lunedì 31 maggio 2010

Il principio di realtà e la coltivazione dell'orto


Il principio di realtà ha bussato alla porta. Il principio di realtà si è, anzi, già accomodato. Ci attende in salotto con lo sguardo freddo e implacabile di un poliziotto deciso a non darci neanche un’opportunità di fuga. Buona notte Marcuse, ora vai a dormire, con i grandi, veri o finti, del passato. E tu sei finto. Perché hai dipinto il principio del piacere come un libero poeta, e il principio di realtà come una guardia (discutibile rivisitazione degli opposti Dioniso-Apollo). E invece il primo senza l’altro non è che uno sfrenato pargoletto che si fa tutto addosso.
Allora preferisco Leopardi. Della contrapposizione tra bellezza e (arido) vero, tra illusione e realtà, ha parlato in tutt’altro modo, con sguardo infinitamente più adulto. Ma era un uomo dell’Ottocento. La società dei consumi non l’aveva smangiato nell’anima. Era un uomo pieno, non quell’involucro vuoto cui si riducono molti fra gli intellettuali del secondo dopoguerra. Pensatori il cui pensiero non ha che d’avvitarsi su su se stesso fino a non riconoscersi più, e a mordersi sul collo. Il pensiero di Marcuse vuole essere rivoluzionario e propina invece gocce oppiacee del più volgare utopismo. E’ l’ideologia portante, la bandiera del consumismo, una concezione del mondo come pura bona dea, da cui attingere, succhiare. Beh, adesso il dio dei tuoni è ricomparso. Minaccioso e scuro riempie tutto il cielo. In mano ha la scure. La solfa, insomma, è cambiata.
Si scopre che il latte della bona dea non è infinito. Si scopre che, mordi e mordi, il sistema economico che abbiamo costruito è arrivato alla coda. E mordere la coda, si sa, fa male. Si scopre che non si può più consumare e che d’altra parte non si può non consumare, perché il consumo è stata la chiave di questa bella dimensione marcusiana, in cui il frizzante principio del piacere avrebbe dovuto stravolgere l’antipatico principio di realtà, raddrizzandono al contempo le storture, prodotti della repressione.
Il problema è grave. Perché negli ultimi cinquant’anni siamo stati progressivamente educati a ravvisare nel consumo e solo nel consumo il piacere. Il piacere che nasce dal misurare e dall’esercitare il potere. E per noi, povere anime, il potere è solo e soltanto quello d’acquisto.
Cosa non è stato venduto, comprato? Cosa non si è trasformato in mercato? Perfino la serenità, che nasce dallo stare per i fatti propri magari con in mano un libro, sotto l’ombra gentile di un albero, accanto a un lieto momormio d’acqua corrente ( e può essere un ruscello, il canale Villoresi, il Ticino, un ragguardevole fiume, ancora il più pulito d’Europa, che nella mia zona abbiamo imparato a chiamare “il mare dei poveri”), perfino la serenità, dicevo, muta nome. Si chiama relax. Lo vendono le agenzie di viaggio, le beauty farms, le saune ecc...tanti bei soldoni. E tutto costa di più sempre di più. Una cosa sfibrante. Ma è che di soldi tutti ne vogliono tanti, per via del potere d’acquisto. Più soldi più potere. E l’elettricista, l’idraulico, l’imbianchino, il salumiere, il falegname....alzano i prezzi. Tanto, sulla via intitolata al principio del piacere (la via di un Dioniso bonaccione democratico, e senza iniziazione; “la via dei matti numero zero”, insomma) ci siamo talmente ubriacati da dimenticarci ogni sapere che possa renderci indipendente dall’acquisto. Troppo orgogliosi di saper discutere di genetica, cellule staminali, big bang, e altre cose difficilissime per stare a imparare come si aggiusta un cassetto o si cambia una guarnizione..
La tecnologia ha provveduto a distaccarci il più possibile dalla realtà materiale della vita, che, come un ineludibile orologio a pendolo, ci ha sempre richiamati alla limitatezza dell’esistenza e del godimento dei beni. L’acqua ora sgorga dai rubinetti e sparisce zitta zitta nelle cavità enigmatiche di una tubatura, in grado di ingoiare con ignara complicità qualsiasi schifezza. Chi più pensa alla fonte cristallina o al fiume che accoglie tanto lordume? Il metano ci avvolge fra le spire di un muto tepore senza nulla dire del viaggio che l’ha condotto faticosamente a noi. Gli alberghi, gli impianti sciistici che non ci raccontano il prezzo pagato in ettari di profumate conifere, dissoluzione di sistemi di vita millenari, di silenzi più antichi dell’uomo..
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Forse la crisi potrebbe riportarci alla genuinità di modi di vivere più tradizionali, alla gioia semplice di chi si gode (quando e fin dove è possibile) la realtà? Un ritorno arcadico alla natura, non è auspicabile?
No. Non è così facile. Perché, se fare i sacrifici significa consumare meno, che ne sarà del nostro mondo, basato interamente sul mercato? E cosa, a noi intossicati fino all’anima dal consumo, potrà dare il piacere che ha dato l’acquisto? Anzi, magari un piacere più integro, privo cioè di quel senso di colpa ( di peccato?) che alle anime belle, o almeno consapevoli, dava l’acquisto, il quale nella società dei consumi assomiglia chissa perché (ma la ragione c’è e potremmo parlarne in un altro post) a un furto.
Una volta i caseggiati popolari garantivano agli inquilini qualche metro quadrato di terra perché chiunque potesse assaggiare la soddisfazione di piantare un po’ d’insalata, magari un arbusto di rosmarino, qualche fiore, studiando i cicli della luna per far meglio. Che soddisfazione il raccolto. E che occasione di incontro quei 10 metri quadrati d’orto, dove magari ci si metteva d’accordo: tu le fragole io le zucchine. Pallidi retaggi di un’economia senza denaro.
Ma che fine hanno fatto quegli orti? Chi ci ha più pensato? Insalata e prezzemolo si trovano già raccolti, lavati e tritati, fra i surgelati. E per qualche ora di svago c’è l’enorme contenitore, il grande grembo, la caricatura della bona dea: il centro commerciale, dove passare interi pomeriggi, acquistando o guardando acquistare (con l’invidia magari dei poveri, e il Marcuse che va su e giù nello stomaco e guasta l’appetito). Quale altro piacere? Dite che ne esiste un altro?

