulta anche nella bella raccolta Ruderi del Tauro (ed. L’arcolaio, 2009), un linguaggio virile, adulto, aspro se necessario, che sappia però farsi vicino alle cose, capace di accarezzarle, senza tradirne le suggestioni. Come se in questo figlio un po’ difficile e brusco, anche la madre saccheggiata e abbandonata possa infine trovare la giusta collocazione e il riposo. Alle madri terribili di questi luoghi sferzati dalla luce e dal vento si rivolge il poeta auspicando "(possa)darvi pace questa nostra dimenticata e confusa voce/ di scaglie petrose/ battenti sul dirupo”. E se la madre è in pace, il figlio, Perceval, è assolto.
Ma il tribunale del cuore, si sa, è implacabile. La sua assoluzione non è mai definitiva. Perché certe colpe sembrano non avere fondo. Pensavi di averne colmato lo squarcio, di aver appianato la superficie, cancellato anche i segni, levigato la cicatrice. E invece c’era un buco in fondo: l’occhio eternamente aperto di un imbuto. Presto il nostro poeta tornerà a scrivere, a cercare nelle parole il farmakon che possa lenire il dolore della sua gente, dei suoi avi, dei morti prima di loro e della terra che tutti li unisce e li stringe. Noi aspettiamo. Anche perché la voce di questa valle bella e tradita, indimenticabile e dura, ce l’abbiamo tutti nell’anima e volentieri ascoltiamo chi “balsamicamente” la intona.
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per leggere i testi, su Rebstein, Lumina et semina e Ruderi del Tauro

sabato 19 giugno 2010

Elogio dell'attesa


Arriva il momento in cui artista si accorge di non sentire più. Le immagini escono ancora dalla sua testa, le mani dipingono, scolpiscono, scrivono...ma la sensibilità non c’è più. Il “cuore che fu sì vivo...più non sente”. L’artista si accorge nemmeno con tanto raccapriccio (che chiede una sensibilità ben desta) che la sua mente è un deserto. Se sforna ancora immagini, soggetti, storie, comunque non lo toccano. Si accorge perfino che qualcosa di dolorosamente meccanico e ripetitivo ha preso il posto della gioiosa scoperta. Da qui il tormento.
Cosa fare in momenti come questi?
La risposta è una sola: attendere. Per poterlo fare occorre accettare il silenzio e il vagabondare ozioso dello spirito, cui l’artista non è abituato, attento com’è a scovare nella realtà ciò che può trasformarsi in soggetto di rappresentazione, e a strapparlo. Altro che limpido occhio dell’artista, altro che veggente! Un autentico saccheggiatore, ecco cos’è diventato. Ha lasciato che la complessità della sua persona coincidesse nell’io che crea e produce consapevolmente: una macchina da lavoro, tutto il contrario di quello che aveva immaginato di sé quando gli si era rivelata la vocazione all’arte.

Saper attendere significa riconoscere all’ispirazione artistica una fonte sostanzialmente “recettiva” dove non è l’artista a trafugare ansiosamente materia rappresentabile, ma è la realtà (visibile o invisibile, soggetta ai sensi o meno) a schiudersi, donandosi. L’artista deve essere attento a prendersi cura di ciò che si dona, a nutrirlo, a crescerlo, consapevole però della gratutità dell’ispirazione. Una gratuità un po’, anche, miracolosa. Sperimentarla significa forse produrre meno, ma creare di più, passare dal livello quantitativo ( a cui l’industria ci ha abituato) a quello qualitativo. Ma significa anche sottrarsi all’inaridimento, al sottile cinismo che spesso perseguita gli artisti. Vivere una vita completa e autentica, una “vita viva”, è indispensabile perché l’arte mantenga una sua spontaneità e non si faccia stanca ripetizione dei soggetti, dei generi, esibizione finalizzata al titillamento dei sensi, allo stupore.
Il coltivatore che raccoglie a sei mesi dalla semina, sa che che quei frutti sono quelli del suo lavoro ma anche della terra. La soddisfazione che prova è intrisa della meravigliosa esperienza del dono, un’esperienza che presuppone l’attesa, premessa della rivelazione e promessa di epifania. Purtroppo oggi noi siamo piuttosto abituati al consumatore che paga, e paga caro, paga tutto. Il senso della gratuità non gli appartiene, di conseguenza neanche quello della gratitudine e, soprattutto, del meraviglioso.
L’artista contemporaneo deve assolutamente sottrarsi allo squallore di questo modo di concepire il lavoro. Riconoscere che non tutto, nel processo della creazione, viene da lui. Che esiste un momento iniziale, l’aurora della creazione, in cui l’iniziativa viene da altrove. Ciò che spetta all’artista, e ciò che lo distingue da altri uomini, è proprio il rendersi recettibile, terreno fertile. Potremmo dire con Jung che l’artista deve esprimere al massimo la sua natura femminile, la sua Anima.Se lo facesse, produrrebbe, forse, in minore quantità, ma una freschezza e una novità impensabili giungerebbero a toccargli il cuore liberandolo dall’aridità cui si è condannato.

