domenica 21 febbraio 2010

"Sangue del suo sangue", cap I

I
Biancaneve è stata sette anni in una bara.
Però lei dormiva, non se n’è neanche accorta.
E poi la bara era di cristallo, se apriva gli occhi vedeva tutto.
La mia non è una bara, è una stanza. Ma buia, coi muri sporchi e ragni grossi come rospi. E io non sono Biancaneve, non ce la faccio a dormire. Se capita faccio dei brutti sogni. dentro c’è sempre lui. Lui, e il gridare cattivo di quelle papere grosse, grigie e verdi. Le ho viste di sfuggita una volta. Trascinano la coda, non è vero che fanno la ruota.
I miei sogni fanno paura. Chissà se Biancaneve ce li aveva dei sogni così. Secondo me no, altrimenti si svegliava.
Sono stufa di respirare l’aria della stanza. È piena del suo alito.
Gliel’ho detto che non mi piace. Dice che non riesce a digerire. Per forza, mangia schifezze. E le dà anche a me. Mammina non vuole che si mangino quelle cose. Fanno diventare brutti. E infatti lui è brutto. Con le mani coperte di peli e le labbra grosse. Però non è verde. Mammina dice che le patatine del sacchetto fanno diventare verdi. Lui è grigio. Ma anche un po’ giallo. Giallino. Come la paglia. E ha le mani fredde. Fortuna che non mi tocca mai.
“Prima devi diventare una principessa. Dopo ti sposo.”
Io non voglio diventare una principessa, e neanche sposarmi. Quando torno a casa voglio stare con la mamma. Per sempre.
C’è una cosa che mi piacerebbe, più di tutto: diventare una fata.
Qualcosa con le ali, che non sia un uccello. Gli uccelli hanno gli occhi piccoli e cattivi. Passano attraverso la rete della finestra rotta e poi gridano. Sporcano, fanno schifo. Prima non mi sembrava. Avevo dei pappagallini verdi, erano belli.
Quando avrò le ali volerò via attraverso la rete rotta. Tornerò a casa e aprirò la gabbia dei pappagalli. Fa niente se mia sorella piange. Glielo spiego che nessuno deve stare chiuso dentro. Neanche gli uccelli. Anche se sporcano.
La scala scricchiola.
Faccio finta di dormire.
Arriva. Arriva.


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mercoledì 17 febbraio 2010

"Sangue del suo sangue", il mio primo romanzo



Giovedì 18 febbraio esce in libreria Sangue del suo sangue (ed. Alacran), il mio primo romanzo. E' un mistery in cui elementi paranormali e perfino mistici si innestano su un impianto narrativo realistico.

Toscana, un pomeriggio qualunque: Gretel, una bambina di 8 anni, al rientro dalla palestra viene rapita da uno sconosciuto. Mesi dopo, sulle caviglie di Alice, la gemella, compaiono come stimmate segni di catene. Come è possibile? Per “simpatia”, dice qualcuno: un fenomeno che si verifica spesso tra gemelli. Ma questo significa che Gretel, che tutti danno per morta, è ancora viva. È chiaro che i tradizionali metodi di investigazione non bastano. Così Leone, ispettore dalla mente aperta, si rivolge all’amica sensitiva che già in passato ha collaborato con la polizia. Manuela è una donna ferita, che sta lottando per uscire dalla depressione, ma si lascia coinvolgere. Forse per curiosità o per senso di giustizia. Forse perché l’amicizia con Leone sta diventando qualcos’altro. Ma l’elemento che risulterà decisivo per la soluzione del caso è il legame spirituale, la “catena femminile” che si crea fra Manuela, Gretel e Alice, Ines, misteriosa presenza-guida, fino alla mistica medievale santa Agnese, relegando gli uomini a una funzione secondaria, quasi di manovalanza.