sabato 29 maggio 2010

Cristina Di Bonaventura recensisce Sangue del suo sangue



dal blog Corpi freddi

Biancaneve è stata sette anni in una bara. Però lei dormiva, non se n'è neanche accorta. E poi la bara era di cristallo, se apriva gli occhi vedeva tutto. La mia non è una bara, è una stanza. Ma buia, con i muri sporchi e ragni grossi come rospi. E io non sono Biancaneve non ce la faccio a dormire. Se capita faccio brutti sogni. I miei sogni fanno paura. Chissà se Biancaneve ce li aveva dei sogni così. Secondo me no, altrimenti si svegliava.

Aprite la mente, chiudete in un cassetto la razionalità, la logica le prese di posizione e buttate la chiave. Uscite dagli schemi, lasciate che un infinità di sfumature di grigio prendano il posto del bianco e nero. Tutto questo prima di iniziare a leggere questo libro. Roberta Borsani nel suo primo romanzo, coraggiosamente oserei dire, con uno stile narrativo pulito chiaro e coinvolgente ci porta in una storia “diversa” e ci fa conoscere Manuela, la sensitiva, che mette il suo dono a disposizione delle forze dell'ordine quando nonostante le ricerche, le indagini, l'intervento della scientifica, in nessun modo si è arrivati a trovare una persona scomparsa, nei casi di rapimento, o un corpo, nei casi di occultamento di cadavere, una sorta di ultima spiaggia, un gommone di salvataggio a cui restano aggrappate le speranze di chi fino all'ultimo crede nei miracoli.

