martedì 26 gennaio 2010

Salomè e il sacrificio della verità


L’episodio narrato nei Vangeli di Marco e Matteo, che culmina nella decapitazione di Giovanni Battista, è piuttosto noto.
Salomè è la principessa giudaica figlia di Erode Filippo e di Erodiade. Quest’ultima ha però preferito al marito il cognato Erode Antipa, con il quale condivide uno stile di vita molto dissoluto. A stigmatizzarne il comportamento è Giovanni Battista, “voce di uno che grida nel deserto”, la cui missione evidentemente è quella di richiamare gli uomini alla verità e alla conversione.
Irritata dall’intransigenza irriverente di Giovanni, la giovanissima Salomè decide di vendicare la madre domandando allo zio Erode Antipa la testa del Battista. Lo zio, che Salomè ha appena deliziato ( e sedotto) con una danza, non dirà di no. Il profeta subirà pertanto la decapitazione e la sua testa verrà offerta alla ragazza sopra un vassoio.
Ricordo che da bambina la figura di Salomè (che però nei Vangeli non viene mai nominata) mi lasciava perplessa. Catechisti e insegnanti vi sorvolavano senza approfondire. Immagine di femminilità troppo inquietante per poter essere giudicata facilmente, sulla base dei soliti criteri che si mettono a disposizione dei ragazzini.
Erode era il cattivo, l’orco del vangelo, il mangiatore di bambini. Ma Salomè era ancora una fanciulla, bella, piena di grazia all’apparenza, abile nella danza. Precocemente dotata di capacità seduttive, assorbite certo dalla madre, che con tanta noncuranza era passata dal marito al cognato. Salomè seduce con la danza lo zio, e l’episodio vibra di morbosità. Troppo difficile da leggere e interpretare per un bambino.
Salomé ha ispirato l’arte, la letteratura e il cinema. L’archetipo di cui incarna l’essenza è quello della femme fatale: vedova nera in erba, ma anche vittima della riduzione dell’essere femminile a corpo. Il corpo che Salomè dispiega nel fascino perverso delle sue più intime sonorità, corpo in cui lo spirito non abita ma di cui lo spirito si serve a fini malvagi.
Io però preferisco vedere in Salomè una metafora dell’uomo impietrito nel peccato, ostile alla verità e alla giovinezza dello spirito. Posto di fronte alla consapevolezza del proprio male, preferisce chiudere gli occhi e annullare semplicemente la luce che gli rivela la verità nuda e cruda sulla sua essenza. Salomè è il lato femminile di Erode, che non si limita a commettere ingiustizia, vuole anche la testa del profeta: vuole chiudere la bocca alla verità da cui si sente giudicato.
Ho pensato a Salomè qualche giorno fa. Con un certo imbarazzo ho assistito ad una conversazione tra un uomo e una donna che si raccontavano le loro storie personali, intessute di meschinità, abbandoni, tradimenti, cinismi di ogni tipo e fallimenti, come se fossero storie di successo. Vite di uomini illustri, tesi a inseguire il proprio piacere e incuranti del prossimo.
Io non ero certo disorientata dalla gravità degli errori o dalle colpe, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Mi scandalizzava il modo in cui questi soggetti si erano sottratti a ogni giudizio di verità costruendosi ad hoc ideologie personali che liquidavano la sofferenza abbondantemente seminata con un’alzata di spalle. Giustificandola addirittura come una manifestazione di libertà.
Ci sono uomini, che sotto l’impulso di forti vizi, brutte inclinazioni, dipendenze da droghe, alcol... potrebbero commettere ogni infamia. Ma da “peccatori”, con l’umiltà di riconoscere la propria pochezza. Come quei condannati a morte che in epoca medievale prima di essere giustiziati commuovevano i presenti (riuniti, ahimè, intorno al patibolo per assistere all’esecuzione e trarne i giusti insegnamenti) raccontando i propri errori e proponendo se stessi come modelli negativi da non seguire. Di uno si dice che infine abbracciò il suo boia, chiamandolo fratello e commuovendolo fino alle lacrime.
Il rifiuto della verità, la fuga nell’ideologia che falsifica la realtà e riabilita la colpa, è una tentazione a cui lo spirito umano è fatalmente soggetto. Ma è lo spirito del tempo che può combatterla o incentivarla. Negli ultimi trent’anni quasi tutto della cultura in cui viviamo ci spinge a trascurare le ragioni del prossimo (e il prossimo è quello appunto che ci vive accanto, ci limita, ci provoca) scegliendo il proprio tornaconto. Cercando tutt’al più di evitare le spiacevoli conseguenze di una vita trascorsa a inseguire il successo o il piacere, camminando sulla testa degli altri.
Potremmo dire che questa è l’era di Salomè. L’era delle ideologie, non le grandi ideologie del passato. Le ideologie ad personam delle epoche di riflusso.
Certo la figura di Salomè è più complessa. La sua ambigua bellezza, unitamente alla grazia della danza in cui si esibisce, fanno pensare anche alla natura del bello e alla funzione dell’arte. Quando il bello prende le distanze dal bene e l’arte diviene semplice magia, seduzione, è un momento terribile.
Molte cose si potrebbero dire insomma a proposito di Salomè, e forse le dirò più avanti, in un altro post.

