sabato 24 aprile 2010

Il mappamondo di Aldo Cervi



Un paio di mesi fa, mi sono casualmente imbattuta in un libro sorprendente, prodotto in verità nel 2005, in occasione del 60° anniversario della Liberazione 60 TESTIMONIANZE PARTIGIANE, toccanti e umane come difficilmente se ne trovano in testi storiografici dedicati alla Resistenza, interpretate ( e in qualche modo illuminate) con grande sensibilità poetica da 30 artisti.
Acutamente Corrado Rabitti, editore di Zoolibri (a cui va tutta la mia gratitudine), precisa nelle pagine introduttive che questo "non è (solo) un libro di storia. Questo libro è innanzitutto un atto di amore e di gratitudine. D'amore per la nostra terra, la nostra gente, la memoria dei luoghi e delle persone che l'hanno abitata e la abitano".
Trentasei persone hanno lavorato gratuitamente intorno al progetto; i profitti realizzati sono stati infatti destinati alla Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, garantendole le risorse per proseguire la sua opera. Un'opera, non dimentichiamolo, particolarmente preziosa, in questa epoca triste, vuota di canti e di eroi. L'epoca di un popolo di fantasmi, senza carne e senza sangue, che sputa sulla tomba dei suoi martiri. Vedere, a questo proposito, il manifesto che l' esponente del P.d.L. Edmondo Cirielli ha fatto affiggere sui muri della città di Salerno, trasformando - non un colpo di bacchetta magica, ma con una manganellata - la festa della Liberazione del 25 aprile in una sorta di malinconica festa civile americana.

Riporto qui una pagina di "60 TESTIMONIANZE PARTIGIANE".
L'immagine del mappamondo portato in giro dal "contadino" Aldo Cervi, mi sembra esprimere perfettamente il senso profondo del 25 Aprile, la festa della Liberazione e di tutti gli uomini di buona volontà politica. Uomini che nessun regime potrà mai stregare. Uomini che la storia la studiano, non ne fanno man bassa. Uomini che a Salerno, e in altre città d'Italia (dove si proibisce di cantare "Bella ciao", ad esempio),vivono male.


Sette fratelli e un padre

di Piero Calamandrei

Nella storia di questa comunità familiare di contadini istruiti e innovatori c'è un episodio che ha il valore di un simbolo.

Quando, dopo molti anni di accanita fatica di braccia, la famiglia Cervi poté finalmente permettersi il lusso di acquistare un trattore, Aldo andò a prenderlo in consegna a Reggio: e sulla strada che porta a Campegine (RE), i vicini lo videro tornare trionfante, al volante della macchina nuova, sulla quale era stato issato, come una bandiera internazionale, un gran mappamondo. Aldo, di tutti i fratelli era il più istruito e il più consapevole di cose politiche.
Da soldato era stato condannato a tre anni di prigione, per aver obbedito troppo fedelmente alla consegna: era di sentinella a una polveriera e aveva fatto fuoco contro un'ombra che non aveva risposto al "chi va là": quell'ombra era di un tenente colonnello che restò ferito ad un dito e lo mandò sotto processo.
A Gaeta, in prigione, Aldo trovò nei compagni di prigionia chi arricchì la sua coscienza politica: e quando tornò, reduce, come è stato detto, dall' ''Università del carcere", egli fu in grado di fare scuola ai fratelli.

Ed eccolo ora, sulla strada di Campegine, che guida il trattore per dissodare la terra, ma porta anche il mappamondo per allargare gli orizzonti delle coscienze.
Questo mappamondo è stato, per fortuna, uno degli oggetti scampati dal saccheggio fascista. Quella notte lo avevano portato nella casa di un vicino che aveva la radio, per seguire sulla carta geografica dei comunicati.
Ora è lì, questo mappamondo ancor nuovo e lustro, conservato al centro di questo piccolo museo familiare.

Me li immagino allora, i sette fratelli, quando il mapppamondo arrivò, intenti tutti insieme, nelle lunghe serate invernali, a studiarlo sotto la guida di Aldo.
Oceani e continenti Aldo indicava col dito: "Questo è un popolo: qui sono terre ed uomini che le lavorano. Queesta riga è un confine, al di là del confine ci sono altre terre e altri uomini che le lavorano; e al di là di altri confini ancora altre terre e altri lavoratori; e così sempre uguale, finché, facendo il giro del mondo, si torna al punto di partenza ... Perché, allora, i confini, perché le guerre? Perché tutti gli uomini che lavorano non potrebbero mettersi d'accordo, e lavorare in pace se uguale è il loro destino?"
Così i fratelli discutevano pensosi intorno al mapppamondo, al tepore della grande stalla: agricoltura, politica e pace, era la stessa cosa.
Ma di fuori intanto c'era il fascismo e la guerra; fuori c'era il terrore e lo sterminio.

da 60 TESTIMONIANZE PARTIGIANE, ediz. zoolibri

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