giovedì 11 febbraio 2010

Amore e tradimento nei giorni del web


San Valentino, e la società dei consumi è in fibrillazione. Gli scaffali dei supermercati sono invasi da scatole di cioccolatini a forma di cuore, romantici pupazzi e ciondolini, mentre piovono le offerte delle agenzie di viaggio che propongono intriganti fine settimana a prezzi stracciati. San Valentino si infila insomma la maschera di Santa Claus e si mette al lavoro.
Intanto però amori trentennali naufragano (aumentati vertiginosamente, secondo le statistiche, i divorzi tra coniugi super collaudati), le coppie si sfasciano. A contribuire in maniera sempre più sostanziosa al fallimento, sono proprio i social network e in generale le tecnologie (cellulari compresi) nate per facilitare la vita di relazione e la comunicazione. La sveglia l’ha data uno studio legale britannico, in particolare il titolare Mark Keenan,il quale recentemente ha dichiarato che già il 20 per cento delle cause di divorzio ha come motivo principale il Social Network Facebook (quasi 1000 casi su 5000 richieste di divorzio). In queste cause la richiesta di separazione avanzata da un coniuge viene motivata con il tradimento “virtuale” perpetrato dall’altro coniuge. Tradimento “virtuale” finché si vuole ma capace di infliggere ferite brucianti che possono diventare mortali.
Facile affermare che un matrimonio incapace di reggere l’urto di un tradimento virtuale è evidentemente troppo poco solido. Sbagliato. Pare che non pochi siano i casi in cui il legame tra i coniugi o i conviventi spezzato dal web, vantasse una buona solidità. Buona però, non ottima. Il desiderio di avventura alberga sempre nel cuore di uomini e donne, soprattutto in quello dell'attuale generazione di adulti : narcisisti delusi nei loro sogni utopistici generazionali. Sogni ipernutriti negli anni tra i sessanta e gli ottanta e in seguito, a partire dai tempi della "Milano da bere", spediti con un bel calcio all’inferno.
Tradire però non è facile, ci vuole iniziativa, accettazione dei rischi. Non molti alla fine osano avventurarsi sul percorso pieno di insidie, incertezze, tranelli, di una relazione adulterina, soprattutto se di lunga durata. Ma se il cammino è quello virtuale del web, allora è diverso. Non sembra neanche un tradimento, assomiglia piuttosto a quelle cose adolescenziali fatte di intimità suggerite e mai concluse, di parole scontate ( Solo tu mi sai capire, con te mi sembra di rinascere...). Piene di vie d’uscita.
E invece....invece il tradimento virtuale ferisce forse più in profondità di quello tradizionale. Innanzi tutto perché chi scopre il tradimento generalmente non lo viene a sapere dall’amico, ma si trova le prove del tradimento sotto il naso. Scritte sul Web o sul display del cellulare, incise per sempre negli occhi e nel cuore: ogni parola è un rintocco di campana che suona a morto. Il vecchio compagno di vita diventa, o si sente diventare, un giocattolo rotto. Da buttare. Il fedifrago virtuale scoperto a questo punto ha due possibilità: difendere lo spazio del proprio narcisismo, magari con la scusa della privacy, protestare l'innocenza di rapporti che nulla hanno di carnale, oppure fare ammenda, prendendo consapevolezza della cinica superficialità del proprio vivere, e mollare modalità involute di relazionarsi. Ciò significa: disintossicarsi (da facebook, da Bebo, ma anche dall'indiscrezione di skype...) e riscoprire la vita. Se l'adultero ne ha ancora la forza, ovviamente, e la capacità. Perché il web asciuga. Abitua a rapporti senza odore. Mi viene in mente il non olet di Vesapasiano: "il denaro guadagnato dal commercio di urina, caro Tito, non puzza. Non olet".
Vuoi vedere che è cominciato tutto da lì? Dalla riduzione della materia di scarto in denaro. Forse anche noi, per chi gestisce il gioco nella stanza dei bottoni (ma esiste? o tutto scaturisce da un selvaggio disordinato intrecciarsi di appetiti voraci...), siamo materia di scarto. I nostri amori trentennali, i nostri figli, le nostre storie faticosamente costruite, sono materia di scarto da tradurre in profitto. I single, ovvio, consumano di più del singolo membro di una famiglia. Viaggiano di più, comprano di più: ciascuno ha un’auto, un frigorifero, un mutuo acceso per l’acquisto di una casa... Distruggere le comunità naturali come la famiglia aumenta i consumi. E il web dà la sua mano, come una brava bestia obbediente, a chi da tutto il sistema ci guadagna. E anche le persone obbediscono: anche loro buone bestie. Si innamorano sul network, sostituendo (ma virtualmente!) il coniuge che li ha amati nei momenti difficili, magari li ha assistiti quando erano malati, soli, in crisi...con una forma vuota, un nome. O magari una persona conosciuta nel presente o nel passato ma comunque incontrata e penetrata nella sua esibita intimità grazie ad internet. L’amore ridotto allo strusciarsi tenero di due scoiattolini che stanno vicini finché dura l’inverno. Cip e Ciop. Questo è san Valentino, una festa nata male, figlia del consumismo avanzato (potremmo dire marcio?). Scusate se non partecipo.
Per festeggiare il dolce Eros, suscitatore di belle fantasie, speranze, desideri, preferisco aspettare san Benedetto, con il suo corteggio svolazzante di rondini: leggere, celesti, fedeli...una garanzia di eternità.