Alice e Gretel, due nomi da favola perchè questa è la vita che sognano per loro i genitori, sono sorelle di 8 anni anzi, gemelle, ed è diverso, perchè stare insieme ancora prima di nascere crea un legame speciale. Gretel viene rapita all'uscita dalla palestra, portata via da un uomo in un furgone. Le indagini non portano a niente, non riescono a trovarla, letteralmente sparita. Ad Alice sono venuti dei segni alle caviglie, come se fosse stata incatenata o legata, croste e sangue che sembra non volersi fermare. Come stimmate. Leone, l'ispettore di polizia che lavora al caso ormai da mesi, si rivolge alla sensitiva Manuela, una donna spezzata dall'abbandono del marito e dalla lontananza della sua unica figlia. Lei sola è in grado di capire quello che sta accadendo e riuscire ad accendere la speranza perchè se Alice ha quei segni significa che Gretel è ancora viva. Lei la “sente” la “vede” sa che è così. Questo è solo il primo “segno” della “catena femminile” che si crea tra Gretel, Alice, Manuela, lo strana presenza di Ines fino a Santa Agnese e che farà luce sul caso. Qui gli scettici storceranno la bocca e anche io all'inizio mi sono chiesta cosa stessi leggendo, mi sono fermata un attimo ho chiuso gli occhi ed ho capito che prima di andare avanti dovevo liberarmi di antropologi forensi, serial killer, polizia scientifca, spettrometri di massa, mi sono lasciata ad andare e Manuela mi ha portata nel suo mondo dove, normale, paranormale e mistico sembrano essere un unica realtà, mi ha fatto vedere tutto questo con i suoi occhi. E mi è piaciuto.

giovedì 13 maggio 2010

Sangue del suo sangue - Un reading



Venerdì 14 maggio, ore 21,

a Pogliano Milanese, presso Sala del Consiglio

giovedì 6 maggio 2010

Le radici della poesia. Renée Vivien.


immagine qui

E’ l’opera d’arte, si dice e si crive, che conta. L’artista, invece, è accidentale. Materia grezza , con quel tanto di casuale e irriducibile all’universale, che va grattato via. Posizione condivisibile (l’opera vive e respira di vita autonoma), ma solo dopo aver distinto cosa dell’autore va gettato, cosa al contrario nutre e scalda l’universale, strappandolo alla sua algida bellezza.
Mi è venuto in mente a proposito di Renée Vivien, intrigante poetessa nata nel 1877 e morta all’età di soli trentadue anni, di cui riporto qui alcuni versi fascinosi:

Roses du soir
("Evocations", 1903)
Des roses sur la mer, des roses dans le soir,
Et toi qui viens de loin, les mains lourdes de roses !
J'aspire ta beauté. Le couchant fait pleuvoir
Ses fines cendres d'or et ses poussières roses...

Des roses sur la mer, des roses dans le soir.

Un songe évocateur tient mes paupières closes.
J'attends, ne sachant trop ce que j'attends en vain,
Devant la mer pareille aux boucliers d'airain,
Et te voici venue en m'apportant des roses...

Ô roses dans le ciel et le soir ! Ô mes roses !

(Rose sul mare,rose nella sera/tu che vieni da lontano,le mani cariche di rose!/ Aspiro la tua bellezza. Il tramonto fa piovere le fini ceneri d'oro e le polveri rosa//Rose sul mare, Rose nella sera//Un sogno evocatore tiene le mie palpebre chiuse/ Io attendo, senza ben sapere cosa attendo invano,/ davanti al mare simile a una distesa di scudi di bronzo,/ ed ecco sei qui, giunta a recarmi le rose...//O rose nel cielo e nella sera! O mie rose!)

