domenica 28 marzo 2010

La Poesia ama attraverso la Carne


Cosa c’è all’origine della poiesis? Dell’atto creativo, dell’arte, della poesia, grande e piccola? Questa è una domanda che coinvolge tutte le forme espressive, tutti i poeti e gli artisti di valore e mediocri. Una domanda che poco ha che fare con la tecnica, il gusto, il valore dell’opera. E’ una domanda sulla genesi dell’atto creativo, sul terreno da cui germina. Se poi è un terreno o non piuttosto uno slancio, un raggio di luce polverosa, un aprirsi e un aprire...
Le mie sono rilessioni, forse un po’ disordinate, nascono ai margini di una dichiarazione di di Fabio Franzin, a proposito dell’origine e del senso della sua poesia (vedi. Fabio ricorda un episodio credo abbastanza lontano nel tempo, quando capitò in in un bar proprio nell’attimo in cui il titolare stava rimproverando malamente una giovane cameriera. L’ “umiliazione” dipinta sul volto della ragazza non doveva essere dimenticata, e lui avrebbe scritto e descritto il dolore che portava con sé, identificandosi nella figura del poeta-terapeuta, che cerca col canto di volgere il dolore muto in parola, rendendolo accettabile e, nei limiti dell’arte, eterno. Ma anche in quella del poeta-cavaliere, raddrizzatore dei torti che la vita, ahimè, elargisce.
Troppa sofferenza infatti, troppa bellezza, troppa caducità nel dolore di quella ragazza, qualcuno doveva strapparle all’oblio e immortalarle. Perché non fossero sprecate, almeno, e perché fosse fatta giustizia. Il che era possibile, secondo il poeta, solo “cantandole”. Sciogliendone l’implicito di durezza in acqua feconda, germinativa (“semantica”). Strappandole alla impenetrabilità minerale del puro istante, e consegnandole alla Memoria collettiva. Elevandole alla perennità radiosa dell’archetipo. La cameriera di Franzin è la Teresa Fattorini di Leopardi (sulla concreta e fragile umanità di Silvia non ci si ferma mai a pensare, volgendola subito in simbolo dell’illusione caduta. Ma perché non ammettere che il giovane Leopardi dovette essere stato molto colpito e anche offeso, dall’ingiustizia di quella morte prematura, al punto da voler operare una sorta di “risarcimento”, immortalando colei che la Natura aveva così brutalmente trattato?)
Più in profondità, quando pensiamo alla genesi della poesia, pensiamo sempre alla meraviglia, all’esperienza estatica del bello. Ma da sola questa esperienza ci spingerebbe solamente ad esclamare un di assenso, stupito e beato. La vibrazione cosmica e armoniosa di un Om basterebbe. Tante parole, tante note, tante gradazioni di colore, non sarebbero necessarie. Perché nasca la poesia, si deve aggiungere, all’elemento di estasi, lo struggimento.La labilità del mondo contemplato; la caducità dello stesso prezioso sentire in cui il mondo si dà ; il senso di ingiustizia provato all’idea che tutto (bellezza, sentimento, “caro immaginare”) sia destinato a perire; quindi il bisogno di rimediare all’ingiustizia sottraendo all’oblio e alla morte l’umana sostanza del vivere...tutto questo genera l’Eros della poesia.
Ulisse concede all’aedo che ha vissuto alla sua corte nei vent’anni del suo esilio, allietando con il canto i Proci, di continuare a vivere perché ricordi nel canto ciò che è stato. I poeti hanno sempre avuto questa misione. Aggirare la morte, relativizzarne la portata. Curare le amputazioni che essa opera nell’Essere incarnato.
La poesia nasce da una ferita sempre aperta, irrimediabile, da cui sgorga quell’ “amore di terra lontana”, che è nostalgia dell’irripetibile, strazio del morituro innamorato della vita. La poesia è l’accorato pianto dell’anima che con Faust dice “fermati sei bello”, ma non è disposta a fare patti con il diavolo. Perché, se l’attimo si fermasse, la poesia cesserebbe di esistere. L’irripetibile congelato in una scimmiottatura di eternità sarebbe la sua tomba. Lei ha invece bisogno di entrambe: morte e d eternità, e anche dell’istante, tragicamente amato. La poesia ama la Terra, la ama come persona, mai completamente decifrabile, mai iterabile, resa più bella dal “mai più”. E ama anche Dio. Lo ama, lo cerca, lo fa desiderare ( e questo desiderio non è già pensiero di Dio in cammino, non ha già dentro un seme di Dio ?) ma lo ama attraverso la Terra. Attraverso la Carne. Il poeta non è il mistico, che fissa lo sguardo nella purezza delle essenze come geometrie trasparenti. Il poeta è legato indissolubilmente alle carne irripetibile del creato, di cui canta e a suo modo immortala l’essere stato. Sentiamo Rainer Maria Rilke:
"...Ma perché essere qui è molto, e perché sembra/ che tutte le cose di qui abbian bisogno di noi, queste / effimere / che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri. / Ogni cosa / una volta soltanto. Una volta e non più. / E anche noi / una volta. Mai più. Ma quest’essere /stati una volta, anche una sola, /quest’essere stati terreni pare irrevocabile”
(Elegie Duinesi, Einaudi, trad. di E. e I. de Portu).
Chiunque ami la terra, l’uomo, la fragile grazia dell’essere incarnato, può capire e amare la poesia. Può fare poesia. Ed è poesia. Grande, piccola, matura o immatura, ingenua o consapevole, ruvida, fine, dotta. Poesia.

2 commenti:

  1. Non sono fabio franzin, ma nonostante ciò condivido molto di ciò che scrivi.
    Loredana Semantica

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  2. condivido assai questo tuo pezzo - spero di avere il tempo di scrivere qualcosa sul tema

    ciao, Enrico

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