lunedì 31 maggio 2010

Il principio di realtà e la coltivazione dell'orto


Il principio di realtà ha bussato alla porta. Il principio di realtà si è, anzi, già accomodato. Ci attende in salotto con lo sguardo freddo e implacabile di un poliziotto deciso a non darci neanche un’opportunità di fuga. Buona notte Marcuse, ora vai a dormire, con i grandi, veri o finti, del passato. E tu sei finto. Perché hai dipinto il principio del piacere come un libero poeta, e il principio di realtà come una guardia (discutibile rivisitazione degli opposti Dioniso-Apollo). E invece il primo senza l’altro non è che uno sfrenato pargoletto che si fa tutto addosso.
Allora preferisco Leopardi. Della contrapposizione tra bellezza e (arido) vero, tra illusione e realtà, ha parlato in tutt’altro modo, con sguardo infinitamente più adulto. Ma era un uomo dell’Ottocento. La società dei consumi non l’aveva smangiato nell’anima. Era un uomo pieno, non quell’involucro vuoto cui si riducono molti fra gli intellettuali del secondo dopoguerra. Pensatori il cui pensiero non ha che d’avvitarsi su su se stesso fino a non riconoscersi più, e a mordersi sul collo. Il pensiero di Marcuse vuole essere rivoluzionario e propina invece gocce oppiacee del più volgare utopismo. E’ l’ideologia portante, la bandiera del consumismo, una concezione del mondo come pura bona dea, da cui attingere, succhiare. Beh, adesso il dio dei tuoni è ricomparso. Minaccioso e scuro riempie tutto il cielo. In mano ha la scure. La solfa, insomma, è cambiata.
Si scopre che il latte della bona dea non è infinito. Si scopre che, mordi e mordi, il sistema economico che abbiamo costruito è arrivato alla coda. E mordere la coda, si sa, fa male. Si scopre che non si può più consumare e che d’altra parte non si può non consumare, perché il consumo è stata la chiave di questa bella dimensione marcusiana, in cui il frizzante principio del piacere avrebbe dovuto stravolgere l’antipatico principio di realtà, raddrizzandono al contempo le storture, prodotti della repressione.
Il problema è grave. Perché negli ultimi cinquant’anni siamo stati progressivamente educati a ravvisare nel consumo e solo nel consumo il piacere. Il piacere che nasce dal misurare e dall’esercitare il potere. E per noi, povere anime, il potere è solo e soltanto quello d’acquisto.
Cosa non è stato venduto, comprato? Cosa non si è trasformato in mercato? Perfino la serenità, che nasce dallo stare per i fatti propri magari con in mano un libro, sotto l’ombra gentile di un albero, accanto a un lieto momormio d’acqua corrente ( e può essere un ruscello, il canale Villoresi, il Ticino, un ragguardevole fiume, ancora il più pulito d’Europa, che nella mia zona abbiamo imparato a chiamare “il mare dei poveri”), perfino la serenità, dicevo, muta nome. Si chiama relax. Lo vendono le agenzie di viaggio, le beauty farms, le saune ecc...tanti bei soldoni. E tutto costa di più sempre di più. Una cosa sfibrante. Ma è che di soldi tutti ne vogliono tanti, per via del potere d’acquisto. Più soldi più potere. E l’elettricista, l’idraulico, l’imbianchino, il salumiere, il falegname....alzano i prezzi. Tanto, sulla via intitolata al principio del piacere (la via di un Dioniso bonaccione democratico, e senza iniziazione; “la via dei matti numero zero”, insomma) ci siamo talmente ubriacati da dimenticarci ogni sapere che possa renderci indipendente dall’acquisto. Troppo orgogliosi di saper discutere di genetica, cellule staminali, big bang, e altre cose difficilissime per stare a imparare come si aggiusta un cassetto o si cambia una guarnizione..
La tecnologia ha provveduto a distaccarci il più possibile dalla realtà materiale della vita, che, come un ineludibile orologio a pendolo, ci ha sempre richiamati alla limitatezza dell’esistenza e del godimento dei beni. L’acqua ora sgorga dai rubinetti e sparisce zitta zitta nelle cavità enigmatiche di una tubatura, in grado di ingoiare con ignara complicità qualsiasi schifezza. Chi più pensa alla fonte cristallina o al fiume che accoglie tanto lordume? Il metano ci avvolge fra le spire di un muto tepore senza nulla dire del viaggio che l’ha condotto faticosamente a noi. Gli alberghi, gli impianti sciistici che non ci raccontano il prezzo pagato in ettari di profumate conifere, dissoluzione di sistemi di vita millenari, di silenzi più antichi dell’uomo..
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Forse la crisi potrebbe riportarci alla genuinità di modi di vivere più tradizionali, alla gioia semplice di chi si gode (quando e fin dove è possibile) la realtà? Un ritorno arcadico alla natura, non è auspicabile?
No. Non è così facile. Perché, se fare i sacrifici significa consumare meno, che ne sarà del nostro mondo, basato interamente sul mercato? E cosa, a noi intossicati fino all’anima dal consumo, potrà dare il piacere che ha dato l’acquisto? Anzi, magari un piacere più integro, privo cioè di quel senso di colpa ( di peccato?) che alle anime belle, o almeno consapevoli, dava l’acquisto, il quale nella società dei consumi assomiglia chissa perché (ma la ragione c’è e potremmo parlarne in un altro post) a un furto.
Una volta i caseggiati popolari garantivano agli inquilini qualche metro quadrato di terra perché chiunque potesse assaggiare la soddisfazione di piantare un po’ d’insalata, magari un arbusto di rosmarino, qualche fiore, studiando i cicli della luna per far meglio. Che soddisfazione il raccolto. E che occasione di incontro quei 10 metri quadrati d’orto, dove magari ci si metteva d’accordo: tu le fragole io le zucchine. Pallidi retaggi di un’economia senza denaro.
Ma che fine hanno fatto quegli orti? Chi ci ha più pensato? Insalata e prezzemolo si trovano già raccolti, lavati e tritati, fra i surgelati. E per qualche ora di svago c’è l’enorme contenitore, il grande grembo, la caricatura della bona dea: il centro commerciale, dove passare interi pomeriggi, acquistando o guardando acquistare (con l’invidia magari dei poveri, e il Marcuse che va su e giù nello stomaco e guasta l’appetito). Quale altro piacere? Dite che ne esiste un altro?