venerdì 5 febbraio 2010

Il cattivo Platonismo delle Corporazioni


Il nostro stile di vita ha subito negli ultimi trent’anni cambiamenti radicali, difficili da accettare e da assimilare. Soprattutto i romantici, i contemplativi, gli amanti delle tradizioni e della natura, hanno faticato ad adattarsi. E i più fragili in qualche modo hanno “pagato” i grandi cambiamenti, il disagio sofferto da intere generazioni. Penso all’emergere delle molte tendenze autodistruttive: ai morti per droga, ai suicidi che sono andati sempre aumentando, alle depressioni...
Oggi ho rivisto The Corporation( film documentario canadese di Mark Achbar e Jennifer Abbott, tratto dal libro di Joel Bakan), e ho riflettuto. Ho riflettuto soprattutto su come le multinazionali hanno saputo infiltrarsi nel nostro vissuto intimo, quotidiano, nella nostra mente perfino, suscitando dentro di noi desideri e interessi che poi si sono tradotti in acquisti e dipendenze. Le Corporazioni (trattiamole pure come persone, visto che in America, come spiega il film, hanno ottenuto il riconoscimento di personalità giuridiche) sono passate attraverso la nostra anima per ottenere il controllo dei bisogni che poi ci hanno fatto diventare soggetti attivi di un certo sistema economico. Le Corporazioni sono intelligenti: non condividono il grossolano materialismo del mercante che troppo scopertamente, nel reclamizzare i propri prodotti, si appella alle esigenze materiali del semplice benessere. Le Corporazioni sanno riconoscere le manifestazioni dello spirito umano, le aspirazioni alla bellezza e all’amore che vi albergano, e le usano. Prima di spingere il consumatore all’acquisto dell’ultima meraviglia tecnologica, ma anche di un banale prodotto alimentare (una marca di gelato, di birra...), lo catturano nelle luminose sfere dell’archetipo. Immagini (o forse dovremmo dire visioni) di esistenze meravigliose, sorridenti e felici, sovrannaturali nella loro perfezione, avvincono il cuore dell’ individuo cui si rivolgono e poi, con un gioco di analogie e associazioni, lo legano al prodotto da acquistare: il motorino, il liquore, il cellulare...
E’ come se le Corporazioni, approfittando della crisi delle religioni confessionali (e incentivandola), avessero voluto sostituirsi alle figure che tradizionalmente mediano tra l’umano e il divino, assumendo su di sé il ruolo del pontefice, e facendo appunto da ponte tra l’umano e l’archetipo.
Con alcune importanti differenze. Il divino è stata negato nella sua trascendenza e proposto piuttosto come archetipo imitabile, mai tanto lontano da non essere raggiungibile (modificando stile di vita e consumi): modello che chiunque, potenzialmente, è in grado di incarnare. Se non lo farà (se non diventerà sufficientemente bello, elegante, ricco, affascinante...), dovrà sentirsi in difetto, insufficiente, immeritevole e oggetto di tutto l’aristocratico disprezzo di chi invece “ce l’ha fatta” (magari con dei costi, in termini di umanità, altissimi: penso alle modelle pelle-ossa, ai manager tenuti in piedi da sostanze eccitanti, agli atleti bombati di steroidi, ai bambini oberati di impegni, richieste, scadenze).
Pare insomma che la scomparsa del ponte-fice, sempre consapevole dell’irraggiungibilità del divino, abbia aperto le strade a un cattivo platonismo che ha rimesso sul trono gli archè, modelli ispiratori e, nella loro funzione pardigmatica, giudici spietati dell’umana semplicità (che di fronte a loro è sempre pochezza). Ma perché il cattivo platonismo, suscitatore di nostalgie e desideri anche strazianti, possa poi tradursi in profitto, è necessario che abbandoni le sfere iperuranie colorandosi di immanentismo, (caricatura dell’incarnazione come le perfezioni evocate dalla pubblicità sono la caricatura delle idee platoniche).
Le Multinazionali si sono fatte perfino carico di rivendicazioni “democratiche” nei confronti dell’Idea: il numinoso, utilizzato per irretire l’anima del consumatore, viene sistematicamente svilito e ricondotto alla banalità dello scopo che la tecnologia consente di raggiungere. Con buona pace di chi “può” (ma, in verità, “può”?).
Quanta sofferenza si lega alle Corporazioni: quella dei popoli che si vedono esclusi solo dall’assalto al modello, troppo lontani dalla sua perfezione! Ma anche quella personale di chi, comunque sia, si trova espropriato del proprio intimo valore e proiettato in una corsa a lui sostanzialmente estranea. Una corsa in cui la sua anima si trova suo malgrado “ingaggiata”. E mentre corre, divorata dai sentimenti di inferiorità suscitati dall’archetipo, perde le preziose e intime opportunità della sua elevazione spirituale, unica vocazione autentica.