giovedì 6 maggio 2010

Le radici della poesia. Renée Vivien.


immagine qui

E’ l’opera d’arte, si dice e si crive, che conta. L’artista, invece, è accidentale. Materia grezza , con quel tanto di casuale e irriducibile all’universale, che va grattato via. Posizione condivisibile (l’opera vive e respira di vita autonoma), ma solo dopo aver distinto cosa dell’autore va gettato, cosa al contrario nutre e scalda l’universale, strappandolo alla sua algida bellezza.
Mi è venuto in mente a proposito di Renée Vivien, intrigante poetessa nata nel 1877 e morta all’età di soli trentadue anni, di cui riporto qui alcuni versi fascinosi:

Roses du soir
("Evocations", 1903)
Des roses sur la mer, des roses dans le soir,
Et toi qui viens de loin, les mains lourdes de roses !
J'aspire ta beauté. Le couchant fait pleuvoir
Ses fines cendres d'or et ses poussières roses...

Des roses sur la mer, des roses dans le soir.

Un songe évocateur tient mes paupières closes.
J'attends, ne sachant trop ce que j'attends en vain,
Devant la mer pareille aux boucliers d'airain,
Et te voici venue en m'apportant des roses...

Ô roses dans le ciel et le soir ! Ô mes roses !

(Rose sul mare,rose nella sera/tu che vieni da lontano,le mani cariche di rose!/ Aspiro la tua bellezza. Il tramonto fa piovere le fini ceneri d'oro e le polveri rosa//Rose sul mare, Rose nella sera//Un sogno evocatore tiene le mie palpebre chiuse/ Io attendo, senza ben sapere cosa attendo invano,/ davanti al mare simile a una distesa di scudi di bronzo,/ ed ecco sei qui, giunta a recarmi le rose...//O rose nel cielo e nella sera! O mie rose!)

Parole dolcissime, musicali, di cui si coglie un profondo desiderio di abbandono e di assoluto, di vibrante ricerca, di libertà.
Una poesia diversa questa da molte altre sue, nate all’insegna del maledettismo, in perfetto stile Verlaine, intrise di un’ avvelenata tanatologia che sottintende una esperienza della vita sofferta e malata. Poesie talvolta convenzionali, meno autentiche di questa che ho riportato, dolce e sensuale, che parla dell’amore e dell’incontro, come dell’immersione in una nube onirica di fragranza, in cui si annuncia un "Tu" venuto “da lontano” (l’”amore di terra lontana” della poesia trobadorica, metafora della trascendenza), ricco di doni lievi, da aspirare (“aspiro la tua bellezza”)in quel non luogo che è l’anima sognante, celata alla vista, interna (“Un sogno evocatore tiene chiuse le mie palpebre”).
Lo spirito che si esprime attraverso questi versi mi pare aspirare a ben oltre che all’amplesso e all’unione dei corpi. Mi pare che qui ci sia qualcuno che, incalzato dalla vita spinosa, dalla vita-morte, voglia “mangiare”, gustare l’assoluto prima che sia troppo tardi. Un' immagine di voluttuoso asservimento all’amore come quello di Beatrice che mangia, benché “dubitosamente” (non senza resistenza e quasi si trattasse di un sacrificio), il cuore di Dante offertole da Amore.
La poesia di Renée Vivien è sì sensuale, talvolta in modo ossessivo e disperato. Ma, nella sua sensualità, il corpo si presenta sempre e comunque in un aspetto duplice di oggetto del desiderio e di limite. Bramato e odiato in quanto esasperante nella sua rotondità (femminile) percepita senza finestre, senza vie di uscita. E, per questo, a volte maltrattato, magari oniricamente. Picchiato, azzannato, segnato di lividi come marchi di infamia (“...sur le cou, pareil à quelche tige morte,/Blêmit la marque verte et sinistre des doigts.”, da Désir)
.
Insomma la poesia della Vivien mi parla di un’anima che vive con affanno il desiderio, tra attrazione e rabbioso rifiuto, tra Eros e Thanatos. Un’anima affamata fin nella radice: di cosa? Qualcosa che forse si nasconde, come una perla essenziale, nella carne, ma che il corpo, grave e rotondo, copre. Qualcosa come il cuore di Dante, che si fa mangiare, sazia, e non appesantisce. Qualcosa che fa rimanere leggeri, anzi rende leggeri. Un cuore che può essere solo offerto e non si prende, non si ruba, non si possiede. Solo un principio spirituale può donarlo, chiedendo in cambio (per essere mangiato e goduto) un percorso iniziatico (il “dubitosamente”, di chi ancora deve apprendere le vie dell’amore).

Leggo la biografia di Renée. Una vita all’insegna della trasgressione, durante la quale la giovane poetessa, di origini anglo-americane, non ha fatto mistero della sua omosessualità, manifestandola perfino con una certa grazia e signorile menefreghismo nei confronti dei benpensanti. Del resto, l’amore saffico veniva facilmente tollerato negli ambienti parigini (meno ben disposto nei riguardi dell’omosessualità maschile), eppure Renée non era felice, tant’è che fu vittima di diversi disturbi comportamentali e patologie di origine psicologica: episodi anoressici, con punte di assoluto digiuno che la segnarono pesantemente, e abuso di alcolici. Tentò anche il suicidio, ingerendo una dose eccessiva di laudano. Si racconta che si distese sul divano con un mazzolino di violette, fiore che amava moltissimo (fiore simbolico in cui sensualità e purezza, bellezza e lutto, si sposano), sul cuore. Sopravvisse, ma morì circa un anno più tardi, a causa di una pleurite, contratta in una situazione di grave debilitazione, conseguenza appunto degli abituali digiuni e delle cattive abitudini.