sabato 29 maggio 2010

Cristina Di Bonaventura recensisce Sangue del suo sangue



dal blog Corpi freddi

Biancaneve è stata sette anni in una bara. Però lei dormiva, non se n'è neanche accorta. E poi la bara era di cristallo, se apriva gli occhi vedeva tutto. La mia non è una bara, è una stanza. Ma buia, con i muri sporchi e ragni grossi come rospi. E io non sono Biancaneve non ce la faccio a dormire. Se capita faccio brutti sogni. I miei sogni fanno paura. Chissà se Biancaneve ce li aveva dei sogni così. Secondo me no, altrimenti si svegliava.

Aprite la mente, chiudete in un cassetto la razionalità, la logica le prese di posizione e buttate la chiave. Uscite dagli schemi, lasciate che un infinità di sfumature di grigio prendano il posto del bianco e nero. Tutto questo prima di iniziare a leggere questo libro. Roberta Borsani nel suo primo romanzo, coraggiosamente oserei dire, con uno stile narrativo pulito chiaro e coinvolgente ci porta in una storia “diversa” e ci fa conoscere Manuela, la sensitiva, che mette il suo dono a disposizione delle forze dell'ordine quando nonostante le ricerche, le indagini, l'intervento della scientifica, in nessun modo si è arrivati a trovare una persona scomparsa, nei casi di rapimento, o un corpo, nei casi di occultamento di cadavere, una sorta di ultima spiaggia, un gommone di salvataggio a cui restano aggrappate le speranze di chi fino all'ultimo crede nei miracoli.

