mercoledì 17 marzo 2010

A colloquio con Fabio Franzin


M. Chagall, Io e il villaggio, 1911


da Comunità Provvisoria

Ma ti, vecio parlar, resisti
(A. Zanzotto)

Fabio Franzin

incontra Adelelmo Ruggieri
per la Comunità Provvisoria

Adelelmo: in una intervista di Fabio Giaretta a Fabio Franzin che gli chiede se la sua poesia può essere intesa come ‘risarcimento’ Franzin risponde raccontando un episodio che gli accadde una ventina di anni fa: entrò in un bar proprio nell’attimo in cui il titolare stava redarguendo con male parole – egli più esattamente dice: in malo modo – una cameriera. Franzin scorge nel viso di quella ragazza “l’umiliazione”, e in quell’istante decide che avrebbe scritto, descritto quel dolore. Dice così scritto-descritto. E da allora non ha più smesso. È questo l’incipit etico che Franzin assegna dunque alla sua poesia: questo episodio di umiliazione. Ma umile ed umiliazione stanno insieme. Umile è ciò che sta in basso, a terra. Umiliare è gettare a terra. Ma l’umile è anche colui che sa riconoscere la sua piccolezza di fronte alla grandezza della vita.

Giaretta in quella stessa intervista chiede a Franzin se “il dialetto secondo lui è più vicino alle cose della lingua italiana”, e Fabio risponde che il dialetto è la lingua che nomina le cose per come appaiono e per ciò che esse impongono all’uomo. Non dice per come sono: è molto significativa questa cosa. Il dialetto dice Fabio dà inoltre voce, più facilmente, a chi ha pudore nel dire del suo sentimento. Figurarsi che nel suo dialetto non esiste la parola amore. Se ami puoi dire: te vui ben; se il tuo amore è più grande devi dire: te vui tant ben. Infine Franzin in occasione di quella intervista dice alcune cose sul “paesaggio”: “Il paesaggio non può, non deve essere considerato solo un bel fondale per la recita della nostra esistenza. Credere ciò, lo abbiamo purtroppo constatato, ci porta all’idiota convinzione di poterlo tranquillamente cambiare, quel fondale, di sentirci in diritto anche di violarlo, con gli esiti disastrosi sull’ecosistema che sappiamo. Per me il paesaggio è una forma d’amore che, attraverso lo sguardo, porta polline all’anima, fiorisce in parola, genera frutti di senso.” Dice Franzin: “fiorisce in parola”, “genera frutti di senso”.

E in verità in questo momento mi accorgo di avere detto quasi tutto ciò che volevo dire del lavoro poetico e delle poesie di Franzin; solamente che l’ho detto con le stesse parole di Fabio, che risponde alle domande di Giaretta. Ma di sicuro c’è moltissimo altro da aggiungere, e almeno un poco di questo moltissimo lo chiedo proprio a Franzin:

Fabio: io sento il paesaggio non come un bel panorama, ma come l’alveo in cui gli esseri vivono le loro vicende, in cui uomini, bestie, erba e foglie creano una comunità. In ciò sento molto vicina l’opera e gli intenti di Franco Arminio, in cui paese, paesaggio, storie e voci dicono la condizione, le faglie di tale comunità. Anche la lingua partecipa a questa sinergia, e nel microcosmo, nella terra in cui vivo, è il dialetto a dare voce a queste entità, dal vecchio che gioca a carte in un’osteria, ai ragazzi con lo spritz in mano, al canto di un rigagnolo, di una roggia, all’abbaiare di un cane in fondo a una strada bianca. Ma dialetto inteso nella sua nobile radice etimologica: ripresa dal lat. tardo dĭălectŏs, prestito dal greco διάλεκτος, letteralmente “colloquio, dialogo”, non certo la lingua dei manifesti e dei proclami leghisti del “fòra i stranieri daa nostra tèra”. Non quindi come lingua “di Lega”, ma come lingua “che lega”a sé le anime, le creature che compongono ogni comunità. Quel dialetto che ora si vorrebbe assurdamente imposto come lingua di studio e che, altrettanto assurdamente, si vorrebbe morto, ormai inutile; quel dialetto che sento mio e sacro così come lo ha inteso Andrea Zanzotto:”Ma ti, vecio parlar, resisti. E si anca i òmi / te desmentegarà senza inacòrderse, / ghén sarà osèi – / do tre osèi sói magari / dai sbari e dal mazhelo zoladi via -: / doman su l’ultima rama là in cao / in cao de zhiése e pra, / osèi che te à inparà da tant / te parlarà inte ‘l sol, inte l’onbria. (cfr. “Filò”, Edizioni del Ruzante, 1976).

