sabato 17 aprile 2010

L'immagine del volo nei versi di Livia Candiani e Nadia Agustoni


M. Chagall

Primavera, e i nostri pensieri sono tutti intessuti di leggerezza! Sarà questo che ha influenzato la mia lettura di due poetesse contemporanee, ignorate dalla grande (grande?) editoria, ma conosciute e amate. Poetesse che con le parole vivono a tu per tu, in dolce intimità, capaci di parlare al cuore. Sto parlando di Livia Candiani e Nadia Agustoni. Poetesse diverse, a considerare quanto sono diverse le atmosfere che aleggiano, evocate, intorno ai loro scritti. Diverse, come l’aria dall’acqua, le cime dei monti dal fiume. Eppure con qualcosa di importante che le accomuna; disseminato, o magari disciolto e dissolto nei versi, implicito e oscuro.
A proposito di Livia, ho avuto da poco il piacere, e l’onore, di scrivere una nota su una raccolta di versi inediti postati sul blog “La dimora del tempo sospeso” di Francesco Marotta. Dicevo, in quella occasione, che a dominare il suo universo lirico, erano immagini aeree di volo, salto verticale, vertigine. Un universo bianco e azzurro, in cui della terra non resta che l’eco nostalgico, l’incertezza di chi sta per aprire le ali, e ancora teme, non sa se fissare lo sguardo lassù, verso il sole, o in basso, dove si stende il verde delle praterie. Oppure lo sa, ma il cuore, gli affetti, lo confondono.

“Cacciati dall’universo
dilaniati dal mondo
il corpo è terra madre
postura raccolta per il balzo”
(da “Poesie del mondo”)

Che cosa avrà in comune con tanta trasognata leggerezza, Nadia Agustoni, il suo Taccuino Nero,
la cui bellezza è quella verde scuro dei canali, quella pastosa dei tetti rossi di pioggia, la corrente profonda, in cui lampeggia talvolta una creatura muta, indecifrabile, o l’aria, che “scivola sul freddo/ diventa durisima”? Le creature alate di Nadia non scrutano ansiosamente il cielo, attendendo,ma fanno come il pettirosso, che “ciacola, sta da solo, / picchietta il suo verme, non si sa perché”.

Queste due poetesse sembrano nate sotto segni e destini del tutto diversi, non fosse per...il volo! Sì, il volo. Se ne sente la forza, spiegata o sepolta, nei versi di entrambe. Volo aperto, celeste, consapevolmente bramato, in Livia (“Dunque, abbraccia le parole/come fanno le rondini col cielo/tuffandosi, aperte all’infinito”). Denso e liquido, palpitante di vita prenatale, incerto sulla direzione e timoroso, quello di Nadia: “sono un fantasma con scarpe come fagiani ai piedi // volo poco in là/ in stagione di spari”.
La stagione di spari è la realtà, ontologicamente avversa alla libertà del volo. Soggetta ai rigidi meccanismi di un fare che “non si sa perché”. Fuligginosa e prevedibile. Dis-umana: umanamente fuori misura, perché dominata da un fare che è quello disperato della macchina. La macchina che ci ha morsicato il cuore, avvelenandolo. La macchina che ci marchia e ci fa suoi. Che si lavori in fabbrica o no. La macchina è il male che noi stessi diventiamo quando ci dimentichiamo di volare nell’erba. Perchè anche nell’erba si può, lo dice la poetessa:

l’ostacolo è l’altro io,
nella spina dorsale una croce
che quand’era bambina non sentivo
perché tutto indicava terra
e cielo e nel prato feci prova d’ali
senza cadere, sentii solo più tardi
il nome di Icaro.
(“Taccuino nero”, Le voci della luna)

Perchè, per imparare a volare e a vincere le forze brutali della fisica, basterebbe ritrovare l'ingenuità del primo immaginare, quella che permette a tutte le bambine, e anche a tutte le bestie innocenti di volare. Per esempio alla capra della fiaba di Nadia, una fiaba delicatamente naif. E' una capra speciale, "la capra blu di un quadro", ma "in vacanza dal quadro;... uscita per un po’ a prendere aria scoprendo però che nel nostro mondo le capre non volano, volano solo nell’immaginazione di chi le colora di blu".
Che mondo diverso sarebbe, allora, quello in cui tutti ci abbandonassimo al sogno-volo delle capre blu! O, se almeno, lasciassimo tutti i sognatori di capre blu,la libertà di continuare a sognare...

Forse questa mia lettura potrà sembrare marginale, troppo personale, perfino eccentrica, magari astrusa e fuorviante. Pazienza.
Sarà, ripeto, la bella stagione, con i suoi cieli alti e le nuvole leggere, ma d’un tratto mi sembra di sentire il volo - speranza, sogno o bisogno che sia - diffuso nell’aria, in quello che leggo e che scrivo. Una specie di minimo denominatore comune tematico e affettivo che lega fra loro i cercatori, o forse dovrei dire le cercatrici del “senso”: un senso che sia anche libertà, profondità rivelata, tuffata nello spazio, conquistata levità. E, per ora, mi piace così.

per Livia Candiani vedi
o anche

per Nadia Agustoni vedi
vedi anche la fiaba La capra che volò sul bosco

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