Alice e Gretel, due nomi da favola perchè questa è la vita che sognano per loro i genitori, sono sorelle di 8 anni anzi, gemelle, ed è diverso, perchè stare insieme ancora prima di nascere crea un legame speciale. Gretel viene rapita all'uscita dalla palestra, portata via da un uomo in un furgone. Le indagini non portano a niente, non riescono a trovarla, letteralmente sparita. Ad Alice sono venuti dei segni alle caviglie, come se fosse stata incatenata o legata, croste e sangue che sembra non volersi fermare. Come stimmate. Leone, l'ispettore di polizia che lavora al caso ormai da mesi, si rivolge alla sensitiva Manuela, una donna spezzata dall'abbandono del marito e dalla lontananza della sua unica figlia. Lei sola è in grado di capire quello che sta accadendo e riuscire ad accendere la speranza perchè se Alice ha quei segni significa che Gretel è ancora viva. Lei la “sente” la “vede” sa che è così. Questo è solo il primo “segno” della “catena femminile” che si crea tra Gretel, Alice, Manuela, lo strana presenza di Ines fino a Santa Agnese e che farà luce sul caso. Qui gli scettici storceranno la bocca e anche io all'inizio mi sono chiesta cosa stessi leggendo, mi sono fermata un attimo ho chiuso gli occhi ed ho capito che prima di andare avanti dovevo liberarmi di antropologi forensi, serial killer, polizia scientifca, spettrometri di massa, mi sono lasciata ad andare e Manuela mi ha portata nel suo mondo dove, normale, paranormale e mistico sembrano essere un unica realtà, mi ha fatto vedere tutto questo con i suoi occhi. E mi è piaciuto.

giovedì 13 maggio 2010

Sangue del suo sangue - Un reading



Venerdì 14 maggio, ore 21,

a Pogliano Milanese, presso Sala del Consiglio

giovedì 6 maggio 2010

Le radici della poesia. Renée Vivien.


immagine qui

E’ l’opera d’arte, si dice e si crive, che conta. L’artista, invece, è accidentale. Materia grezza , con quel tanto di casuale e irriducibile all’universale, che va grattato via. Posizione condivisibile (l’opera vive e respira di vita autonoma), ma solo dopo aver distinto cosa dell’autore va gettato, cosa al contrario nutre e scalda l’universale, strappandolo alla sua algida bellezza.
Mi è venuto in mente a proposito di Renée Vivien, intrigante poetessa nata nel 1877 e morta all’età di soli trentadue anni, di cui riporto qui alcuni versi fascinosi:

Roses du soir
("Evocations", 1903)
Des roses sur la mer, des roses dans le soir,
Et toi qui viens de loin, les mains lourdes de roses !
J'aspire ta beauté. Le couchant fait pleuvoir
Ses fines cendres d'or et ses poussières roses...

Des roses sur la mer, des roses dans le soir.

Un songe évocateur tient mes paupières closes.
J'attends, ne sachant trop ce que j'attends en vain,
Devant la mer pareille aux boucliers d'airain,
Et te voici venue en m'apportant des roses...

Ô roses dans le ciel et le soir ! Ô mes roses !

(Rose sul mare,rose nella sera/tu che vieni da lontano,le mani cariche di rose!/ Aspiro la tua bellezza. Il tramonto fa piovere le fini ceneri d'oro e le polveri rosa//Rose sul mare, Rose nella sera//Un sogno evocatore tiene le mie palpebre chiuse/ Io attendo, senza ben sapere cosa attendo invano,/ davanti al mare simile a una distesa di scudi di bronzo,/ ed ecco sei qui, giunta a recarmi le rose...//O rose nel cielo e nella sera! O mie rose!)