Parole dolcissime, musicali, di cui si coglie un profondo desiderio di abbandono e di assoluto, di vibrante ricerca, di libertà.
Una poesia diversa questa da molte altre sue, nate all’insegna del maledettismo, in perfetto stile Verlaine, intrise di un’ avvelenata tanatologia che sottintende una esperienza della vita sofferta e malata. Poesie talvolta convenzionali, meno autentiche di questa che ho riportato, dolce e sensuale, che parla dell’amore e dell’incontro, come dell’immersione in una nube onirica di fragranza, in cui si annuncia un "Tu" venuto “da lontano” (l’”amore di terra lontana” della poesia trobadorica, metafora della trascendenza), ricco di doni lievi, da aspirare (“aspiro la tua bellezza”)in quel non luogo che è l’anima sognante, celata alla vista, interna (“Un sogno evocatore tiene chiuse le mie palpebre”).
Lo spirito che si esprime attraverso questi versi mi pare aspirare a ben oltre che all’amplesso e all’unione dei corpi. Mi pare che qui ci sia qualcuno che, incalzato dalla vita spinosa, dalla vita-morte, voglia “mangiare”, gustare l’assoluto prima che sia troppo tardi. Un' immagine di voluttuoso asservimento all’amore come quello di Beatrice che mangia, benché “dubitosamente” (non senza resistenza e quasi si trattasse di un sacrificio), il cuore di Dante offertole da Amore.
La poesia di Renée Vivien è sì sensuale, talvolta in modo ossessivo e disperato. Ma, nella sua sensualità, il corpo si presenta sempre e comunque in un aspetto duplice di oggetto del desiderio e di limite. Bramato e odiato in quanto esasperante nella sua rotondità (femminile) percepita senza finestre, senza vie di uscita. E, per questo, a volte maltrattato, magari oniricamente. Picchiato, azzannato, segnato di lividi come marchi di infamia (“...sur le cou, pareil à quelche tige morte,/Blêmit la marque verte et sinistre des doigts.”, da Désir)
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Insomma la poesia della Vivien mi parla di un’anima che vive con affanno il desiderio, tra attrazione e rabbioso rifiuto, tra Eros e Thanatos. Un’anima affamata fin nella radice: di cosa? Qualcosa che forse si nasconde, come una perla essenziale, nella carne, ma che il corpo, grave e rotondo, copre. Qualcosa come il cuore di Dante, che si fa mangiare, sazia, e non appesantisce. Qualcosa che fa rimanere leggeri, anzi rende leggeri. Un cuore che può essere solo offerto e non si prende, non si ruba, non si possiede. Solo un principio spirituale può donarlo, chiedendo in cambio (per essere mangiato e goduto) un percorso iniziatico (il “dubitosamente”, di chi ancora deve apprendere le vie dell’amore).

Leggo la biografia di Renée. Una vita all’insegna della trasgressione, durante la quale la giovane poetessa, di origini anglo-americane, non ha fatto mistero della sua omosessualità, manifestandola perfino con una certa grazia e signorile menefreghismo nei confronti dei benpensanti. Del resto, l’amore saffico veniva facilmente tollerato negli ambienti parigini (meno ben disposto nei riguardi dell’omosessualità maschile), eppure Renée non era felice, tant’è che fu vittima di diversi disturbi comportamentali e patologie di origine psicologica: episodi anoressici, con punte di assoluto digiuno che la segnarono pesantemente, e abuso di alcolici. Tentò anche il suicidio, ingerendo una dose eccessiva di laudano. Si racconta che si distese sul divano con un mazzolino di violette, fiore che amava moltissimo (fiore simbolico in cui sensualità e purezza, bellezza e lutto, si sposano), sul cuore. Sopravvisse, ma morì circa un anno più tardi, a causa di una pleurite, contratta in una situazione di grave debilitazione, conseguenza appunto degli abituali digiuni e delle cattive abitudini.