Adelelmo: nella tua penultima raccolta, Mus.cio e Roe., c’è una poesia bellissima che si chiama: “Presèpio. Diaèto” e inizia così “Chea strabenedhéta bona vòjia / che te ciapa de far su ‘l presèpio, / òni àno, e òni àno pì grando, / pì bèl”, e poi continua. Fabio sta parlando alla madre. Verso la fine le dice: “Guardaci, mamma: siamo qui, io e te, tu con le tue / statuine, il muschio, io con le mie povere parole, / con il dialetto; guardaci: cerchiamo, strenuamente, di trattenere / a noi un mondo che si allontana a una velocità / impressionante, avvolgendolo di valori, di sentimenti, / popolandolo di erba e pastori, di storie / che odorano di fieno, di muffa. Siamo proprio ridicoli! // però, ascoltami, mamma: andrò a raccogliere / il tuo muschio anche il prossimo anno, te lo prometto // continuerò a raccogliere parole / vecchie, ogni giorno, per la mia poesia, per il presepe / e per i nipotini che arriveranno anche a me”.

Vàrdene, Mare: sen qua, mì e tì, tì co’e tó statuéte, el mus.cio, mì co’e mé pòre paròe,
el diaèto; vàrdene: sen qua a provàr a tègner fermo un mondo che scanpa via senpre pì de prèssa, infagotàndoeo de sintimenti, popoeàndoeo de erba e pastori, de storie che ‘e sa da fen, da mufa. Fen pròpio da rider! però, ’scólteme, Mare: ‘ndarò in zherca del tó mus.cio anca l’àno prossimo, te ‘o prométe continuarò a’ndar in zherca de paròe vèce, òni dì, pa’a mé poesia, ‘l presèpio
e pa’ i nevodhéti che mé rivarà, anca a mì…

Ci puoi dire proprio di questa poesia, di questo “Presèpio. Diaèto”. Essa, secondo me, appare assai centrale al tuo lavoro poetico.

Fabio
: hai colto proprio il nucleo pulsante della mia poetica, caro Adelelmo; per me, da sempre, il presepe è la sacra rappresentazione di una comunità. Nel testo succitato un’anziana, in quel caso mia madre, si ostina, cocciutamente, ad approntare ogni anno il presepe in casa, anche se ora le dolgono le ginocchia a stare china per preparare le montagne di cartapesta, per stendere il muschio, pettinare il ghiaino delle stradine. Hugo von Hoffmannsthal, in “L’ignoto che appare” (Adelphi, 1991) dice: “L’arte dei giardini esprime la vita interiore di una comunità con gli stessi strumenti della poesia”, e non mi sembra irriguardoso trasferire all’arte e alla cura del presepe l’assunto di Hoffmannsthal. In quelle creature operose nella loro immobilità di gesso: dal pastore con l’agnello sulle spalle, al venditore di sarde, dall’arrotino seduto accanto al pozzo, alle greggi di pecore chine a brucare, io continuo a vedere un paese che vive il suo giorno senza più la cometa posata sopra la mangiatoia, perché la cometa ora è di neon ed è appesa al capannone di un centro commerciale, e al posto delle pecore ci sono le auto… ma non muta l’affannarsi per vivere: il pastore che depone l’agnello e si tiene la schiena è il muratore che abbandona il sacco di cemento accanto alla betoniera; l’arrotino è l’operaio addetto a un tornio o a una sezionatrice…

Adelelmo
: l’ultima tua raccolta, “Fabrica” è del 2009. La crisi sociale ed economica è diventata intanto quella che è diventata. E allora in questa raccolta ci scrivi-descrivi di “Marta”, levigatrice di cornici che ha “come un segno nelle mani”, e osserva le mani delle sue amiche e pensa ”al suo destino: tutta una vita / persa a grattare, a fregarsi via dal corpo la bellezza.” Oppure ci dici di Joussouf “che ha trovato posto in coda ad una multilame, e non fa caso alle umiliazioni subite: “fra / un’asta afferrata e una / che gli cade, vede i figli / e sua moglie fuggire / alla fame; la famiglia ricomporsi.”

Joussuf i ‘o ‘à mess

a ciapàr tòchi drio

‘na multilame. L’é

un fià lento, ‘ncora,

calche steca ‘a ghe

passa via, sora i rui,

‘a ghe casca par tèra;

ma lu ‘l sa che ‘l pòl

deventàr pì sguèlto,

co’l tenpo, e ‘lora no’

el ghe bada ae paròe

che ‘l capo che zhiga

drio, te chea lengua

cussì stranba, anca

se l’à capìo che tante

le ‘é bestéme, anca

se lo sinte che a lu

no’ ghe piase ‘l coeór

dea só pèl, che no’l

voràe ‘verlo fra i pie

no’l ghe bada parché, fra

‘na steca ciapàdha e una

che casca, el vede i fiòi

e só fémena scanpàr via

daa fame; tornàr far faméjia.

Joussouf ha trovato posto / in coda / ad una multilame. È / un poco lento, ancora, / qualche asta gli // sfugge, dalla rulliera, / gli cade in terra; / ma lui sa che può / diventare più rapido / col tempo, e allora non // fa tanto caso alle ingiurie / che il capo gli urla / addosso, in quel dialetto / così incomprensibile, anche / se ha capito che molte // sono bestemmie, anche / se ha intuito che gli / dà fastidio il colore / della sua pelle, che preferirebbe / non averlo fra i piedi // non ci fa tanto caso perché, fra / un’asta afferrata e una / che gli cade, vede i figli / e sua moglie fuggire / alla fame; la famiglia ricomporsi.