Parole dolcissime, musicali, di cui si coglie un profondo desiderio di abbandono e di assoluto, di vibrante ricerca, di libertà.
Una poesia diversa questa da molte altre sue, nate all’insegna del maledettismo, in perfetto stile Verlaine, intrise di un’ avvelenata tanatologia che sottintende una esperienza della vita sofferta e malata. Poesie talvolta convenzionali, meno autentiche di questa che ho riportato, dolce e sensuale, che parla dell’amore e dell’incontro, come dell’immersione in una nube onirica di fragranza, in cui si annuncia un "Tu" venuto “da lontano” (l’”amore di terra lontana” della poesia trobadorica, metafora della trascendenza), ricco di doni lievi, da aspirare (“aspiro la tua bellezza”)in quel non luogo che è l’anima sognante, celata alla vista, interna (“Un sogno evocatore tiene chiuse le mie palpebre”).
Lo spirito che si esprime attraverso questi versi mi pare aspirare a ben oltre che all’amplesso e all’unione dei corpi. Mi pare che qui ci sia qualcuno che, incalzato dalla vita spinosa, dalla vita-morte, voglia “mangiare”, gustare l’assoluto prima che sia troppo tardi. Un' immagine di voluttuoso asservimento all’amore come quello di Beatrice che mangia, benché “dubitosamente” (non senza resistenza e quasi si trattasse di un sacrificio), il cuore di Dante offertole da Amore.
La poesia di Renée Vivien è sì sensuale, talvolta in modo ossessivo e disperato. Ma, nella sua sensualità, il corpo si presenta sempre e comunque in un aspetto duplice di oggetto del desiderio e di limite. Bramato e odiato in quanto esasperante nella sua rotondità (femminile) percepita senza finestre, senza vie di uscita. E, per questo, a volte maltrattato, magari oniricamente. Picchiato, azzannato, segnato di lividi come marchi di infamia (“...sur le cou, pareil à quelche tige morte,/Blêmit la marque verte et sinistre des doigts.”, da Désir)
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Insomma la poesia della Vivien mi parla di un’anima che vive con affanno il desiderio, tra attrazione e rabbioso rifiuto, tra Eros e Thanatos. Un’anima affamata fin nella radice: di cosa? Qualcosa che forse si nasconde, come una perla essenziale, nella carne, ma che il corpo, grave e rotondo, copre. Qualcosa come il cuore di Dante, che si fa mangiare, sazia, e non appesantisce. Qualcosa che fa rimanere leggeri, anzi rende leggeri. Un cuore che può essere solo offerto e non si prende, non si ruba, non si possiede. Solo un principio spirituale può donarlo, chiedendo in cambio (per essere mangiato e goduto) un percorso iniziatico (il “dubitosamente”, di chi ancora deve apprendere le vie dell’amore).

Leggo la biografia di Renée. Una vita all’insegna della trasgressione, durante la quale la giovane poetessa, di origini anglo-americane, non ha fatto mistero della sua omosessualità, manifestandola perfino con una certa grazia e signorile menefreghismo nei confronti dei benpensanti. Del resto, l’amore saffico veniva facilmente tollerato negli ambienti parigini (meno ben disposto nei riguardi dell’omosessualità maschile), eppure Renée non era felice, tant’è che fu vittima di diversi disturbi comportamentali e patologie di origine psicologica: episodi anoressici, con punte di assoluto digiuno che la segnarono pesantemente, e abuso di alcolici. Tentò anche il suicidio, ingerendo una dose eccessiva di laudano. Si racconta che si distese sul divano con un mazzolino di violette, fiore che amava moltissimo (fiore simbolico in cui sensualità e purezza, bellezza e lutto, si sposano), sul cuore. Sopravvisse, ma morì circa un anno più tardi, a causa di una pleurite, contratta in una situazione di grave debilitazione, conseguenza appunto degli abituali digiuni e delle cattive abitudini.

