venerdì 5 febbraio 2010

Il cattivo Platonismo delle Corporazioni


Il nostro stile di vita ha subito negli ultimi trent’anni cambiamenti radicali, difficili da accettare e da assimilare. Soprattutto i romantici, i contemplativi, gli amanti delle tradizioni e della natura, hanno faticato ad adattarsi. E i più fragili in qualche modo hanno “pagato” i grandi cambiamenti, il disagio sofferto da intere generazioni. Penso all’emergere delle molte tendenze autodistruttive: ai morti per droga, ai suicidi che sono andati sempre aumentando, alle depressioni...
Oggi ho rivisto The Corporation( film documentario canadese di Mark Achbar e Jennifer Abbott, tratto dal libro di Joel Bakan), e ho riflettuto. Ho riflettuto soprattutto su come le multinazionali hanno saputo infiltrarsi nel nostro vissuto intimo, quotidiano, nella nostra mente perfino, suscitando dentro di noi desideri e interessi che poi si sono tradotti in acquisti e dipendenze. Le Corporazioni (trattiamole pure come persone, visto che in America, come spiega il film, hanno ottenuto il riconoscimento di personalità giuridiche) sono passate attraverso la nostra anima per ottenere il controllo dei bisogni che poi ci hanno fatto diventare soggetti attivi di un certo sistema economico. Le Corporazioni sono intelligenti: non condividono il grossolano materialismo del mercante che troppo scopertamente, nel reclamizzare i propri prodotti, si appella alle esigenze materiali del semplice benessere. Le Corporazioni sanno riconoscere le manifestazioni dello spirito umano, le aspirazioni alla bellezza e all’amore che vi albergano, e le usano. Prima di spingere il consumatore all’acquisto dell’ultima meraviglia tecnologica, ma anche di un banale prodotto alimentare (una marca di gelato, di birra...), lo catturano nelle luminose sfere dell’archetipo. Immagini (o forse dovremmo dire visioni) di esistenze meravigliose, sorridenti e felici, sovrannaturali nella loro perfezione, avvincono il cuore dell’ individuo cui si rivolgono e poi, con un gioco di analogie e associazioni, lo legano al prodotto da acquistare: il motorino, il liquore, il cellulare...
E’ come se le Corporazioni, approfittando della crisi delle religioni confessionali (e incentivandola), avessero voluto sostituirsi alle figure che tradizionalmente mediano tra l’umano e il divino, assumendo su di sé il ruolo del pontefice, e facendo appunto da ponte tra l’umano e l’archetipo.
Con alcune importanti differenze. Il divino è stata negato nella sua trascendenza e proposto piuttosto come archetipo imitabile, mai tanto lontano da non essere raggiungibile (modificando stile di vita e consumi): modello che chiunque, potenzialmente, è in grado di incarnare. Se non lo farà (se non diventerà sufficientemente bello, elegante, ricco, affascinante...), dovrà sentirsi in difetto, insufficiente, immeritevole e oggetto di tutto l’aristocratico disprezzo di chi invece “ce l’ha fatta” (magari con dei costi, in termini di umanità, altissimi: penso alle modelle pelle-ossa, ai manager tenuti in piedi da sostanze eccitanti, agli atleti bombati di steroidi, ai bambini oberati di impegni, richieste, scadenze).
Pare insomma che la scomparsa del ponte-fice, sempre consapevole dell’irraggiungibilità del divino, abbia aperto le strade a un cattivo platonismo che ha rimesso sul trono gli archè, modelli ispiratori e, nella loro funzione pardigmatica, giudici spietati dell’umana semplicità (che di fronte a loro è sempre pochezza). Ma perché il cattivo platonismo, suscitatore di nostalgie e desideri anche strazianti, possa poi tradursi in profitto, è necessario che abbandoni le sfere iperuranie colorandosi di immanentismo, (caricatura dell’incarnazione come le perfezioni evocate dalla pubblicità sono la caricatura delle idee platoniche).
Le Multinazionali si sono fatte perfino carico di rivendicazioni “democratiche” nei confronti dell’Idea: il numinoso, utilizzato per irretire l’anima del consumatore, viene sistematicamente svilito e ricondotto alla banalità dello scopo che la tecnologia consente di raggiungere. Con buona pace di chi “può” (ma, in verità, “può”?).
Quanta sofferenza si lega alle Corporazioni: quella dei popoli che si vedono esclusi solo dall’assalto al modello, troppo lontani dalla sua perfezione! Ma anche quella personale di chi, comunque sia, si trova espropriato del proprio intimo valore e proiettato in una corsa a lui sostanzialmente estranea. Una corsa in cui la sua anima si trova suo malgrado “ingaggiata”. E mentre corre, divorata dai sentimenti di inferiorità suscitati dall’archetipo, perde le preziose e intime opportunità della sua elevazione spirituale, unica vocazione autentica.

2 commenti:

  1. La volatilità del denaro è una parodia dell'iperuranio.

    Proust

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  2. il tradizionale rapporto tra i bisogni e il loro soddisfacimento viene invertito: la promessa e la speranza della soddisfazione precedono il bisogno che si promette di soddisfare, e saranno sempre più intense e tentatrici di quanto lo siano i bisogni effettivi.
    citazione di Bauman
    bel post
    da

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