lunedì 31 maggio 2010

Il principio di realtà e la coltivazione dell'orto


Il principio di realtà ha bussato alla porta. Il principio di realtà si è, anzi, già accomodato. Ci attende in salotto con lo sguardo freddo e implacabile di un poliziotto deciso a non darci neanche un’opportunità di fuga. Buona notte Marcuse, ora vai a dormire, con i grandi, veri o finti, del passato. E tu sei finto. Perché hai dipinto il principio del piacere come un libero poeta, e il principio di realtà come una guardia (discutibile rivisitazione degli opposti Dioniso-Apollo). E invece il primo senza l’altro non è che uno sfrenato pargoletto che si fa tutto addosso.
Allora preferisco Leopardi. Della contrapposizione tra bellezza e (arido) vero, tra illusione e realtà, ha parlato in tutt’altro modo, con sguardo infinitamente più adulto. Ma era un uomo dell’Ottocento. La società dei consumi non l’aveva smangiato nell’anima. Era un uomo pieno, non quell’involucro vuoto cui si riducono molti fra gli intellettuali del secondo dopoguerra. Pensatori il cui pensiero non ha che d’avvitarsi su su se stesso fino a non riconoscersi più, e a mordersi sul collo. Il pensiero di Marcuse vuole essere rivoluzionario e propina invece gocce oppiacee del più volgare utopismo. E’ l’ideologia portante, la bandiera del consumismo, una concezione del mondo come pura bona dea, da cui attingere, succhiare. Beh, adesso il dio dei tuoni è ricomparso. Minaccioso e scuro riempie tutto il cielo. In mano ha la scure. La solfa, insomma, è cambiata.
Si scopre che il latte della bona dea non è infinito. Si scopre che, mordi e mordi, il sistema economico che abbiamo costruito è arrivato alla coda. E mordere la coda, si sa, fa male. Si scopre che non si può più consumare e che d’altra parte non si può non consumare, perché il consumo è stata la chiave di questa bella dimensione marcusiana, in cui il frizzante principio del piacere avrebbe dovuto stravolgere l’antipatico principio di realtà, raddrizzandono al contempo le storture, prodotti della repressione.
Il problema è grave. Perché negli ultimi cinquant’anni siamo stati progressivamente educati a ravvisare nel consumo e solo nel consumo il piacere. Il piacere che nasce dal misurare e dall’esercitare il potere. E per noi, povere anime, il potere è solo e soltanto quello d’acquisto.
Cosa non è stato venduto, comprato? Cosa non si è trasformato in mercato? Perfino la serenità, che nasce dallo stare per i fatti propri magari con in mano un libro, sotto l’ombra gentile di un albero, accanto a un lieto momormio d’acqua corrente ( e può essere un ruscello, il canale Villoresi, il Ticino, un ragguardevole fiume, ancora il più pulito d’Europa, che nella mia zona abbiamo imparato a chiamare “il mare dei poveri”), perfino la serenità, dicevo, muta nome. Si chiama relax. Lo vendono le agenzie di viaggio, le beauty farms, le saune ecc...tanti bei soldoni. E tutto costa di più sempre di più. Una cosa sfibrante. Ma è che di soldi tutti ne vogliono tanti, per via del potere d’acquisto. Più soldi più potere. E l’elettricista, l’idraulico, l’imbianchino, il salumiere, il falegname....alzano i prezzi. Tanto, sulla via intitolata al principio del piacere (la via di un Dioniso bonaccione democratico, e senza iniziazione; “la via dei matti numero zero”, insomma) ci siamo talmente ubriacati da dimenticarci ogni sapere che possa renderci indipendente dall’acquisto. Troppo orgogliosi di saper discutere di genetica, cellule staminali, big bang, e altre cose difficilissime per stare a imparare come si aggiusta un cassetto o si cambia una guarnizione..
La tecnologia ha provveduto a distaccarci il più possibile dalla realtà materiale della vita, che, come un ineludibile orologio a pendolo, ci ha sempre richiamati alla limitatezza dell’esistenza e del godimento dei beni. L’acqua ora sgorga dai rubinetti e sparisce zitta zitta nelle cavità enigmatiche di una tubatura, in grado di ingoiare con ignara complicità qualsiasi schifezza. Chi più pensa alla fonte cristallina o al fiume che accoglie tanto lordume? Il metano ci avvolge fra le spire di un muto tepore senza nulla dire del viaggio che l’ha condotto faticosamente a noi. Gli alberghi, gli impianti sciistici che non ci raccontano il prezzo pagato in ettari di profumate conifere, dissoluzione di sistemi di vita millenari, di silenzi più antichi dell’uomo..
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Forse la crisi potrebbe riportarci alla genuinità di modi di vivere più tradizionali, alla gioia semplice di chi si gode (quando e fin dove è possibile) la realtà? Un ritorno arcadico alla natura, non è auspicabile?
No. Non è così facile. Perché, se fare i sacrifici significa consumare meno, che ne sarà del nostro mondo, basato interamente sul mercato? E cosa, a noi intossicati fino all’anima dal consumo, potrà dare il piacere che ha dato l’acquisto? Anzi, magari un piacere più integro, privo cioè di quel senso di colpa ( di peccato?) che alle anime belle, o almeno consapevoli, dava l’acquisto, il quale nella società dei consumi assomiglia chissa perché (ma la ragione c’è e potremmo parlarne in un altro post) a un furto.
Una volta i caseggiati popolari garantivano agli inquilini qualche metro quadrato di terra perché chiunque potesse assaggiare la soddisfazione di piantare un po’ d’insalata, magari un arbusto di rosmarino, qualche fiore, studiando i cicli della luna per far meglio. Che soddisfazione il raccolto. E che occasione di incontro quei 10 metri quadrati d’orto, dove magari ci si metteva d’accordo: tu le fragole io le zucchine. Pallidi retaggi di un’economia senza denaro.
Ma che fine hanno fatto quegli orti? Chi ci ha più pensato? Insalata e prezzemolo si trovano già raccolti, lavati e tritati, fra i surgelati. E per qualche ora di svago c’è l’enorme contenitore, il grande grembo, la caricatura della bona dea: il centro commerciale, dove passare interi pomeriggi, acquistando o guardando acquistare (con l’invidia magari dei poveri, e il Marcuse che va su e giù nello stomaco e guasta l’appetito). Quale altro piacere? Dite che ne esiste un altro?

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