La biografia di Renèe, è stata illuminante, per comprendere meglio i suoi scritti: la singola poesia, ma ancora di più l’opera nel suo complesso. Per amarla anche nei momenti esteticamente meno riusciti. Il valore artistico di un’opera si percepisce e si capisce a prescindere dalla figura soggettiva dell’artista. Ma, per coglierne completamente la forza originaria e la potenza espressiva, bisogna sentire l’anima che sta dietro. Un’anima che si dà nell’istante come spirito, ma che come anima è storia. Quest’anima non è casuale o accidentale. La sua natura soggettiva è quella della persona, non quella inintelleggibile, oscura e ed effimera delle circostanze. Per me capire un’opera significa sentirla nascere, staccarsi come forma dal tessuto luminoso, vivo e palpitante che la genera (con tutto il dolore che è connesso all’atto del generare). Ogni opera “nata” dal “sogno evocatore” dell’artista, di quest'ultimo evoca a sua volta, e per sempre, la presenza.
Riflettere su Roses du soir, e pensare all’allegoria dantesca del cuore (pensare quindi a Beatrice che del cuore ciba), scoprendo in seguito che Renée Vivien ha vissuto in maniera così problematica la sua relazione con il corpo e con il cibo, è stato per me fonte di commosso stupore. Renée appare come una donna dagli appetiti talmente profondi e complessi da non potersi saziare. Timorosa anche di doversi nutrire di un cibo che punisce il corpo impegnandolo più del necessario con la terrestrità della vita. Certo, il fatto che fosse lesbica ha il suo significato, ma non va enfatizzato al punto da ritenerlo l’elemento più caratterizzante. Trasformare Renée, e la complessità del suo mondo interiore, tra cadute e rinascite, aspirazioni alla vita e istinti di morte, in un’icona gay, è fuorviante e ci fa perdere lo specifico di questa poetessa. Non trasformiamola in una bandiera. Le bandiere hanno una vita limitata, che Renée non merita: senza radici, basta un colpo di vento a farle cadere. La persona invece è eterna. E la persona in questo caso è sofferente, fragile, prigioniera forse di ruoli e maschere di trasgressione, nelle quali la si vorrebbe ancora imprigionare. Proprio lei, che per tutta la vita, talvolta maldestramente, ha cercato la libertà, accettando le conseguenze più oscure e fatali che una tale recherche porta con sé!
Se anche non fosse stata omosessuale, Renée avrebbe vissuto con enorme fatica il suo rapporto con il corpo femminile e con la realtà, cui chiedeva "altro". E ugualmente avrebbe cercato l’estasi, l’unione con l’assoluto, con un cuore spirituale mangiabile che non si sottrae mai alla bocca affamata ma non per questo cerca di legarla a sé, soffocandola tra le sue fibre soffici. Renée era disposta a ricorrere all’alcol o a qualunque altra cosa (anche la morte) le permettesse di gioire dell’esperienza estatica, rimanendo però leggera e libera. Sicuramente qualcosa della femminiltà la angosciava: l’idea che il corpo potesse sfuggire al controllo dello spirito, piegandosi alle leggi meccaniche della materia e pagare il fio degli appetiti. Il pericolo di un corpo “umiliato” dalla gravidanza veniva scongiurato dall’amore gay, che la preservava da certi “pesi”. Ma rimanevano appetiti più basilari, elementari, dalla cui soddisfazione dipende la vita.
Purtroppo alla Vivien è mancata l’esperienza di un percorso iniziatico che potesse condurla là, dove voleva, benché nessuno possa escludere che la sua esistenza, ai nostri occhi irrimediabilmente compromessa da una morte precoce, sia stata in sostanza un’iniziazione estrema.
Prima di morire Renée è passata attraverso una crisi religiosa, come si ricava dai suoi versi, in cui si fa riferimento a un’esperienza mistica e compare il Divino: “Tu m’as fait partager ton essence divine/.../Et tu m’as emportée au fond même du ciel, /O toi que l’on adore, ô l’Etre Essentiel !” (da Essentielle, inserita nella raccolta "Dans un coin de violettes", 1910).
Sarebbe bello sapere con esattezza se davvero le cose andarono così; quali sentimenti nel frattempo erano mutati in lei e nella sua poesia. Non certo perché ci stia a cuore l’immagine della pecorella smarrita che torna all’ovile (pare che la conversione l'abbia avvicinata al cristianesimo), ma per sapere se alla fine la sua mente affamata ha saputo incontrare e riconoscere il cuore a lei destinato. Quello da mangiare, che non necessariamente costringe dentro i confini di un corpo femminile, vissuto come “imprigionante”.
Dotata di una propensione un po’ onirica al misticismo, Renée Vivien è poetessa della libertà. Una libertà inseguita anche equivocando e sbagliando, dissipando magari le parti migliori di sé. Ma chi non l’ha mai fatto, chi non ha mai disperato, ha capito ben poco. Vero che certa disperazione spetta solo alle anime grandi.

