venerdì 15 gennaio 2010

Dolcezza della solitudine e abbandono



Solitudine è una parola strana, dolce e triste al tempo stesso.
Di solitudine si può soffire, e, in certi casi, perfino morire. Quando sconfina nell’abbandono, nel disamore e nel disprezzo che gli altri ci soffiano addosso. Allora un sentimento di inutilità ci afferra, la disistima ci annienta, generando uno stato depressivo che può sollecitare un atto grave e insano come il suicidio. Il più delle volte però l’effetto è insidioso, difficile da leggere. E’ un rendere “disponibili alla morte” che può essere confuso facilmente con una fatale malattia o un casuale incidente.
Qualche sera fa, a Napoli, un clochard di origine marocchina è morto nelle vie del centro per assideramento. Un gruppo di giovinastri l’aveva gettato completamente vestito nell’acqua fredda di una fontana, lasciandolo poi, con una temperatura prossima allo zero, in compagnia dei suoi soli brividi, a morire. Lui, docile come un agnello, ha obbedito. Perché non avrebbe dovuto?

La solitudine è però anche la zolla madida di brina, il muschio vellutato del bosco, il canneto vitale in cui nasce e si moltiplica l’eco del nostro sentire, l’ombrosa cavità della riflessione, l’intelligenza meditativa affamata di silenzio e di sale vuote.
La grande poesia si nutre di solitudine, e forse per questo i versi di maggiore bellezza Leopardi li ha scritti a Recanati, “natio borgo selvaggio” in cui il poeta gode e soffre la condizione di escluso. Appena può la fugge, non è un masochista, ma ne è tutto impregnato e qualsiasi parola tracci sulla carta, qualsiasi immagine evochi, solleva al tempo stesso un corteggio di risonanze covate in una solitudine quasi monastica. Ma Leopardi è solo un esempio.

C’è una cosa che non andrebbe mai fatta in solitudine: mangiare. Non so esattamente perché ma è così. Forse la memoria ancestrale di un momento che ha in sé qualcosa di rituale, di comunitario. Perché mangiare sottende un distruggere, un uccidere, tagliare o smembrare (natura vegetale o animale) che rende impossibile ridurre l’atto del nutrirsi al mero consumare. Forse mangiare impegna fino a tal punto il corpo a farsi partecipe della carne del mondo da richiedere il coinvolgimento totale del noi in cui ci si incontra e ci si riconosce fratelli. Forse mangiare e basta, rimanendo soli e muti davanti alla tavola apparecchiata, ci getta in braccio alla sproporzione tra cultura ( fatta di simboli) e natura.
Penso a quei giovani africani che a Rosarno raccoglievano agrumi e che di soli agrumi venivano nutriti. Ne ho visto uno ieri sera, in tivù: aveva le dita, il palmo delle mani e le sclere degli occhi dello stesso colore dei frutti...Nessuno fra i suoi datori di lavoro si preoccupava di portargli del cibo (un cibo da cristiani: lavorato e cotto, come la pasta, il pane) perché potesse gioire non solo dei piaceri della tavola ma anche della amicizia del dono. Lui e i suoi compagni sono stati affidati alla sola natura. Semplici uomini della raccolta, indegni perfino del fuoco ( e perciò della cucina, che è civiltà, cultura). Schiavi da riconsegnare a raccolta finita e senza cerimonie alla crudezza del Paleolitico.

2 commenti:

  1. ma Roberta tu che pensi di quello che è successo a Rosarno? io non sono convinto della spiegazione materialista (reazione a condizioni inumane, aggravate dalle aggressioni)

    da

    RispondiElimina
  2. però non credo neanche in uno scontro di civiltà.Credo che a Rosarno gli immigrati si siano trovati davanti a un mondo ancora dominato dalla legge tribale dei clan (quello da cui i più fuggivano), un mondo "esclusivo" dal quale loro sono appunto esclusi in linea di principio. Un mondo complicato dall'esistenza di organizzazioni illegali o comunque criptiche nella loro struttura e nelle loro finalità (mafia e massoneria). Forse gli immigrati sono stati vittime di uno scambio di favori tra gruppi mafiosi che si sono accordati per sostituire manodopera di origne africana con altra di diversa provenienza. E loro hanno reagito con la disperazione e la rabbia di chi non ha niente da perdere, rivivendo i tempi del peggiore razzismo (12 ore di lavoro senza un pasto caldo, e questo non in una fredda e anonima metropoli ma in un paese come Rosarno, ancora legato a un sistema tradizionale di vita).

    RispondiElimina