Ci puoi dire di Marta? Ci puoi dire di Joussuf? Ci puoi dire se loro, Marta e Joussuf e gli altri, sanno di queste tue poesie? Che dicono di loro? E perché dici scrivere-descrivere? E le tue parole come fai a tenerle ‘sveglie’? C’è un modo per non fare addormentare le parole?

Fabio
: ho scritto “Fabrica” sotto il dettato incalzante di una vera e propria furia creativa, in quindici giorni di febbrile scrittura senza soste e senza quasi cancellature. Poco tempo prima avevo letto il saggio “La condizione operaia” scritto da Simone Weil nel ’36, avvertendo che nulla era mutato, in tre quarti di secolo, sulla condizione più intima dei lavoratori, dentro il claustrofobico paesaggio in cemento dei capannoni. In quel periodo – non era ancora esplosa la crisi economica che sta flagellando come un buio ciclone anche il nord-est – era tutto un fiorire di studi che analizzavano il “miracolo” economico della terra in cui vivo e in cui ho vissuto da operaio per trent’anni; sembrava, attraverso questi studi, che il merito di quel “cosiddetto” miracolo fosse dovuto solo alle capacità del mondo imprenditoriale triveneto; dello spirito di abnegazione, dei sacrifici degli operai fra turni e flessibilità, delle malattie professionali, degli infortuni, del mobbing strisciante si stendeva un bel velo di indifferenza: non era poi così importante, quasi un danno collaterale necessario a ogni alto scopo. Marta e Joussuf sono alcuni dei vari personaggi che faccio riemergere dall’oblio; ora personaggi di un testo poetico così come sino a ieri persone al lavoro con il fardello della loro storia o della loro provenienza (dico sino a ieri perché l’azienda per cui lavoravamo, nel frattempo è fallita, e ora siamo tutti in mobilità). I miei ex colleghi sanno del mio progetto, sanno che ho scritto della fabbrica, ma non hanno mai espresso la curiosità di leggere le mie cose, mi considerano, più che altro, un illuso che crede di poter modificare assetti inossidabili con le parole. Dico scrivere-descrivere perché, al bisogno di scandagliare, di fissare, quindi di descrivere una realtà oggettiva e al contempo fantasmatica, quindi più da reporter, mi sento in diritto di intermediare l’indagine – anche per alleggerire un materiale pesante e incandescente – attraverso il filtro della scrittura poetica, di riservarmi lo spazio per lasciar cantare le parole. Parole che cerco di tenere attente come sentinelle partigiane al limitare del bosco, fedeli ai maestri, a ciò che le chiede sul foglio (ho appena terminato una raccolta che parla proprio dell’attuale crisi economica, dell’operaio espulso dai cicli produttivi), ancorate al volto afflitto e umiliato di quella cameriera.

Credo, vent’anni dopo l’uscita da quel bar, di aver, almeno in parte, mantenuto quel patto assunto con esse.

**

Fabio Franzin è nato nel 1963 a Milano.
Vive a Motta di Livenza, in provincia di Treviso.
Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche:

Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense:
El coeor dee paròe, Roma, Zone, 2000, con la prefazione di Achille Serrao.

Canzón daa Provenza
(e altre trazhe d’amór), Milano, Fondazione Corrente, 2005 (premio “Edda Squassabia 2004).

Pare
(padre), Spinea, Helvetia, 2006, con introduzione di Bepi de Marzi.

Mus.cio e roe
(Muschio e spine)”, Sasso Marconi, Le voci della luna, 2007, 2a ed. 2008, con introduzione di Edoardo Zuccato, “Premio S. Pellegrino Terme 2007”, “Superpremio Insula Romana 2007”, “Premio Guido Gozzano 2008”, Premio speciale della giuria ”Antica Badia di S. Savino 2008”.

Erba e aria
, Rimini, Fara, 2008, nell’Antologia “Dall’Adige all’Isonzo – Poeti a Nord-Est” (a cura di Alessandro Ramberti, introduzione di Chiara De Luca e Massimo Sannelli).

Fra but e ortìghe (fra germogli e ortiche), Montereale Valcellina, Circolo Culturale Menocchio, 2008. plaquette nella collana “poeti in viaggio”.

Fabrica
, Borgomanero, Atelier, 2009, “Premio Pascoli 2009”.

In lingua:
Il groviglio delle virgole, Grottammare, Stamperia dell’arancio, 2005, premio “Sandro Penna 2004 sezione inedito” con introduzione di Elio Pecora.

Entità, in E-book, Biagio Cepollaro E-dizioni, 2007.

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Per l’intervista di Giaretta a Franzin:

http://eternosplendore.blogspot.com/2007/08/

Fabio Franzin, con Barbara Coacci, saranno ospiti Domenica 21 Marzo della rassegna “La natura dei poeti” curata da Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri, per conto di Italia Nostra sezione del fermano, a Ponzano di Fermo (FM).

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