Di questa donna potente e fragile, rimanga, insieme ai versi, l’immagine delicata e tenace, della sua figura distesa sul divano, in attesa della morte (nell’ora terribile del suicidio), con le violette sul cuore: la parte sentita come viva ed essenziale. Perchè qualcuno (un amor de lonh magari) lo trovasse e lo amasse. Perché qualcuno forse desiderasse mangiarne. Oggi, io spero di averne assaggiato un pezzo piccolo piccolo..

sabato 1 maggio 2010

Il fare che nobilita l'uomo



Primo maggio, festa dei lavoratori. Festa di tutti coloro che fondano nel lavoro la consapevolezza del proprio valore politico e sociale. La stima e l’affetto di parenti e amici ci fanno sentire amati per quello che siamo, semplicemente perché “siamo”. Ma il lavoro è la base dell’autostima raggiunta in un contesto comunitario, e fondata non tanto sull’essere ma sul fare. Non a caso la rivoluzione industriale e il sistema capitalistico hanno proceduto in primo luogo, e finché gli è stato possibile, allo smantellamento dei mestieri, con i loro “segreti”. Prima si è distrutta l’arte del lavoro (ridotto, com’è noto, a merce), poi si è decretata la scomparsa del cosiddetto “prodotto di qualità”, in cui il lavoratore si compiaceva come il padre si compiace nel figlio, secondo una sorta di legge naturale. Era questo l’aspetto sapienziale del lavoro (esperienza integrale in cui l’elargizione di risorse umane, energia e intelligenza, non è mai priva di crescita interiore e di fruizione estetica), il quale però, non bisogna dimenticare, ha anche una natura fortemente profetica. Questo perché il lavoro è anche, da sempre, fatica, ma una fatica di cui non possiamo stare senza, perché noi esseri umani, stando a “bell’agio”, come dice Leopardi, proviamo “noia e dolore”. Il lavoro è la nostra dannazione e la nostra salvezza. Infatti i gruppi sociali che non vivono di lavoro ma di rendita, sono, non a caso, esposti da sempre alla corruzione e all’abbruttimento morale. Il lavoro “santifica”, in un senso tutto laico, perché dà quel senso di realtà, di vicinanza alle cose, che rende umili. Il lavoro è faticoso perché mette a confronto con la resistenza che la “materia” oppone ai tentativi di plasmarla, e per “materia” si intende in questo caso tutto ciò che si offre e al tempo stesso si oppone alla tensione della forma.
La perdita di forza contrattuale del lavoratore, la scarsa sensibilità verso i problemi del lavoro, che si è registrata nell’ultimo decennio e ora sta dando i suoi spaventosi risultati, sono state purtroppo precedute da cambiamenti epocali importanti, i quali, negli ultimi decenni del XX secolo (capitalismo + consumismo), sono culminati nel progressivo rifiuto degli aspetti profetici dell’esistenza umana, privata e pubblica. Il lavoro è uno di questi, perché, abbiamo detto, la fatica, la resistenza della realtà rispetto ai desideri e ai progetti, sono profetiche. Pochi, rimasti inascoltati, si sono resi conto che proprio il capitalismo aveva spogliato il lavoro dei suoi aspetti sapienziali ( riducendolo a un fare quantitativo senza arte), e che era pertanto il capitalismo a dover essere rifiutato e non il lavoro.