La biografia di Renèe, è stata illuminante, per comprendere meglio i suoi scritti: la singola poesia, ma ancora di più l’opera nel suo complesso. Per amarla anche nei momenti esteticamente meno riusciti. Il valore artistico di un’opera si percepisce e si capisce a prescindere dalla figura soggettiva dell’artista. Ma, per coglierne completamente la forza originaria e la potenza espressiva, bisogna sentire l’anima che sta dietro. Un’anima che si dà nell’istante come spirito, ma che come anima è storia. Quest’anima non è casuale o accidentale. La sua natura soggettiva è quella della persona, non quella inintelleggibile, oscura e ed effimera delle circostanze. Per me capire un’opera significa sentirla nascere, staccarsi come forma dal tessuto luminoso, vivo e palpitante che la genera (con tutto il dolore che è connesso all’atto del generare). Ogni opera “nata” dal “sogno evocatore” dell’artista, di quest'ultimo evoca a sua volta, e per sempre, la presenza.
Riflettere su Roses du soir, e pensare all’allegoria dantesca del cuore (pensare quindi a Beatrice che del cuore ciba), scoprendo in seguito che Renée Vivien ha vissuto in maniera così problematica la sua relazione con il corpo e con il cibo, è stato per me fonte di commosso stupore. Renée appare come una donna dagli appetiti talmente profondi e complessi da non potersi saziare. Timorosa anche di doversi nutrire di un cibo che punisce il corpo impegnandolo più del necessario con la terrestrità della vita. Certo, il fatto che fosse lesbica ha il suo significato, ma non va enfatizzato al punto da ritenerlo l’elemento più caratterizzante. Trasformare Renée, e la complessità del suo mondo interiore, tra cadute e rinascite, aspirazioni alla vita e istinti di morte, in un’icona gay, è fuorviante e ci fa perdere lo specifico di questa poetessa. Non trasformiamola in una bandiera. Le bandiere hanno una vita limitata, che Renée non merita: senza radici, basta un colpo di vento a farle cadere. La persona invece è eterna. E la persona in questo caso è sofferente, fragile, prigioniera forse di ruoli e maschere di trasgressione, nelle quali la si vorrebbe ancora imprigionare. Proprio lei, che per tutta la vita, talvolta maldestramente, ha cercato la libertà, accettando le conseguenze più oscure e fatali che una tale recherche porta con sé!
Se anche non fosse stata omosessuale, Renée avrebbe vissuto con enorme fatica il suo rapporto con il corpo femminile e con la realtà, cui chiedeva "altro". E ugualmente avrebbe cercato l’estasi, l’unione con l’assoluto, con un cuore spirituale mangiabile che non si sottrae mai alla bocca affamata ma non per questo cerca di legarla a sé, soffocandola tra le sue fibre soffici. Renée era disposta a ricorrere all’alcol o a qualunque altra cosa (anche la morte) le permettesse di gioire dell’esperienza estatica, rimanendo però leggera e libera. Sicuramente qualcosa della femminiltà la angosciava: l’idea che il corpo potesse sfuggire al controllo dello spirito, piegandosi alle leggi meccaniche della materia e pagare il fio degli appetiti. Il pericolo di un corpo “umiliato” dalla gravidanza veniva scongiurato dall’amore gay, che la preservava da certi “pesi”. Ma rimanevano appetiti più basilari, elementari, dalla cui soddisfazione dipende la vita.
Purtroppo alla Vivien è mancata l’esperienza di un percorso iniziatico che potesse condurla là, dove voleva, benché nessuno possa escludere che la sua esistenza, ai nostri occhi irrimediabilmente compromessa da una morte precoce, sia stata in sostanza un’iniziazione estrema.
Prima di morire Renée è passata attraverso una crisi religiosa, come si ricava dai suoi versi, in cui si fa riferimento a un’esperienza mistica e compare il Divino: “Tu m’as fait partager ton essence divine/.../Et tu m’as emportée au fond même du ciel, /O toi que l’on adore, ô l’Etre Essentiel !” (da Essentielle, inserita nella raccolta "Dans un coin de violettes", 1910).
Sarebbe bello sapere con esattezza se davvero le cose andarono così; quali sentimenti nel frattempo erano mutati in lei e nella sua poesia. Non certo perché ci stia a cuore l’immagine della pecorella smarrita che torna all’ovile (pare che la conversione l'abbia avvicinata al cristianesimo), ma per sapere se alla fine la sua mente affamata ha saputo incontrare e riconoscere il cuore a lei destinato. Quello da mangiare, che non necessariamente costringe dentro i confini di un corpo femminile, vissuto come “imprigionante”.
Dotata di una propensione un po’ onirica al misticismo, Renée Vivien è poetessa della libertà. Una libertà inseguita anche equivocando e sbagliando, dissipando magari le parti migliori di sé. Ma chi non l’ha mai fatto, chi non ha mai disperato, ha capito ben poco. Vero che certa disperazione spetta solo alle anime grandi.

Di questa donna potente e fragile, rimanga, insieme ai versi, l’immagine delicata e tenace, della sua figura distesa sul divano, in attesa della morte (nell’ora terribile del suicidio), con le violette sul cuore: la parte sentita come viva ed essenziale. Perchè qualcuno (un amor de lonh magari) lo trovasse e lo amasse. Perché qualcuno forse desiderasse mangiarne. Oggi, io spero di averne assaggiato un pezzo piccolo piccolo..

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