venerdì 15 gennaio 2010

Dolcezza della solitudine e abbandono



Solitudine è una parola strana, dolce e triste al tempo stesso.
Di solitudine si può soffire, e, in certi casi, perfino morire. Quando sconfina nell’abbandono, nel disamore e nel disprezzo che gli altri ci soffiano addosso. Allora un sentimento di inutilità ci afferra, la disistima ci annienta, generando uno stato depressivo che può sollecitare un atto grave e insano come il suicidio. Il più delle volte però l’effetto è insidioso, difficile da leggere. E’ un rendere “disponibili alla morte” che può essere confuso facilmente con una fatale malattia o un casuale incidente.
Qualche sera fa, a Napoli, un clochard di origine marocchina è morto nelle vie del centro per assideramento. Un gruppo di giovinastri l’aveva gettato completamente vestito nell’acqua fredda di una fontana, lasciandolo poi, con una temperatura prossima allo zero, in compagnia dei suoi soli brividi, a morire. Lui, docile come un agnello, ha obbedito. Perché non avrebbe dovuto?

La solitudine è però anche la zolla madida di brina, il muschio vellutato del bosco, il canneto vitale in cui nasce e si moltiplica l’eco del nostro sentire, l’ombrosa cavità della riflessione, l’intelligenza meditativa affamata di silenzio e di sale vuote.
La grande poesia si nutre di solitudine, e forse per questo i versi di maggiore bellezza Leopardi li ha scritti a Recanati, “natio borgo selvaggio” in cui il poeta gode e soffre la condizione di escluso. Appena può la fugge, non è un masochista, ma ne è tutto impregnato e qualsiasi parola tracci sulla carta, qualsiasi immagine evochi, solleva al tempo stesso un corteggio di risonanze covate in una solitudine quasi monastica. Ma Leopardi è solo un esempio.

C’è una cosa che non andrebbe mai fatta in solitudine: mangiare. Non so esattamente perché ma è così. Forse la memoria ancestrale di un momento che ha in sé qualcosa di rituale, di comunitario. Perché mangiare sottende un distruggere, un uccidere, tagliare o smembrare (natura vegetale o animale) che rende impossibile ridurre l’atto del nutrirsi al mero consumare. Forse mangiare impegna fino a tal punto il corpo a farsi partecipe della carne del mondo da richiedere il coinvolgimento totale del noi in cui ci si incontra e ci si riconosce fratelli. Forse mangiare e basta, rimanendo soli e muti davanti alla tavola apparecchiata, ci getta in braccio alla sproporzione tra cultura ( fatta di simboli) e natura.
Penso a quei giovani africani che a Rosarno raccoglievano agrumi e che di soli agrumi venivano nutriti. Ne ho visto uno ieri sera, in tivù: aveva le dita, il palmo delle mani e le sclere degli occhi dello stesso colore dei frutti...Nessuno fra i suoi datori di lavoro si preoccupava di portargli del cibo (un cibo da cristiani: lavorato e cotto, come la pasta, il pane) perché potesse gioire non solo dei piaceri della tavola ma anche della amicizia del dono. Lui e i suoi compagni sono stati affidati alla sola natura. Semplici uomini della raccolta, indegni perfino del fuoco ( e perciò della cucina, che è civiltà, cultura). Schiavi da riconsegnare a raccolta finita e senza cerimonie alla crudezza del Paleolitico.