Ridotto a un fare alienante, disumano, finalizzato esclusivamente al profitto e al guadagno, il lavoro è stato demonizzato, la logica capitalistica invece accettata e sposata come necessaria, perfino ineluttabile (sindacati e sinistra continuano a chiedersi come produrre di più, essere competitivi...); secondo questa logica il lavoro non può essere diverso da quello che la grande industria ha imposto (e nel capitalismo, come nel post-capitalismo, tutto diventa “industriale”, anche la scuola, la sanità, i servizi). Ma squalificando il lavoro si finisce per squalificare la figura di chi di lavoro vive. Di chi nelle società tradizionali si riconosceva e imparava a misurare la propria forza grazie al fare sapiente.
Se il lavoro è ridotto all’aspetto profetico e privato di sapienzialità (solo fatica e nessun arricchimento in termini di esperienza, sapere, umanità), il problema del lavoro non ha soluzione ma dà luogo a pure tecniche di evitamento: riduzione delle ore di lavoro, abbassamento dell’età pensionabile...finché si può. Dal lavoro, in sostanza, ci si salva scappando; mai del tutto però, perché lavorare bisogna.
Riflettendo, pero, questi tentativi di arginare il “male” rappresentato dal lavoro, rivelano subito la loro intrinseca debolezza e inefficacia. Se il lavoro non è mestiere, ma brutalità del fare e nient’altro, la sua riduzione a poche ore al giorno non basterebbe infatti a dargli un senso. Sarebbero comunque ore di “letargo” spirituale, negazione dell’uomo, assolutamente inaccettabili sul piano esistenziale: perchè la vita è breve e non dovrebbe mai essere sprecata, neanche un istante. Soprattutto, lo spreco non dovrebbe essere istituzionalizzato e accettato come parte essenziale del fare (solo come accidente è accettabile, come fondo oscuro, quasi metafisico, del fare). Il lavoro deve invece tornare ad assumere l’aspetto e le caratteristiche di un’autentica esperienza, complessa ed arricchente. Il lavoro dà anzi la cornice in cui si cala quel fare domestico, feriale (laico), dotato di significato, dal quale l’individuo apprende la sua importanza, la sua dignità. Chi lavora bene, si apprezza e si ama nella giusta misura, imparando a resistere al male. Le fiabe popolari ci insegnano spesso quanto la perizia professionale, (il mestiere) sia di aiuto nell’eterna lotta contro la superbia e l’ingiustizia dei potenti. E’ conoscendo i segreti del mestiere che il cacciatore salva Biancaneve sostituendo il suo cuore con quello di un animale di cui solo i cacciatori conoscono le caratteristiche anatomiche. E’ grazie al loro lavoro che i sette nani possono permettersi di ospitarla in casa loro e costruirle un giorno una bara di diamante, che la lascerà riposare nella sua incantata bellezza, sotto gli occhi innamorati del principe. Senza la “techne” dei nani, l’eroe salvifico non avrebbe modo di passare all’atto. Gli verrebbero a mancare le condizioni storiche per poterlo fare.
Il lavoro insomma è importante, è cosa buona, e può essere fonte di quotidiana soddisfazione, amore di sé. Ma prima dobbiamo distruggere il sistema che lo squalifica, lo avvilisce, lo sfrutta, e, infine, lo butta.

Buon Primo Maggio.