mercoledì 10 marzo 2010

"Inverni lontani", di Mario Rigoni Stern


Ivan Generalic, Guardiano di porci

In queste ultime settimane è tutto un coro di lamentele, stizzite proteste, perfino maledizioni nei confronti del lungo inverno 2010 che pare non avere fine. Eppure c’è chi l’inverno l’ha amato. Chi ha assaporato la sua seduzione profonda, il pacato richiamo alla sollecitudine insita nel lavoro. Già, col volto scavato e saturnino dell’asceta, l’inverno richiama questo mondo di folli dissipatori al suono della campana che scandisce i ritmi dell’ ora et labora. Dove l’”orare” può essere il dire sotto la spinta della Bellezza, la poesia, la narrazione epica. Un’epica umile, universale, non di figli di dea, ma di poveri fanti, di alpini magari, contadini, artigiani, che si prendono cura del mondo.
Mario Rigoni Stern è uno che davvero l’inverno l’ha amato, dopo averci lottato contro tante volte, in maniera convulsa, drammatica, durante la guerra, sulle montagne, in Albania, nelle sterminate terre russe, in Polonia... In Inverni lontani (2009, Einaudi) ha voluto ricordare gli inverni della sua vita, “uno diverso dall’altro per ottanta ragioni, ma tutti simili in due cose: l’attesa e la preparazione per ben superarli”. Come se scandire e insieme definire una lunga, appassionata, travagliata esistenza, che umilmente si avvicina alla fine, spettasse per forza all’inverno, scarno, doloroso ma vero, e a nessun altra stagione. Forse perchè l’inverno, fra le stagioni, è la più filosofica. La sola che non promette a vanvera e non delude. Dotata di una sua quieta bellezza.
Inverni lontani è un libro stupendo, pieno di raccoglimento e di miracolo. Ne posto qui qualche pagina.


Per avere le provviste per l'inverno è a maggio che da noi si seminano le patate nei terreni riposati, dopo che sono stati letamati, arati e spezzettati con la zappa. Un amico emigrante mi scrisse: «La primavera che si apre sulle nostre contrade mi ha fatto ricordare quando anch'io piantavo le patate con mio padre in un pezzetto di terra preso a prestito dietro l'Obestap, e io ancor bambino mettevo con le mani il letame sopra la patata da semina, nella speranza di un raccolto abbondante ... » Il biiglietto accompagnava una preziosa pubblicazione del l 80 l, Della coltivazione delle patate e loro uso. Istruzione di Carlo Moretti - Bibliotecario dell’Ambrosiana ecc., dove, tra tante cose interessanti e allora nuove e curiose, leggo: «Dopo che si sono coltivate e raccolte le patate molto importa di poterne trarre nutrimento pel piu lungo tempo possibile o almeno finché de' nuovi frutti offra la terra».
Per il piu lungo tempo possibile! Ma durante l'inverno come calava il mucchio che con tanta cura era stato sistemato nell'angolo della cantina scavata nella roccia della montagna! Ogni sera un bronzo pieno di patate veniva messo a bollire apppeso alla catena del focolare: poi le patate, pelate e schiacciate con un paletto dentro lo stesso bronzo, venivano condite con un soffritto di lardo e cipolla e quindi equamente ripartite. Se qualcosa restava era per la colazione del mattino. Dovevano duurare sino a primavera, quando i prati avrebbero ricominciato a produrre le Milchkraut: le erbe da latte. Il pane di frumento, in molte famiglie, era riservato alla domenica.
Ci sono ancora paesi dove le scorte per l'inverno vengono procurate dall'orto, dalla stalla e da quello che offre l'ambiente. Come farebbero altrimenti a vivere quelle popolazioni nelle sconfinate pianure russe dove da mesi operai, colcosiani, minatori, militari e insegnanti non ricevono la paga? Nel nord del continente asiatico, dalla Corea alla Siberia, o nei villaggi lontani dalle città, in Canada, Alaska o Patagonia, nei giorni lunghi si lavora per prepararsi ad affrontare le lunghe notti dove la Bibbia, Omero, Tolstoj, Shakespeare o anche Mozart faranno buona compagnia a qualcuno al chiarore di una piccola lampada. Nei ripostigli scavati nel terreno, nei fienili, ma anche sotto la neve sono le scorte accumulate nella buona stagione e che permettono l'esistenza.
In attesa dell'inverno anche da noi è bello lavorare non per accumulare denaro sul conto corrrente ma scorte di legna secca, farina, patate, verdura in composta, marmellate, funghi secchi, oca a pezzi nel suo grasso, carne secca affumicata annche di selvaggina, lardo sotto sale nella pietra scaavata a truogolo, sardelle pure sotto sale, formaggi, miele, e cosi via con i prodotti che la natura ci dona dalle semine di primavera alle raccolte dell'autunno.
Forse quello che più nel ricordo mi è indigesto è un barile di cornacchie pelate e salate, mangiate dai nostri prigionieri nei Balcani nell'inverno del 44, quando la grande fame, la carestia e la guerra correvano su e giù per quei monti tragicamente nevosi, trucidando, distruggendo, incendiando.
Ma sempre e più di tutto è il maiale ucciso e insaccato al tempo della luna buona di dicembre che sa dare tranquillità e speranza quando neve, freddo e vento mordono il tetto. Persino quando la neve arriva troppo presto e poi si dilunga tanto che nemmeno i lupi trovano più da mangiare, il domestico maiale ci permette di restare al caldo della casa guardando dalla finestra i voli dei corvi, o di restare nella stalla a intrecciare vinchi, a far canestri, a lavorare le assicelle di legno ben stagionate per costruire mastelle e secchie, mulinelli e arcolai, a impagliare sedie: lavori che sempre facevano i nostri contadini-artigiani. Ma anche a raccontare storie e ascoltarle fin quando arriva la primavera che spinge tutti a uscire nell' aria nuova, e sulle stanghe dei salumi che sono stati giudiziosamente dosati con patate e polenta restano soltanto la coppa, una soppressa o una pancetta per le occasioni speciali
Forse quello che più nel ricordo mi è indigesto è un barile di cornacchie pelate e salate, mangiate dai nostri prigionieri nei Balcani nell'inverno del 44, quando la grande fame, la carestia e la guerra correvano su e giù per quei monti tragicamente nevosi, trucidando, distruggendo, incendiando.
Ma sempre e più di tutto è il maiale ucciso e innsaccato al tempo della luna buona di dicembre che sa dare tranquillità e speranza quando neve, fredddo e vento mordono il tetto. Persino quando la neve arriva troppo presto e poi si dilunga tanto che nemmeno i lupi trovano più da mangiare, il domestico maiale ci permette di restare al caldo della casa guardando dalla finestra i voli dei corvi, o di restare nella stalla a intrecciare vinchi, a far canestri, a lavorare le assicelle di legno ben stagionate per costruire mastelle e secchie, mulinelli e arcolai, a impagliare sedie: lavori che sempre facevano i noostri contadini-artigiani. Ma anche a raccontare storie e ascoltarle fin quando arriva la primavera che spinge tutti a uscire nell' aria nuova, e sulle stanghe dei salumi che sono stati giudiziosamente dosati con patate e polenta restano soltanto la coppa, una soppressa o una pancetta per le occasioni speciali.

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