La biografia di Renèe, è stata illuminante, per comprendere meglio i suoi scritti: la singola poesia, ma ancora di più l’opera nel suo complesso. Per amarla anche nei momenti esteticamente meno riusciti. Il valore artistico di un’opera si percepisce e si capisce a prescindere dalla figura soggettiva dell’artista. Ma, per coglierne completamente la forza originaria e la potenza espressiva, bisogna sentire l’anima che sta dietro. Un’anima che si dà nell’istante come spirito, ma che come anima è storia. Quest’anima non è casuale o accidentale. La sua natura soggettiva è quella della persona, non quella inintelleggibile, oscura e ed effimera delle circostanze. Per me capire un’opera significa sentirla nascere, staccarsi come forma dal tessuto luminoso, vivo e palpitante che la genera (con tutto il dolore che è connesso all’atto del generare). Ogni opera “nata” dal “sogno evocatore” dell’artista, di quest'ultimo evoca a sua volta, e per sempre, la presenza.
Riflettere su Roses du soir, e pensare all’allegoria dantesca del cuore (pensare quindi a Beatrice che del cuore ciba), scoprendo in seguito che Renée Vivien ha vissuto in maniera così problematica la sua relazione con il corpo e con il cibo, è stato per me fonte di commosso stupore. Renée appare come una donna dagli appetiti talmente profondi e complessi da non potersi saziare. Timorosa anche di doversi nutrire di un cibo che punisce il corpo impegnandolo più del necessario con la terrestrità della vita. Certo, il fatto che fosse lesbica ha il suo significato, ma non va enfatizzato al punto da ritenerlo l’elemento più caratterizzante. Trasformare Renée, e la complessità del suo mondo interiore, tra cadute e rinascite, aspirazioni alla vita e istinti di morte, in un’icona gay, è fuorviante e ci fa perdere lo specifico di questa poetessa. Non trasformiamola in una bandiera. Le bandiere hanno una vita limitata, che Renée non merita: senza radici, basta un colpo di vento a farle cadere. La persona invece è eterna. E la persona in questo caso è sofferente, fragile, prigioniera forse di ruoli e maschere di trasgressione, nelle quali la si vorrebbe ancora imprigionare. Proprio lei, che per tutta la vita, talvolta maldestramente, ha cercato la libertà, accettando le conseguenze più oscure e fatali che una tale recherche porta con sé!
Se anche non fosse stata omosessuale, Renée avrebbe vissuto con enorme fatica il suo rapporto con il corpo femminile e con la realtà, cui chiedeva "altro". E ugualmente avrebbe cercato l’estasi, l’unione con l’assoluto, con un cuore spirituale mangiabile che non si sottrae mai alla bocca affamata ma non per questo cerca di legarla a sé, soffocandola tra le sue fibre soffici. Renée era disposta a ricorrere all’alcol o a qualunque altra cosa (anche la morte) le permettesse di gioire dell’esperienza estatica, rimanendo però leggera e libera. Sicuramente qualcosa della femminiltà la angosciava: l’idea che il corpo potesse sfuggire al controllo dello spirito, piegandosi alle leggi meccaniche della materia e pagare il fio degli appetiti. Il pericolo di un corpo “umiliato” dalla gravidanza veniva scongiurato dall’amore gay, che la preservava da certi “pesi”. Ma rimanevano appetiti più basilari, elementari, dalla cui soddisfazione dipende la vita.
Purtroppo alla Vivien è mancata l’esperienza di un percorso iniziatico che potesse condurla là, dove voleva, benché nessuno possa escludere che la sua esistenza, ai nostri occhi irrimediabilmente compromessa da una morte precoce, sia stata in sostanza un’iniziazione estrema.
Prima di morire Renée è passata attraverso una crisi religiosa, come si ricava dai suoi versi, in cui si fa riferimento a un’esperienza mistica e compare il Divino: “Tu m’as fait partager ton essence divine/.../Et tu m’as emportée au fond même du ciel, /O toi que l’on adore, ô l’Etre Essentiel !” (da Essentielle, inserita nella raccolta "Dans un coin de violettes", 1910).
Sarebbe bello sapere con esattezza se davvero le cose andarono così; quali sentimenti nel frattempo erano mutati in lei e nella sua poesia. Non certo perché ci stia a cuore l’immagine della pecorella smarrita che torna all’ovile (pare che la conversione l'abbia avvicinata al cristianesimo), ma per sapere se alla fine la sua mente affamata ha saputo incontrare e riconoscere il cuore a lei destinato. Quello da mangiare, che non necessariamente costringe dentro i confini di un corpo femminile, vissuto come “imprigionante”.
Dotata di una propensione un po’ onirica al misticismo, Renée Vivien è poetessa della libertà. Una libertà inseguita anche equivocando e sbagliando, dissipando magari le parti migliori di sé. Ma chi non l’ha mai fatto, chi non ha mai disperato, ha capito ben poco. Vero che certa disperazione spetta solo alle anime grandi.

Di questa donna potente e fragile, rimanga, insieme ai versi, l’immagine delicata e tenace, della sua figura distesa sul divano, in attesa della morte (nell’ora terribile del suicidio), con le violette sul cuore: la parte sentita come viva ed essenziale. Perchè qualcuno (un amor de lonh magari) lo trovasse e lo amasse. Perché qualcuno forse desiderasse mangiarne. Oggi, io spero di averne assaggiato un pezzo piccolo piccolo..